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Archivio per la categoria ‘Attualità’

Di Pietro adesso chiede aiuto: ha paura

Pubblicato da admin in febbraio - 8 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlGiornale:

Il leader dell’Idv accetta di candidare un pluri indagato e giura di non andare più in piazza. In cambio chiede a Bersani (e non solo) protezione. La strana fortuna di Di Pietro. Il buco nero della tv che finanziò il partito. Quando gli “avvisi” dell’ex pm erano letali. L’Idv dei parenti

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Roma - La metamorfosi dell’Idv imposta dal suo padre-padrone Di Pietro passa attraverso tre bocconi, in verità mal digeriti da un pezzo importante di partito: la sconfessione della piazza urlante; la ricerca di un’alleanza privilegiata con il Pd; il bacio al «rospo» De Luca. In occasione del primo congresso-patacca della sua creatura, Tonino ha parlato di «svolta». «Siamo pronti a un altro governo per il Paese - ha arringato il popolo dei delegati nella pancia dell’immenso hotel Marriott di Roma -. Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza, che ci voleva a un regime piduista, ma ora siamo alla svolta». La citazione borrelliana è un richiamo alle radici ma adesso i frutti devono essere altri. Di Pietro sembra essersi stufato di solleticare la piazza manettara e di brandire la forca perché «è finito il tempo della sterile protesta e comincia quello della grande responsabilità di governo».

L’aveva detto pure venerdì, davanti al segretario del Pd Bersani, che poi era corso ad abbracciarlo: «Urlare in piazza non basta più e io non voglio morire d’opposizione. Non posso aspettare che Berlusconi vada in pensione, voglio batterlo politicamente». Meno proteste e più proposte, insomma. L’ex leader di Mani pulite sembra essersi stufato dei Palavobis, dei girotondi, dei vaffa-day, dei no B-day e persino del popolo viola. Roba difficile da mandar giù per l’ala più movimentista dell’Idv che tra gazebo, megafoni e sit-in ci sguazza che è una meraviglia. Ma tant’è: così ha deciso il capo e nessuno osi contraddirlo.

Il secondo piatto forte riguarda le alleanze e parte dal presupposto che in solitaria non si cresce, non si vince, non si governa. «Se accettiamo soltanto il voto di pancia si può prendere il 2 o l’8 per cento e da soli possiamo prendere uno o due punti in più. Ma facendo così consegniamo il Paese a Berlusconi». Quindi ben vengano gli abbracci con Bersani e il Pd, interlocutori privilegiati per «costruire l’alternativa». La realpolitik impone di uscire dal ghetto dell’opposizione radicale: «Tra noi molti dicono che non dobbiamo andare con nessuno… Ma da soli non si fanno figli…», ripeteva con pittoresca metafora Di Pietro, alla ricerca del nulla osta nel siglare patti per vincere il più possibile e in ogni dove. Patti con chi? Sebbene «io con Tabacci ci parlo volentieri, tutti i giorni», l’interlocutore privilegiato resta il Pd. E anche in questo caso capita che la base debba mandar giù roba indigesta: al dipietrino, spesso orfano dei partiti della sinistra radicale, piace molto di più un Vendola che un D’Alema. La riprova è che al congresso il candidato governatore della Puglia sia stato osannato manco fosse la Madonna: «Ni-chi, Ni-chi, Ni-chi».

Il terzo boccone, forse quello più pesante da inghiottire, riguarda l’appoggio al candidato piddino in Campania, Vincenzo De Luca. L’attuale sindaco di Salerno, fino a ieri considerato inaccettabile, impresentabile, mascalzone, è stato riabilitato con uno show magistrale. Quella che è stata definita la «svolta di Salerno» è arrivata in seguito a un processo-farlocco, culminato con una sentenza di assoluzione. Lo scontato verdetto è giunto per acclamazione (e non per voto, ndr) dopo la sceneggiata dipietresca del «vieni qui e convincici che sei pulito».

De Luca è andato, da abilissimo tribuno ha fatto la sua arringa difensiva e s’è così guadagnato l’appoggio dell’(ex?) Torquemada-Di Pietro. «Ma come - si domandavano anche ieri molti delegati al congresso - noi che siamo gli unici a sventolare la bandiera delle mani pulite adesso la arrotoliamo sostenendo un imputato? Nemmeno indagato… Imputato!». Un altro poi ragionava: «Lo capiamo o no che così si crea un precedente? De Luca si difende dicendo che ha fatto quello che ha fatto per il bene comune. Ma chi lo stabilisce qual è il bene comune? Lui? L’unico bene comune è il rispetto delle regole. Capito? Regole. Re-go-le». Nonostante Tonino abbia costretto il suo popolo a baciare il «rospo» De Luca, è evidente che quest’ultimo, agli occhi dello stesso popolo, non si trasformerà mai in un principe.

“Berlusconi non si sottrarrà alla giustizia”

Pubblicato da admin in febbraio - 8 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da ILCorriere:

la-legge-e-uguale-per-tutti-21MILANO - «Berlusconi non si sottrarrà alla giustizia» né «sottrarrà tempo al governo». Ad assicurarlo è il ministro della Giustizia Angelino Alfano. «Berlusconi vorrebbe andare in tribunale sempre - ha detto il Guardasigilli ospite di Lucia Annunziata in tv alla trasmissione In mezz’ora - ma il tribunale è un luogo dove si studiano i processi e dove ci si difende dalle accuse studiando le carte. Lui avrebbe studiato i faldoni e sottratto tempo al governo». «Ecco dunque il perché di un provvedimento che interrompe i processi del premier. Ma Berlusconi -ha assicurato Alfano - non si sottrarrà ai processi: quando avrà finito di governare si farà processare dai tribunali italiani». Non solo. Sempre in tema di giustizia e riforme, il ministro ha voluto sottolineare che la legge sul legittimo impedimento, recentemente approvata dalla Camera, «non è una legge ad personam» in favore del presidente del Consiglio, «né pone Silvio Berlusconi al riparo dalla giustizia» «Il bivio - ha aggiunto il Guardasigilli - è tra il dovere del presidente del Consiglio di governare e il diritto di difendersi dai processi: basti pensare che Berlusconi avrebbe presto dovuto affrontare 23 udienze in 65 giorni. Ma non è al riparo della giustizia, perché sarà giudicato quando avrà finito di governare».

DUE IPOTESI - Il governo, ha spiegato il titolare della Giustizia, sta lavorando sia all’immunità che al Lodo Alfano bis. «Stiamo studiando l’approdo migliore. Non siamo dell’idea di improvvisare una soluzione» ha detto il ministro, aggiungendo che il’esecutivo è alal ricerca di una soluzione condivisa. «L’espressione immunità - ha voluto poi sottolineare Alfano - è diventata un sinonimo di illegalità. Questa equazione va smontata». Quanto al processo breve, esso, secondo il Guardasigilli, non è su un binario morto come sostenuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il processo breve non ha nessuna urgenza di essere approvato, però - ha spiegato Alfano in tv- abbiamo intenzione di mantenere saldo il principio che i cittadini debbano sapere il momento in cui si è condannati o dichiarati innocenti». Dal Guardasigilli anche un monito ai giudici: «Devono avere un atteggiamento parco e sobrio», non devono mostrare «una tendenza politica altrimenti fanno danno alla giurisdizione alla quale fanno parte». «I magistrati devono apparire terzi», ha aggiunto il ministro, «ci sono invece magistrati che dichiarano da ogni dove».

DECRETO CONTRO LA SENTENZA BEFFA - In tv il Guardasigilli ha anche affrontato la questione della sentenza beffa della Cassazione che favorisce i boss, confermando che il ministero della Giustizia sta mettendo a punto un decreto che sarà approvato mercoledì mattina dal Consiglio dei ministri per mantenere ai tribunali la competenza per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, comunque aggravato.

I PENTITI - Un intervento a tutto campo quello del ministro, ospite della Annunziata in tv. Alfano ha anche risposto ad alcune domande della giornalista sui pentiti e sulle polemiche relative al Ddl Valentino, che mira a modificare la legislazione sull’uso dei collaboratori di giustizia, confermando il suo “no” alla proposta del senatore del Pdl. I pentiti sono «utili» ma essendo anche dei criminali sono da «maneggiare con cura» è la tesi del Guardasigilli. «Bisogna ricordare che i pentiti hanno solitamente dei curricula criminali straordinari, ma bisogna riconoscere che hanno aiutato la giustizia italiana a ricostruire l’organizzazione di Cosa Nostra e a risolvere tantissimi casi che altrimenti non si sarebbero risolti», ha aggiunto. «Quindi - ha chiarito - posto che sono utili e che sono dei criminali, bisogna maneggiarli con cura: la mia opinione è che bisogna applicare bene le leggi che ci sono, ma sono contrario a un intervento sulla legislazione in materia di pentiti oggi perchè rappresenterebbe un segnale di allentamento della tensione nel contrasto della criminalità organizzata, tensione che invece noi stiamo tenendo alta».

AFFONDO SU DI PIETRO - Infine, un affondo del Guardasigilli sul leader Idv Antonio Di Pietro. «Ha candidato De Luca. Per me De Luca è un presunto innocente, ma Di Pietro è un conclamato incoerente» ha detto Alfano. «Il Pd e l’Idv sono uniti ancora di più, ma è il Pd che vira verso Di Pietro», ha detto il Guardasigilli criticando l’ex pm: «Vuole fare la morale agli altri senza averne una propria».

Iran, la tv di Stato contro Berlusconi: “Ha reso servigi ai padroni israeliani”

Pubblicato da admin in febbraio - 4 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlGiornale:

berlusconi_kippa_ladestraTeheran - Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha reso una “serie di servigi ai padroni israeliani” con le dichiarazioni fatte durante la sua visita in Israele. Lo ha affermato il sito in italiano della radiotelevisione di Stato iraniana. “Dopo aver sparato dichiarazioni decisamente discutibili sull’Iran - afferma il sito - il premier italiano è arrivato a dire che la guerra contro Gaza fu giusta, calpestando così i cadaveri di 1.400 civili palestinesi uccisi l’anno scorso da Israele durante tre settimane di folli bombardamenti”. Berlusconi, si aggiunge nel commento, “durante il suo discorso ieri alla Knesset ha completato tutta la serie di servigi fatti ai padroni israeliani”, dopo che, “prima e durante la visita in Israele aveva rivolto all’Iran tutte le accuse possibili, ad iniziare da quella di voler sviluppare armi nucleari”.

Imprese, ultimatum di Schifani a Fiat e Alcoa “Basta aiuti senza salvaguardia posti di lavoro”

Pubblicato da admin in febbraio - 4 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Repubblica: ROMA - “Bisogna avere il coraggio di dire basta ad elargizioni statali se non vengonocgil_cisl_uil1 salvaguardati i posti di lavoro e i presidi industriali. Occorre fermare la logica degli incentivi se non è seguita ad una attenta e forte politica delle imprese che esalti e tuteli l’occupazione. Gli aiuti dello Stato vanno erogati solo se le aziende rispettano questo preciso dovere etico”. E’ quanto ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani, alla presentazione del rapporto sulla sussidiarietà del 2009 riferendosi esplicitamente alle situazioni di Alcoa e della Fiat.”Il patrimonio industriale e produttivo della Fiat di Termini Imerese deve essere salvato. Non dobbiamo e non possiamo disattendere questo impegno morale”, ha aggiunto Schifani che ha citato le parole del Papa sull’occupazione: “Chi ha molto ricevuto è moralmente tenuto a dare con impegno generoso, soprattutto nei momenti di crisi”.

Schifani ha poi definito la chiusura di Termini Imerese “un fatto scellerato”. “Termini Imerese è un polo industriale strategico del Mezzogiorno - ha detto - Il Mezzogiorno non può consentirsi questa grave battuta di arresto. Mi auguro fortemente che qualcuno ci ripensi”. Sulla Fiat che vuole chiudere lo stabilimento Schifani ha aggiunto: “Mi dispiace che queste parole vengano da chi conduce un’azienda che nei decenni pregressi è stata fortemente sostenuta dallo Stato per mantenere i livelli occupazionali. Detto questo, ritengo che occorre guardare con una strategia complessiva a quelli che sono problemi della produzione italiana (lo sta facendo il governo) e ritengo che anche la Fiat debba guardare all’interesse etico-sociale della produttività e del lavoro. Occorre fare squadra, fare sistema tra mondo produttivo, mondo delle istituzioni e mondo politico. In un momento in cui la crisi internazionale tocca anche l’Italia con la disoccupazione, bisogna guardare al senso etico del fare impresa. Aumentare o mantenere i livelli occupazionali significa fare sistema e richiamarsi a quella coesione sociale, della quale il capo dello Stato ci fa insegnamento. Si faccia squadra - ha concluso Schifani - si faccia sistema. La logica del profitto deve convivere anche con l’esigenza di una funzione sociale dell’impresa: garantire i livelli occupazionali”.

Il presidente del Senato ha sottolineato come “in particolare in Sicilia l’occupazione è la prima e irrinunciabile risposta dello Stato e della società al giogo della mafia, che si avvale, sfrutta, ricatta i lavoratori e le loro famiglie, utilizzandoli al pari di merce di scambio per i propri interessi criminali. Il mio è un appello accorato alla Fiat ma non solo, e a tutte le istituzioni. È una richiesta da uomo del Sud che ben conosce gli ulteriori pericoli della disoccupazione per lavoratori che vivono in territori dove purtroppo esiste ancora la criminalità organizzata”.

“Stavamo esaminando” l’erogazione di incentivi al settore automobilistico, ma “pare che il principale produttore non sia interessato ad averlo”, ha detto il premier Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi a conclusione del Consiglio dei ministri. In ogni caso, ha aggiunto Berlusconi, “è ancora un capitolo aperto, stiamo discutendo con altri protagonisti del settore auto e vediamo come si metteranno le cose, noi siamo sempre aperti e pronti a dare una mano ai settori che ne hanno bisogno”.

Stamani in una intervista al direttore della Stampa, Mario Calbresi, l’ad di Fiat Sergio Marchionne si dice “agnostico” sulle misure a sostegno del mercato dell’auto. “Il governo faccia la sua scelta - afferma Marchionne - e noi la accetteremo senza drammi. Ma abbiamo bisogno di uscire dall’incertezza, poi saremo in grado di gestire il mercato e la situazione qualunque essa sia”. Il top manager parla anche della questione di Termini Imerese: “La decisione di smettere di produrre è stata presa, ma siamo pronti a fare la nostra parte, a farci carico, assieme al governo, dei costi sociali di questa scelta”. Quindi, Marchionne assicura di cercare il dialogo e chiede di “mettere da parte la dietrologia: nella decisione di fermare le fabbriche per due settimane - precisa - non c’è nessuna provocazione e nessun ricatto”.

E, ancora su Termini: “Non possiamo più permetterci di tenere aperto un impianto che da troppi anni funziona in perdita. Produrre un auto lì costa fino a mille euro in più e più ne facciamo e più perdiamo. Non è in grado di stare in piedi. Per assurdo, per noi sarebbe più conveniente continuare a pagare tutti i dipendenti fino alla pensione tenendoli a casa”. Insomma, dice Marchionne, “abbiamo studiato ogni possibile soluzione di produzione alternativa, dai motori ai componenti, ma si continuerebbe a perdere”.

“Abbiamo rimesso in piedi la Fiat - rivendica il manager - ma se ora non interveniamo per risolvere i problemi strutturali derivanti dalla crisi rischiamo di rovinare tutto e giocarci il futuro”. Per questo Marchionne invita a considerare che “oggi abbiamo 12 mila persone in più che lavorano nel gruppo rispetto al 2004. Si parla di Termini Imerese - aggiunge - ma ci si dimentica di Bertone e dei suoi 1.100 dipendenti”. D’altronde, fa notare l’amministratore delegato Fiat, “il mercato dell’auto in Europa scenderà quest’anno tra il 12 e il 16%, che significa tra un milione e mezzo, due di macchine”. Ma, assicura, Fiat “punta sul rafforzamento della produzione in Italia” e non ci sono pericoli di distrazione o decentramento decisionale ora che c’è Chrysler: “Mirafiori continuerà ad essere il centro dell’auto”. Alle critiche sugli aiuti pubblici ricevuti dal Lingotto, Marchionne risponde coi numeri: “Fiat dal 2004 al 2009 ha investito nel mondo 25 miliardi di euro, 16 dei quali in Italia con agevolazioni statali pari al 3,8%”.

Tornando al tema degli incentivi, l’ad del Lingotto osserva che “capisco che prima o poi debbano essere eliminati per tornare a un mercato normale. Protrarli troppo a lungo sarebbe un danno che pagheremmo con minori vendite nei prossimi anni.
Fisiologico che - prosegue - si vada verso una normalizzazione del mercato, che ci permetterà di fare piani di lungo periodo non legati agli incentivi”.

Via libera alla riforma delle superiori

Pubblicato da admin in febbraio - 4 - 2010 ADD COMMENTS

gelmini_beata_ignoranza1Tratto da IlCorriere:

ROMA - Via libera del Consiglio dei ministri alla riforma che riordina l’istruzione secondaria superiore. L’esame del Cdm era l’ultimo passaggio in programma - dopo i pareri favorevoli del Consiglio di Stato, della Conferenza Stato-Regioni e delle competenti commissioni parlamentari - per il testo messo a punto dal ministro Gelmini. Ora manca solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Il riordino, che riguarda licei, istituti tecnici e professionali, sarà attuato dal prossimo anno scolastico a partire dalle prime classi.

TRE REGOLAMENTI - Un progetto in tre regolamenti accompagnato da non poche polemiche, anche per la volontà del governo di rendere operative le novità molto in fretta. I tempi adesso sono strettissimi: il 26 marzo scadono le iscrizioni alla prima superiore. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito ha assicurato che alle famiglie e nelle scuole medie, subito dopo il varo della riforma, saranno inviati opuscoli informativi dettagliati e sarà avviata una campagna sui mezzi di informazione e sul sito del ministero. «La riorganizzazione dell’intero sistema - ha spiegato - renderà più semplice, lineare e trasparente l’informazione alle famiglie che oggi erano costrette a districarsi tra gli oltre 396 indirizzi sperimentali».

«SCUOLE IN LINEA CON EUROPA» - Secondo il premier Berlusconi la riforma (definita «epocale» dal ministro Gelmini) metterà le scuole italiane in linea con quelle dei Paesi europei. «È molto importante l’attenzione data alla formazione dei nostri giovani - ha detto al termine del Cdm -, ancora oggi hanno dalla scuola di Stato qualcosa non in linea con i Paesi europei più avanzati. Attualmente la scuola superiore e tecnica non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro». Berlusconi ha aggiunto che «diverse migliaia gli insegnati che sono stati consultati e hanno partecipato a questa riforma, mettendo a disposizione la loro esperienza». Infine il premier ha scherzato sulla sua passione per il canto: «Al liceo musicale sarà materia di studio obbligatoria tutta la produzione di canzoni del primo ministro e di Apicella così prevengo le accuse…». Il premier non è riuscito a finire la battuta perché è scoppiato a ridere insieme alla Gelmini. Quest’ultima è stata ringraziata dal premier perché «è qui e ha lavorato alla riforma della scuola invece di andare in viaggio di nozze».

STRETTA SU INDIRIZZI - La riforma prevede una decisa stretta sugli indirizzi di studio, la revisione dei quadri orari, un potenziamento dello studio della matematica e delle lingue. I licei saranno ridotti a sei (dagli attuali 450 indirizzi tra sperimentazioni e progetti assistiti): classico, scientifico, artistico, linguistico, musicale-coreutico e delle scienze umane; nei tecnici ci saranno due ambiti di studio (economico e tecnologico), suddivisi in 11 indirizzi (ora sono 10 con 39 indirizzi), con meno ore da passare tra i banchi e più nei laboratori; nei professionali (2 settori e 6 indirizzi dagli attuali 5 settori con 27 indirizzi) saranno rafforzate le materie di indirizzo ed è prevista una maggiore flessibilità dell’offerta formativa.

Puglia, la Poli Bortone non molla «Vado avanti, posso battere Vendola»

Pubblicato da admin in gennaio - 28 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlCorriere:

La candidata Udc dice no all’appello di Berlusconi: «Sono la più forte, non si può fare politica così»

MILANO - La partita sulle candidature alle regionali pugliesi è tuttaltro che chiusa. E lo dimostrano le dichiarazioniadriana_poli_bortone_ladestra della leader di «Io Sud», Adriana Poli Bortone: «Vado avanti. Non si può fare politica in questo modo. Sono a capo di un movimento che crede nei valori del Mezzogiorno. Immaginavo che anche il Pdl volesse fare un accordo con l’Udc e con noi. Sono la candidata più forte per battere Vendola. A meno che non sia il ministro Fitto che voglia candidarsi…» fa sapere attraverso , Affaritaliani.it la candidata sostenuta dai centristi, rifiutando quindi l’appello di Silvio Berlusconi a fare un passo indietro. Mercoledì il premier ha invitato la Poli Bortone e il candidato Pdl Rocco Palese a rinunciare alla candidatura per permettere al Popolo delle Libertà e ai centristi di trovare un accordo su un nome nuovo.

«SBAGLIATA LA FORMULA DI MEDIAZIONE» - «Il presidente del Consiglio - afferma Poli Bortone - ci sta mettendo tutta la buona volontà. Questa formula, che non credo sia sua ma che qualcuno gli ha suggerito come formula di mediazione, non credo sia la formula giusta. Se lo scopo è quello di abbattere la giunta Vendola, io non credo che a 50 giorni dalla campagna elettorale si possano gettare nella mischia delle persone che non hanno mai fatto politica soltanto per non darla vinta agli uni o agli altri. La serietà dell’impostazione politica - aggiunge - impone di trovare un candidato che ad oggi potrebbe, e ci metto tanto di condizionale, essere il più forte per battere Vendola».

Il flop della Maddalena dal G8 all’abbandono

Pubblicato da admin in gennaio - 28 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Repubblica:

soldi-americaniLA MADDALENA - C’era una volta l’isola che doveva essere e non è più. C’è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all’Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna - e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l’abbandono, l’incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop?

LE GRANDI INCOMPIUTE
Sono le due mega-opere costruite nell’ex Arsenale e nell’ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l’unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà - ; l’altra, l’hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse “incompiute” nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell’isola - già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell’imbarazzo di molti?

DOPO LA BEFFA I DANNI
Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell’Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull’isola “scippata” - come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell’ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un’area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. “Dopo il danno la beffa, e ora i danni”, chiosa l’assessore provinciale all’ambiente Pierfranco Zanchetta.

TUTTO IN MALORA
Entri nella hall dell’albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L’acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell’ex Arsenale militare - tra un po’ si avrà traccia solo sull’ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all’ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici “navali” di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l’umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell’hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. “Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne” dice Pio Palazzolo, memoria storica dell’isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna.

L’ARCHISTAR DELUSO
Accanto alla hall c’è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della “Casa sull’acqua” - o sala conferenze - la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall’architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell’ex Arsenale, costo, comprensivo dell’area delegati, 52 milioni e 100. “Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono”, ragiona Boeri. Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte - “per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese… Com’è la situazione adesso?”. Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell’Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall’aggettivo “affascinante” usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell’umidità. Poi c’è la “stecca”, un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l’aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo - che decorano gli angoli delle pareti esterne.

CATTEDRALE NEL DESERTO
A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? “Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com’era stato pensato”, dice ancora Boeri, “ottimista” ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l’opera che davvero preoccupa di più, è l’ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all’acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un’opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l’hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. “A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le spalle l’assessore Zanchetta - e che c’era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace”. Intanto è cresciuta l’erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po’ la Casa bianca. C’è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il “pacco” dell’hotel e levare le castagne dal fuoco? “La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell’ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione”.

CONTI ALLE STELLE
I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. “Volevamo rilanciare quest’isola, farla decollare come una Davos mediterranea - dice l’ex presidente della Regione Renato Soru - e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città”. E se invece andasse male, visto che l’aria non sembra delle più elettrizzanti? “Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte”. Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all’Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d’amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l’Arsenale. Dice Soru: “Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo alla Mita Resort - l’Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile”.

CHI CI HA GUADAGNATO
La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l’assegnazione della gestione dell’Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l’anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all’Aquila). Che cosa ci faranno ancora all’Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). “Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto”, promette il manager Vasco De Cet.

DUBBI DA CHIARIRE
C’è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l’assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un’indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell’arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell’800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania.

ACCAMPATI IN TENDA
Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c’è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell’Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. “Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente”. Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l’acqua sotto i piedi. “Questo è il mio G8″.

Fini-Casini: siamo una coppia di fatto

Pubblicato da admin in gennaio - 27 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Panorama:

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con Pierferdinando Casini, in una foto di archivio | (Ansa)

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con Pierferdinando Casini, in una foto di archivio | (Ansa)

Par di vederli assieme davanti alla tv, tifare ansimanti per l’amato Bologna: Pier Ferdinando Casini a destra, Gianfranco Fini, manco a dirlo, schierato a sinistra. Il Gatto e la Volpe della politica italiana. È così vero che il miglior amico di Fini, il suo pastore tedesco, una volta addentò senza pietà il polpaccio del suddetto felino democristiano nella tana della Volpe. La quale fu senz’altro perfida nell’invito: lo sanno tutti che cani e gatti non vanno d’accordo.

Non che Casini sia un’icona della bontà. Per un’intera legislatura, la 2001-2006, giocò pesante per far fuori Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi. Nascosto sotto le spoglie istituzionali di presidente della Camera, occultò da un lato la sponda con Fini, dall’altro con Marco Follini, l’oste del Gambero rosso nella favola di Carlo Collodi. Esempio: al congresso dell’Udc nel luglio 2005, Follini pronunciò un discorso di opposizione a Berlusconi assai più pesante di quelli di Romano Prodi, alias “il Colombo”.
Ma Casini quel discorso lo aveva letto e approvato in anticipo, premurandosi pure di avvisare Fini. E sapete chi prese pubblicamente le difese di Pinocchio, va da sé, il Cavaliere? Loro: il Gatto e la Volpe. Geniali.

I due hanno sospeso la frequentazione dopo la campagna elettorale per le politiche dell’aprile 2008. Gianfranco scelse Silvio dopo aver promesso a Pier amore eterno nemmeno tre mesi prima. “Siamo alle comiche finali” aveva decretato Fini il 9 dicembre 2007 in risposta al Berlusconi che stava quagliando il Popolo della libertà. Poi però, caduto Prodi, la Volpe annusò che il suo partito, la fu Alleanza nazionale, sarebbe deceduta sotto i colpi del Cavaliere. E dunque in una notte Silvio tornò eroe. Squagliando An dentro il Pdl. Mai abolendo però le vecchie pratiche, anzi amplificandole dallo scranno più alto della Camera.
Dal quale il presidente spara pallettoni di estrema sinistra contro il premier. La Volpe alla caccia.

E il Gatto? Escluso (o autoesclusosi, chissà) dal Pdl, è diventato randagio. Senza più una Casa (delle libertà), in un primo tempo ha mirato esclusivamente a sopravvivere, e alle politiche c’è pure riuscito. Ultimamente, causa elezioni regionali, per qualche posto per i suoi gattari, s’è messo a cercare una nuova abitazione. E s’acconcia un po’ qua un po’ là, nel Lazio verso la “destra” Renata Polverini, In Piemonte con la sinsitra Bresso, in Puglia con il terzo forno della Poli Bortone (verso la quale vorrebbe far convergere il Pdl); un po’ con la Volpe Fini, un po’ con la Marmottina Massimo D’Alema. Le fusa come strategia politica, il gatto s’è fatto micione.

Pinocchio, però, è impaziente. E dopo un simposio con la Fatina (Gianni Letta) e Mastro Geppetto (Umberto Bossi) ha decretato: mettiamo Casini fuori dalla coalizione per le regionali. A difendere Pier, guarda caso, è rimasto soltanto Gianfranco. La coppia è tornata, le partite del Bologna pure. Il finale della storia, invece, è ancora tutto da scrivere.

Chiamparino: «La giornata del sì-Tav L’Italia ha bisogno di quest’opera»

Pubblicato da admin in gennaio - 24 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlCorriere:

tav_torino-lione_01TORINO - Una manifestazione comunque bipartisan - anche se alla fine, «per ragioni politiche legate alla campagna elettorale, alcune forze del centrodestra non hanno partecipato» - per fare sentire la voce delle migliaia di persone convinte che la Tav rappresenti il futuro produttivo del Piemonte e dell’Italia. Lo ha detto il sindaco Chiamparino alla manifestazione del sì alla Tav organizzato al Lingotto. In una Sala Gialla gremita, nel centro fieristico da cui partì la campagna di Veltroni ‘I care’ nel 2000, i promotori della giornata dei sì alla Tav hanno spiegato le loro ragioni il giorno dopo la manifestazione in Val di Susa contro il progetto Torino-Lione alla quale hanno partecipato migliaia di persone. Fuori c’era solo un piccolo gruppo di pacifici contestatori con la scritta ‘I 4 della No Tav’. Tre di essi sono entrati e gli organizzatori hanno loro offerto la possibilità di parlare. «Non è una dimostrazione muscolare quella di oggi, tanto meno un braccio di ferro - ha detto Chiamparino - ma solo una grande occasione democratica per illustrare un’opera di cui l’Italia ha bisogno per stare sul mercato. Un’opera davvero bipartisan: infatti qui non c’è nessuna bandiera di partito. Un’opera bipartisan come furono il traforo del Frejus e in tempi più recenti la metropolitana di Torino, che, programmata decine di anni, fu oggetto degli stessi timori anche da parte degli ambientalisti e di cui invece i torinesi possono ora godere».

BRESSO - Alla manifestazione è intervenuta anche Mercedes Bresso. «La Tav è uno dei grandi progetti infrastrutturali italiani - ha detto il presidente della Regione Piemonte - quello che consentirà la circolazione delle merci sull’asse sud est, in un sistema che comprende anche i grandi porti di Marsiglia e Genova. Per il Piemonte e l’Italia vuol dire stare dentro i corridoi europei 5 e 24». «A chi protesta - ha aggiunto Bresso - dico che è legittimo esprimere la propria opinione ma non credo che competa agli abitanti delle valli dire se un progetto europeo si può attuare o meno. Se vogliono esprimere opinioni, partecipare alle discussioni perché il progetto sia il migliore possibile, siano benvenuti. Ma se il loro intervento diventa interdittivo sbagliano. Comunque sono una minoranza».

PRESIDIO A FUOCO - Nella notte, intanto, è andato a fuoco il presidio dei No Tav a Borgone di Susa (Torino). Secondo vigili del fuoco e carabinieri subito intervenuti sul posto si tratta di un incendio doloso anche se per ora non sono state trovate tracce. Per spegnerlo sono intervenute due squadre domare le fiamme che hanno praticamente distrutto il presidio.

Processo breve. Istituto di civiltà

Pubblicato da admin in gennaio - 24 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlFondo:

Roma, 21 gennaio 2010 – Da due giorni non si parla d’altro che dell’approvazione in Senato del Dl sul cosiddetto processo breve. Se ne parla di più di quell’obbrobrio che sta per essere anch’esso approvato e che prevede la privatizzazione della servizio di Protezione civile nazionale [leggi l'articolo di ieri in coda a questo].

La legge, che entrerà in vigore dopo che sarà approvata della Camera dei deputati, suscita perplessità, ma non è un obbrobrio giuridico.

Non è un obbrobrio, innanzi tutto, perché fra gli altri mali di cui soffre la giustizia italiana c’è anche quello degli iter processuali che durano spesso decenni. Se era stato necessario introdurre una legge, quella cosiddetta Pinto che prevedeva la possibilità di richiedere un risarcimento, fra i mille e duemila euro, per ogni anno di durata eccessiva di un processo, vuol dire che qualcosa non andava bene.

Se il Consiglio Europeo aveva più volte richiamato la giustizia italiana ad adeguare i tempi processuale a quelli “ ragionevoli” raccomandati dall’art. 6 della nota Convenzione sui diritti che così recita: «Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale», vuol dire, di nuovo, che il nostro sistema giudiziario era considerato fuori norma.

Ebbene, un correttivo è stato apportato con questa legge che stabilisce con precisione quali sono i “tempi ragionevoli” entro i quali devono essere celebrati i tre gradi di giudizio: 2 per il primo grado, 2 per il secondo, e uno per il terzo giudizio di legalità (Cassazione). 7 anni, insomma, per arrivare ad una sentenza definitiva, altrimenti subentra la prescrizione dei reati che prevedono pene fino a 10 anni di reclusione.

Lo scandalo, manco a dirlo, è che a varare il provvedimento sarà il governo presieduto da Silvio Berlusconi il quale, con ottime probabilità, vedrà qualche sua pendenza giudiziaria prescritta dalla nuova legge. Ma non possono essere sempre e solo gli interessi di Berlusconi a stabilire se un provvedimento è o non è giusto e necessario.

Un’altra legge ad personam? Può darsi. Stavolta, però, non gli si può imputare (a Berlusconi) l’esclusività del beneficio: la certezza dei tempi di giudizio è un istituto di civiltà pari a quello della certezza della durata della pena e vale per tutti, comprese le vittime.

Basta pensare che in Italia vige il principio del primato del processo penale su quello civile: la vittima di un reato che prevede risarcimento economico del danno subito, non può intraprendere iniziativa giudiziaria civile e quindi non non può essere risarcita, se non dopo che l’iter penale sia concluso o estinto. I “tempi ragionevoli” quindi, stabiliscono anche  una tutela ed un vantaggio in questo senso…

Semmai, c’è da opinare sul fatto che tra i reati esclusi dalla legge:  associazione per delinquere, incendio, pornografia minorile, sequestro di persona, atti persecutori, circonvenzione di persone incapaci, violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro e di circolazione stradale, traffico illecito di rifiuti, sia stato compreso quello di clandestinità, che ha per soggetto il cittadino straniero che si trattiene nel territorio dello Stato in violazione di un ordine di allontanamento o vi fa reingresso prima dello scadere del termine di divieto- solitamente fissato in 10 anni.

È un’equiparazione ai reati maggiori che francamente lascia interdetti.

Quando i giornalisti vanno a caccia di poltrone (da governatore)

Pubblicato da admin in gennaio - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Panorama:

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Il giornalista italo - egiziano Magdi Cristiano Allam (Ansa)

Non potevano mancare i giornalisti nella disputa per le regionali di fine marzo. Dopo David Sassoli, ex mezzobusto del Tg1 e ora eurodeputato con il Pd (di rito Franceschiniano), e l’ex notista politico della principale testata della Rai Francesco Pionati, ora deputato e leader di Alleanza di Centro, altri due “homines novi” sarebbero pronti a passare dal giornalismo alla politica, e questa volta per una poltrona più pesante: quella di governatore. Si tratta di un altro anchorman della prima rete, Attilio Romita, che potrebbe diventare l’asso nella manica del centrodestra per riconquistare la Puglia (in attesa che il governatore uscente Nichi Vendola venga confermato alle primarie avvicinando così l’Udc al Pdl) e dell’ex vicedirettore del Corriere della sera Magdi Cristiano Allam, già eurodeputato e candidato del centrodestra nella vicina Basilicata.

Almeno così ha annunciato lo stesso Allam giovedì sera durante la trasmissione Porta a porta, spiazzando non solo gli ascoltatori, ma soprattutto gli amici dell’Udc (che lo avevano accolto ed eletto, da indipendente, alle europee del 6 e 7 giugno 2009).
Ed è stato lo stesso giornalista egiziano ad annunciare la sua uscita dall’Udc all’Europarlamento, dove rimarrà nel gruppo del Ppe, e a confermare la sua corsa “verso la Presidenza della Regione Basilicata”.

Eppure, la candidatura di Allam non convince i vertici locali del partito (che gli preferirebbero il senatore Egidio Digilio), ed è considerata un “passo falso” dai finiani del Secolo d’Italia: “l’eurodeputato incarna velleità di intransigenza che nulla hanno a che spartire con la vocazione intimamente mediterranea e dialogante (basata su secoli di storia, oltre che sul buon senso) del nostro Mezzogiorno”.

Ancora non confermata per via ufficiale, la scelta di Romita – secondo il Corriere del Mezzogiorno sarebbe stato Silvio Berlusconi in persona a volerlo in squadra - potrebbe essere la mossa giusta per conquistare la Puglia, dove non convincono del tutto gli altri nomi in campo: Adriana Poli Bortone è osteggiata dall’area degli ex An, partito che l’ex sindaco di Lecce ha lasciato per fondare il movimento Io Sud”; mentre le quotazioni del capogruppo Pdl della regione, Rocco Palese, e del magistrato, Stefano Dambruoso, non hanno fatto passi in avanti.

Ma sia Allam che Romita non sarebbero certo i primi a passare dalle redazioni alla stanza dei bottoni.
Solo nelle aule del Parlamento italiano, oggi, ce ne sono 91, di cui 28 al Senato e 63 alla Camera. Tra loro, anche big della politica, come Massimo D’Alema e Walter Veltroni (entrambi ex direttori dell’Unità, quando era il foglio del Pci). O come il presidente della Camera Gianfranco Fini e il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, provenienti dal Secolo d’Italia.

C’è poi anche chi (soprattutto a sinistra) ha fatto il viaggio, redazione-Parlamento, di andata e ritorno. Come l’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, ex giornalista Rai, costretto a chiudere ha finito il suo mandato con qualche mese in anticipo, causa “scandalo trans”. E per lui pare sia pronto un incarico a viale Mazzini. Perché mamma Rai sa essere generosa con i suoi “pupilli” a cui non è andata bene la carriera politica.

Già è successo a Piero Badaloni, anche lui alla guida della regione Lazio nel 1995 per poi tornare in Rai, dopo la sconfitta contro Francesco Storace, per fare il corrispondente dall’estero e il direttore fino al 2009 di Rai International. E Santoro? Pure Michele chi? ha provato a fare il deputato europeo nel 2004 con la lista Uniti per l’Ulivo, ma dopo un anno se n’è tornato a fare il mattatore in televisione con AnnoZero (che ha acceso le telecamere nel 2006).

Per finire, Lilli Gruber: anche lei parlamentare europea per Uniti per l’Ulivo nel 2004, ha però, più diligentemente di Santoro, finito il mandato nel 2008, decidendo di non ricandidarsi col Pd e lasciando la Rai per La7, dove conduce Otto e mezzo.

“Foto con una trans a Parigi e Lapo pagò 300mila euro”

Pubblicato da admin in gennaio - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Repubblica: MILANO - La vittima principale dei fotoricatti, ancora una volta, è lui: Lapo Elkann. Come nella prima inchiesta “vallettopoli”, anche nella nuova indagine del pm Frank Di Maio sulle estorsioni ai danni dei vip da parte dei paparazzi spunta il nome del rampollo della famiglia Agnelli. Sarebbe stato lui a pagare la cifra più alta, 300mila euro, perché fosse ritirato dal mercato un servizio che lo ritraeva quest’estate al Bois de Boulogne, un parco di Parigi, in compagnia di una trans. Lo ha raccontato, nel corso degli interrogatori, uno dei quattro fotografi indagati nell’inchiesta, riferendo anche di aver sentito dire che il servizio sarebbe stato ritirato dal settimanale “Chi?”, diretto da Alfonso Signorini. L’episodio sarebbe stato alla base della rottura tra Elkann e la sua fidanzata.

Di Maio sta verificando la veridicità del racconto. Così come sta acquisendo informazioni su un altro possibile tentativo di estorsione: quello che riguarda il ministro della Giustizia Angelino Alfano, ritratto alle Maldive durante le ultime feste natalizie mentre prende il sole con i familiari. A tentare il colpaccio sono stati Max Scarfone e Maurizio Sorge, due dei paparazzi indagati a Milano. Il servizio è stato pubblicato senza foto da Oggi, che racconta anche di come i due fotografi abbiano tentato di eludere il servizio d’ordine ma siano stati respinti. Qualche scatto, però, sarebbe stato rubato comunque e sarebbe stato proposto a “Chi”, che però non l’avrebbe pubblicato. Alle Maldive in quei giorni c’era anche il ministro Ignazio La Russa, che però smentisce di essere stato paparazzo e tanto meno di aver ricevuto richieste in denaro. Stessa precisazione arriva anche da fonti vicine al ministro Alfano: “Non ci risulta che siano in circolazione foto che ritraggono il guardasigilli in costume da bagno e non c’è stato alcun contatto con fotografi intenzionati a pubblicarle”. Tra le vittime dei fotoricatti ci sarebbe anche Silvia Toffanin, ex letterina di Passaparola, e attuale compagna di Piersilvio Berlusconi. Per lei sarebbe stato pagato, anni fa, un compenso di 200mila euro. Anche in quel caso il servizio sarebbe stato proposto a “Chi?”. La circostanza però non è stata ancora verificata del tutto dagli investigatori.
Insomma, al centro delle trattative ci sarebbe stato, in più di un’occasione, Signorini. Il potente direttore, in stretti rapporti con il premier Silvio Berlusconi, potrebbe essere sentito nei prossimi giorni, com’era già successo durante la prima tranche dell’inchiesta, quando depose davanti a Di Maio come persona informata dei fatti. Ieri s’era diffusa la voce che il pm lo avesse interrogato ma dalla procura è arrivata una secca smentita, così come è stato negata la sua iscrizione nel registro degli indagati. Di lui, però, hanno parlato a lungo i fotografi interrogati dal pm. L’avvocato Silvia De Luca, legale di Sorge, precisa però che il suo assistito “nega di aver accusato in alcun modo Signorini. E comunque Sorge si dichiara estraneo a questi ricatti, non avendo partecipato in alcun modo, non essendo nemmeno, nella maggior parte dei casi, l’autore delle foto, alle presunte estorsioni”.

Tra le ipotesi al vaglio della procura c’è anche la possibilità che la Spy One, l’agenzia fotografica con la quale collabora, dall’inizio del 2009, Sorge, fosse collegata con Signorini attraverso il giornalista Gabriele Parpiglia, il suo collaboratore. Una circostanza, però, che Alan Fiordalmondo, titolare della Spy One, nega con decisione: “Tra noi e Parpiglia ci sono solo contatti professionali come ce ne sono con tanti altri giornalisti”. Ieri, inoltre, si è appreso che nell’inchiesta c’è un quarto indagato: si chiama Massimiliano Fullin ed è il titolare del sito internet www.710games. com (che si occupa di giochi d’azzardo on line). L’uomo è appena stato assolto dal giudice per le indagini preliminari di Potenza nell’ambito dell’inchiesta sui vip del Pm John Woodcock. Nei giorni scorsi, inoltre, nell’ufficio di Maio si è presentato Fabrizio Corona per fornire alcune puntualizzazioni su uno dei venti episodi al centro della nuova inchiesta. Il re dei paparazzi, anche lui assolto a Potenza e assistito dall’avvocato Giuseppe Lucibello, era stato convocato anche per far luce su un altro episodio nel quale è coinvolto, lo spaccio di banconote false. Poi il colloquio si è spostato sui contenuti della nuova inchiesta. E l’indagine, che si basa, oltre che sulle intercettazioni, anche sulle dichiarazioni del fotografo Fabrizio Pensa sull’esistenza della diffusione di un “metodo Corona” in molte agenzie fotografiche milanesi, ha preso il volo.

Le foto e i ricatti: «Un servizio ritirato con 300 mila euro»

Pubblicato da admin in gennaio - 22 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlCorriere:

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MILANO — Cifra record di 300 mila euro per ritirare un servizio fotografico imbarazzante ed evitare che finisse sui giornali. A pagarla è stato un personaggio famoso colto da un paparazzo in situazioni non proprio edificanti. È uno degli episodi al centro dell’inchiesta sui presunti ricatti a base di scatti fotografici e sul sistema dei «ritiri» avviata dal pm milanese Frank Di Maio. Questa vicenda è stato uno degli argomenti emerso dagli interrogatori che il magistrato ha fatto in questi giorni nell’ambito dell’inchiesta nata all’inizio del 2008 quando, durante da un’intercettazione di un’indagine su un traffico di droga, gli investigatori ascoltarono due persone parlare proprio di un ritiro di foto. L’episodio dei 300 mila euro non è l’unico.

Tra le carte del pm Di Maio ne compaiono almeno un’altra ventina, per pagamenti di decine di migliaia di euro. Uno riguarderebbe un importante uomo politico la cui fotografia paparazzata, più sconveniente che imbarazzante, sarebbe stata acquistata per evitare che finendo sui giornali facesse una pubblicità negativa. Ci sarebbe anche una persona molto vicina a un altro uomo politico e poi vari personaggi dello spettacolo. Accanto a veri e propri ricatti fatti attraverso minacce più o meno esplicite, si fanno luce episodi di malcostume professionale, legati al fatto che le immagini invece di seguire il percorso fotografo-agenzia-giornale di gossip, e lì fermarsi, talvolta sono finite ai soggetti ritratti dopo che questi avevano tirato fuori i soldi. Di Maio ha indagato quattro persone per estorsione. Sono i fotografi Max Scarfone, balzato alle cronache per il caso Marrazzo, e Maurizio Sorge e Carmen Masi, titolare della Photo Masi, agenzia che trattò il filmato sul governatore del Lazio.

Tutti sono stati interrogati martedì fino a tarda sera dal pm che ha chiesto di spiegare come funziona il sistema delle agenzie e dei rapporti con i settimanali di gossip. Le indagini di Di Maio potrebbero presto allargarsi anche a personaggi del giornalismo che lavorano nel settore del «rosa» e che hanno o avrebbero avuto un ruolo attivo nei ritiri. Indagato anche un altro paparazzo. «La Photo Masi non ha mai venduto foto direttamente ai privati, ha sempre trattato con direttori di giornali e uffici stampa delle aziende. Se poi le foto non venivano pubblicate e perché, noi ne ne sappiamo nulla», dichiara Eller Vainicher, legale dell’agenzia milanese. Dopo essere stato interrogato a lungo lunedì, ieri Corona si è presentato in Procura con il suo difensore, l’avvocato Giuseppe Lucibello, per alcune puntualizzazioni. Il 10 dicembre fu condannato a Milano a tre anni e otto mesi per tre estorsioni tentate e una compiuta. Fu assolto da altre tre imputazioni. Mercoledì ha incassato a Potenza il proscioglimento nel filone principale di Vallettopoli, per il quale era finito in carcere: «Comincia una mia piccola rivincita perché è stata fatta giustizia».

Giuseppe Guastella

Il Pdl lancia Brunetta: sindaco a Venezia

Pubblicato da admin in gennaio - 21 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlGiornale:

brunetta

Roma - Il parlamentino del Pdl, riunito a Palazzo Grazioli, inizia i lavori dopo le 20 di sera e prosegue fino a notte inoltrata: sul tavolo la spinosa questione delle candidature alle prossime elezioni amministrative ma soprattutto il nodo delle alleanze. Il dilemma principale è il seguente: il Pdl deciderà o meno di fare Casini? Tradotto: quale ruolo avrà l’Udc nella tornata elettorale di fine marzo quando si voteranno i presidenti di 13 Regioni su 20? Su questo punto, a dispetto delle critiche sul partito caserma, il Pdl discute, polemizza, a tratti litiga. Quasi tutti concordano nel criticare la scelta di Casini del «doppio forno» ma, forse per la prima volta, nel partito emergono e si fanno sentire più anime sul come trattare i centristi. I più critici nei confronti di un’intesa sono Scajola, Giovanardi e Bondi. Per quest’ultimo Casini è «in distonia con la nostra concezione del bipolarismo». Più possibilisti gli altri, seppur con differenti sfumature: dalle aperture più o meno convinte di Cicchitto a quelle più decise di Alemanno e dei finiani. Di fatto, alla fine, si decide di dare la delega al presidente Berlusconi per le decisioni finali, coadiuvato dai tre coordinatori nazionali.

Durante il summit si decide anche di attendere su alcune questioni e di rimandare le scelte definitive di una settimana. Al conclave, presieduto da Berlusconi, i tre coordinatori nazionali La Russa, Bondi e Verdini; i ministri, i presidenti dei senatori e dei deputati Gasparri e Cicchitto, il sindaco di Roma Alemanno e il commissario Ue Tajani. Viste le tante ipotesi ancora in campo, l’ufficio politico del Pdl opta di chiedere ai coordinatori di presentare, entro sette giorni, una rosa di nomi definitiva per gli aspiranti governatori. Tuttavia, qualche decisione di peso è stata presa.

All’inizio del vertice lo stato maggiore del partito sottoscrive la richiesta di Berlusconi di candidare a sindaco di Venezia il ministro Renato Brunetta perché, si legge in una nota diramata durante i lavori, «è una personalità politica di primo piano del Pdl. Per questa ragione, il presidente Berlusconi, a nome dell’intera coalizione, gli ha chiesto di accettare la candidatura» e anche perché Brunetta «è un veneziano autentico e appassionato verso la sua città che subisce da anni un grave declino e merita finalmente una guida capace di valorizzare le enormi potenzialità». Un nome pesante, pesantissimo per il dopo Cacciari, in grado di sbaragliare sulla carta qualsiasi avversario. Il cui nome verrà scelto con le primarie tra tre opzioni: Laura Fincato, Giorgio Orsoni e Gianfranco Bettin. Altro nome forte e noto al grande pubblico è quello di Magdi Allam, giornalista di origine egiziana, naturalizzato italiano e dato in uscita dall’Udc. Sebbene il suo nome nei giorni scorsi fosse circolato come possibile candidato-solitario per i centristi in Lombardia, ieri è parso spendibile come rappresentante pidiellino in Basilicata.

Un’ipotesi, questa, non ancora ufficializzata. Confermata la fiducia a Stefano Caldoro in Campania, è fumata nera per il candidato in Puglia: pur restando in campo l’ipotesi (sempre più flebile) del ticket formato dall’ex magistrato Stefano Dambruoso e dal capogruppo Pdl in Regione, Rocco Palese, paiono in salita le quotazioni del giornalista televisivo Attilio Romita, ex Tg1 e Tg2. Via libera anche all’ex direttore del Resto del Carlino e deputato Pdl Giancarlo Mazzuca in Emilia. In attesa di ufficializzazione invece, i candidati per Toscana, Umbria e Marche.

E mentre dal partito arriva l’ok definitivo alla prossima nomina a sottosegretario del leader del Movimento per l’Italia Daniela Santanchè, il Pdl si tormenta sul rapporto con l’Udc di Casini. Sebbene Berlusconi continui a ritenere opportunistica la strategia dei centristi, non è detto che le intese coi centristi siano compromesse del tutto. In Calabria, per esempio, dopo una prima ipotesi di un candidato governatore con targa Udc (Roberto Occhiuto, ndr) per il centrosinistra, sembra che i centristi possano convergere sull’uomo forte del Pdl, Giuseppe Scopelliti.FCr

Schifani: «Craxi vittima sacrificale»

Pubblicato da admin in gennaio - 19 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlCorriere:

berlusconi_craxi_ladestra2ROMA - Bettino Craxi fu la «vittima sacrificale» offerta per risolvere una crisi «morale e istituzionale» che riguardò «l’intero sistema politico». Il presidente del Senato, Renato Schifani, lo dice durante un convegno organizzato alla biblioteca di Palazzo Madama in occasione del decimo anniversario della morte del leader socialista.«A ciascuno di noi - dice Schifani - il compito di riflettere su Craxi e su una stagione drammatica che non ha consentito di valutare con serena obiettività comportamenti diffusi, non solo nelle responsabilità personali». Secondo il presidente del Senato «per Craxi non ci furono sconti. Ha pagato più di ogni altro colpe che erano di un intero sistema politico».

LA CELEBRAZIONE - Schifani ricorda che «Craxi per la sua cultura non concepiva la politica al di fuori dei partiti e, pur avendo più di ogni altro compreso le fragilità e la necessità di una riforma del sistema, ad esso rimase fino all’ultimo fedele». Il presidente del Senato cita «quel famoso intervento» pronunciato da Craxi il 2 luglio 1992 alla Camera: «Un forte richiamo alla responsabilità collettiva di tutti gli attori del sistema politico di allora di fronte alla crisi morale, istituzionale ed economica che toccava in quei giorni il suo momento più alto».

Bettino Craxi: la vita

Bettino Craxi: la vita Bettino Craxi: la vita Bettino Craxi: la vita Bettino Craxi: la vita Bettino Craxi: la vita Bettino Craxi: la vita Bettino Craxi: la vita

«Una crisi - sottolinea Schifani - legata anche a fenomeni diffusi di corruzione della vita pubblica e che, come si vide negli anni seguenti, chiuse l’esperienza della “Repubblica dei partiti”, segnandone la fine. Una crisi che vide offerta, da un ceto politico intimorito ed esausto, come “vittima sacrificale”, la figura dello statista che qui oggi ricordiamo. E da qui l’aggressione (non solo morale), il processo, la condanna, la forte determinazione a trascorrere gli ultimi anni di vita all’estero e la morte che lo colse in terra straniera». Schifani conclude: «Ritengo che gli anni trascorsi ci consentano di esprimere oggi quel giudizio storico più sereno e obiettivo che quei momenti drammatici ormai lontani non consentirono di dare».

Brunetta sulle orme di Tps: “Bamboccioni? Fuori di casa a 18 anni, per legge”

Pubblicato da admin in gennaio - 19 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Panorama:

brunetta

E i bamboccioni tornano al centro delle polemiche.
Polemiche che durano da tempo: come un fiume carsico hanno viaggiato nascoste, in questi anni.

Da quando cioè, era il 2007 e Prodi era al governo (un’era fa), l’attacco ai Tanguy all’italiana (dal caustico film francese su un ventottenne mammone che accumulava lauree pur di non lasciare i genitori), o in altre parole i “bamboccioni”, venne dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che, impegnato a illustrare i benefici della manovra finanziaria, si lancò in una filippica contro i ragazzi che stanno ancora attaccati alla sottana di mamma. “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa”, sintetizzò con estrema brutalità e molta ironia Padoa-Schioppa davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato: “Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. È un’idea importante”, si giustificò l’allora titolare del Tesoro.
Ma la sua battuta fu giudicata “infelice” sia dalla destra che dalla sinistra (che lo bacchettarono, in modo bipartisan) e dagli stessi trentenni della Rete (qui, qui e qui).

Passano due anni (appunto, un’era), al governo c’è Berlusconi, e a prendersela contro uno dei “malcostumi” degli italiani, lanciando l’idea di fare “una legge per far uscire di casa i ragazzi a 18 anni” è il ministro Renato Brunetta, intervistato da una radio (Rtl). Il titolare della Pubblica amministrazione prende spunto dalla sentenza del tribunale di Bergamo che condanna un artigiano di 60 anni a pagare gli alimenti alla figlia di 32 anni ma da otto anni fuori corso all’università.

Il ministro, che ora si è ravveduto e dice di vergognarsi ancora” perché “fino a quando non sono andato a vivere da solo era mia madre che la mattina mi rifaceva il letto”, propone “un po’ scherzando” una legge che obblighi i giovani ad uscire di casa appena compiuti 18 anni. Per la verità, Brunetta stesso aggiunge poi che i bamboccioni sono in realtà vittime di un sistema di cui sono responsabili i genitori, ma la provocazione non passa inosservata neanche stavolta.

Onestamente, sarebbe una proposta difficile da praticare quella del ministro: chi dovrebbe obbligare i genitori a cacciare di casa i figli a 18 anni? Chi li manterrebbe? Lo Stato? E perché mai il governo dovrebbe farlo? Tutte domande che si pone anche un collega di Brunetta, il ministro Roberto Calderoli che rimprovera “all’amico Brunetta di averla fatta fuori dal vaso”; mentre il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini: “È innegabile che i ragazzi abbiano difficoltà a trovare un lavoro” spiega. “Figuriamoci un alloggio per conto loro, e non li si può definire bamboccioni per questo”.

Ma Brunetta non dimentica di citare colui cui appartiene il copyright della definizione “bamboccioni”: “Ho condiviso Padoa-Schioppa quando ha stigmatizzato la figura dei bamboccioni” spiega Brunetta “anche se quella sua invettiva mancava di un’analisi più complessa”. E allora: “ci sono i bamboccioni” dice Brunetta, “perché le università funzionano male, perché il welfare funziona male e perché si dà più ai padri che ai figli“.

Prendendo per buona l’analisi del ministro, Giorgia Meloni, responsabile del dicastero della Gioventù, risponde con un’altra provocazione: “Una legge per imporre ai baby-pensionati, a chi è andato in pensione a 40 anni, di dare indietro i soldi presi finora“, in modo da creare opportunità per i giovani e consentire loro di andare via di casa. Perché, dice il ministro della Gioventù, “i bamboccioni saranno al massimo un 10%. Gli altri non se ne vanno semplicemente perché non possono. Ce ne sono tanti che magari parlano perfettamente due lingue straniere e si devono accontentare di contratti di lavoro temporanei e di 15mila euro l’anno con i quali è difficile mantenersi”.

Processo Mediaset, la difesa del premier chiede tempo per eventuale rito abbreviato

Pubblicato da admin in gennaio - 18 - 2010 ADD COMMENTS

salva_berlusconiTratto da Repubblica: MILANO - Udienza, oggi a Milano, per uno dei processi che coinvolge Silvio Berlusconi: quello sui diritti televisivi di Mediaset. Il premier, con una lettera, ha spiegato che i suoi impegni gli impediscono di presenziare in aula. Ma la mossa più importante è quella avanzata oggi da uno dei suoi difensori, Niccolò Ghedini: il legale ha chiesto il termine per valutare l’eventualità di ricorso al rito abbreviato. Anche a dibattimento iniziato, come nel caso in questione. I giudici della prima sezione penale si sono ritirati in camera di consiglio, per decidere sulla richiesta.

L’iniziativa di Ghedini è stata formulata sulla scorta della sentenza della Corte Costituzionale che aveva giudicato parzialmente illegittimi gli articoli 517 e 516 del Codice di procedura penale, nella parte in cui non è consentito il rito abbreviato in presenza di contestazioni suppletive in dibattimento. Nel dibattimento in corso a Milano il premier è imputato per i presunti fondi neri creati da Mediaset attraverso la compravendita di diritti televisivi e cinematografici. Alla richiesta dei difensori dell’imputato si è opposto il pm Fabio De Pasquale.

Quanto all’assenza di Berlusconi, ai magistrati è arrivata una comunicazione con cui lui annuncia di rinunciare espressamente alla sua presenza in aula stamani e che, quindi, l’udienza può procedere anche in sua assenza. Il premier spiega anche che era sua intenzione rendere dichiarazioni spontanee, ma che i suoi legali gli hanno spiegato che questo sarebbe stato “processualmente inaccettabile”, in quanto vi sono tuttora delle attività istruttorie in corso. Nel testo il premier fa riferimento  ad “accadimenti sopravvenuti e ben noti” che hanno notevolmente modificato la sua agenda.

L’udienza di oggi è la prima dopo la bocciatura del lodo Alfano da parte della Corte costituzionale.

Franceschini, falco o colomba? “Facciamo insieme la grande riforma”

Pubblicato da admin in gennaio - 18 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da Panorama:

Dario Franceschini capo dei deputati del Pd

Dario Franceschini capo dei deputati del Pd

“Berlusconi riconosca solennemente che su tutto ciò che attiene alle regole democratiche, cioè i regolamenti parlamentari, la legge elettorale e le riforme costituzionali, si può procedere solo con un’intesa fra maggioranza e opposizione. Se questo riconoscimento arriva, noi siamo pronti a discutere. Cominciando, anche subito, da una riforma dei regolamenti della Camera”. Tra gli artigli del “falco” Dario Franceschini, 51 anni, ex segretario del Pd e ora presidente dei deputati, spunta un esile ramoscello d’ulivo.

Mentre Silvio Berlusconi annuncia l’intenzione di procedere a tutto vapore sulle riforme della giustizia, e il leader dell’opposizione Pier Luigi Bersani risponde alzando il ponte levatoio, Franceschini indica un sentiero, in verità strettissimo, per evitare lo scontro frontale tra i due schieramenti.
Perché mai Berlusconi, che dispone di una solida maggioranza parlamentare, dovrebbe rinunciare a farla valere, magari per finire impantanato in una interminabile discussione?
Berlusconi, per una volta, pensi agli interessi generali: qui c’è di mezzo la stabilità del Paese. Se in ogni legislatura la maggioranza si fa le leggi che vuole, l’Italia sarà condannata a un’instabilità perenne. Perché poi la maggioranza successiva le disfarà, e in ogni caso c’è la possibilità d’indire un referendum su tutte le modifiche costituzionali…
Che non siano approvate con i due terzi dei voti…
E questo, appunto, sarà il caso delle riforme che dovessero essere varate dal solo centrodestra in questa legislatura. È già successo con la “devolution”: loro l’approvarono nella quattordicesima legislatura, gli italiani la cancellarono col referendum.
Berlusconi sembra pensare a un doppio tavolo: è disponibile all’accordo con l’opposizione su tutto, ma se sulla giustizia non c’è l’intesa, quel treno viaggia comunque. Che ne pensa?
Impostazione inaccettabile. Non è possibile modificare un pezzo di Costituzione con noi e un altro pezzo senza di noi.
Però il processo breve e il legittimo impedimento non richiedono leggi costituzionali, come il lodo Alfano e la riforma dell’immunità parlamentare.
Io dico no a tutti e quattro i provvedimenti per dire sì al rispetto del principio inviolabile dell’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Potenti compresi.
Sia realista: vuole che Berlusconi accetti la logica del tavolo unico per le riforme senza chiedere almeno una norma che lo tuteli dai processi?
Non esiste possibilità di scambio. Del resto, per Berlusconi sarebbe come ammettere che a lui interessano esclusivamente le norme per i suoi processi, mentre a noi interessa la riforma delle istituzioni.
Il legittimo impedimento è in discussione alla Camera. L’opposizione del Pd diventerà ostruzionismo?
Il gruppo del Pd si opporrà in tutte le forme possibili.
C’è una prova di “buona volontà” che lei può dare subito all’altro schieramento?
Si parla da tanti anni di riforma dei regolamenti parlamentari. Noi del Pd siamo pronti a ragionare subito su una serie di interventi che diano al governo maggiori certezze sui tempi, bilanciate da un più incisivo potere di controllo e di iniziativa legislativa dell’opposizione. Una parte delle modifiche potrebbe entrare in vigore da subito e un’altra, più strutturale, nella prossima legislatura. Oggi non sappiamo chi governerà e quindi chi ne trarrà vantaggio.

di Stefano Brusadelli

Ratzinger alla sinagoga di Roma Il rabbino capo: parlerò di Pio XII

Pubblicato da admin in gennaio - 14 - 2010 ADD COMMENTS

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Tratto da IlCorriere:

ROMA - «Non è ancora deciso, ci stiamo ancora riflettendo, ma in qualche modo durante la visita parlerò di Pio XII. C’è modo e modo, ma ne parlerò». Lo ha detto il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni all’Ansa. Di Segni ha incontrato mercoledì alcuni giornalisti in vista della visita di papa Ratzinger in Sinagoga domenica prossima 17 gennaio. «Bisognerà vedere anche - ha aggiunto - se ne parlerà anche lui e in che modo».

IL RITORNO - «Il fatto che un papa - ha continuato Di Segni -, dopo Giovanni Paolo II, torni in Sinagoga è un segno di continuità rispetto al passato. Soprattutto dopo tutte le discussioni che ci sono state». «Questa continuità è il valore di base della visita. Dimostra che papa Ratzinger non vuole tornare indietro. Almeno dal punto di vista della simbologia mediatica. A questo si aggiunge poi quello che avverrà dopo, ciò che ci si dirà e ciò che si potrà fare in base al clima che questi eventi creano».

«CONVIVERE NELLA DIVERSITA’» - «Sarà un incontro di pace, amicizia e rispetto reciproco. Ma soprattutto di esempio: come si può convivere anche nella diversita», ha continuato il rabbino capo. «Dare un segnale in questa città e dire che si può essere anche di opinioni differenti, che si può discutere su certe cose del passato per le quali abbiamo anche opinioni radicalmente opposte, questo è il fine. Abbiamo delle responsabilità e questo - ha spiegato Di Segni - è il valore dell’incontro». (fonte: Ansa)

 La storica visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma nel 1986 quando fu accolto dall'allora rabbino capo Elio Toaff (Ansa)

 

 

 

 

La storica visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma nel 1986 quando fu accolto dall’allora rabbino capo Elio Toaff (Ansa)

Fini, nuovo monito al governo “Non detti agenda alle Camere”

Pubblicato da admin in gennaio - 12 - 2010 ADD COMMENTS

fini_berlusconi_ladestraTratto da Repubblica: ROMA - Torna a fare sentire la sua voce. Difendendo il ruolo del Parlamento come già aveva fatto in passato. Gianfranco Fini pronuncia il suo altolà a quella che definisce “una visione mitologica della democrazia”, che induce a ritenere “che la funzione di governo si traduca automaticamente in un’agenda legislativa predefinita e a senso unico in cui il potere esecutivo, soprattutto con il ricorso all’uso distorto, sotto vari profili, della decretazione di urgenza, tende a limitare, o peggio a soffocare il libero dibattito parlamentare sulle grandi decisioni della politica pubblica”. Non è la prima volta che Fini agita questo tema. E non è la prima volta che le sue parole sono lette come una critica diretta all’azione di un governo che, spesso e volentieri, ricorre alla fiducia per blindare i provvedimenti.
 
“La legittimazione democratica a governare - prosegue Fini - non è infatti solo un dato iniziale che scaturisce dalle urne, ma si rafforza giorno dopo giorno nell’affrontare e nel risolvere i problemi sempre nuovi e inattesi che si presentano sul terreno concreto dei bisogni della collettività”.
 
Ricendica l’importanza del rapporto quotidiano” tra governo e Parlamento, Fini e legge in questa dialettica la giusta strada “per far valere di fronte ai cittadini la responsabilità per le decisioni che si prendono durante l’intero arco della legislatura”. “E’ solo attraverso questo confronto quotidiano che le iniziative politiche del governo e della sua maggioranza diventano come richiede la costituzione ‘politica nazionale’, cioè quella unitaria sfera deliberativa in cui tutte le forze politiche sono chiamate a concorrere con metodo democratico” conclude il presidente della Camera.
La reazione dell’esecutivo non tarda ad arrivare. E si capisce che la nuova sortita di Fini non sia stata gradita. “Questo governo è la chiara espressione di una maggioranza politica e parlamentare. Non deve destare timore se il governo sviluppa una spiccata capacità di iniziativa politica rispetto al Parlamento” dice Francesco Giro, sottosegretario ai Beni culturali. “Se c’è una crisi della centralità del Parlamento questo non è da ascrivere ad un attacco del governo al parlamento” rincara il ministro dei rapporti con il Parlamento, Elio Vito. Dall’opposizione, invece, arriva il plauso del Pd. “Il centrodestra intenda andare per la sua strada a testa bassa continuando a interpretare la legittimazione elettorale come potere assoluto” commenta il democratico Michele Ventura.

Le privatizzazioni come arma politica

Pubblicato da admin in gennaio - 11 - 2010 ADD COMMENTS

prova-a-privatizzare-noi_fondo-magazineFabrizio Fiorini: Nel corso di una recente trasmissione televisiva che accampa, senza vergogna alcuna, pretese di ereticità, il maggiore esponente del maggiore partito dell’opposizione di Sua Maestà incalzava il ministro dell’economia Giulio Tremonti contestandogli svariate circostanze di cattiva gestione delle finanze pubbliche. Il ministro, con uno dei suoi coup de théâtre abituali e incisivi - ma, ahinoi, spesso sconclusionati - fece presente al suo interlocutore e al pubblico che le cause all’origine dei mali contingenti che affliggono l’economia nazionale sono da cercarsi altrove; ebbe inoltre il coraggio (fuor di metafora) di affermare che sarebbe ora di scrivere, in Italia, una storia delle privatizzazioni, di chi le ha fatte e perché, di chi ci ha guadagnato e come. D’improvviso il guareschiano politicante d’opposizione di cui sopra si è ammutolito, ed è dovuto intervenire il conduttore della trasmissione che, non disponendo (forse a causa dei ‘tagli’ alla Rai) di nani, ballerine e giocolieri, si è dovuto accontentare di sviare il discorso con l’ausilio di un attempato vignettista, sovrapponendo alle parole del ministro, con fare circense, un “facciamo entrare Vaurooo!”.

Quanto sopra, al di là della trita e ritrita aneddotica che contraddistingue le grigie figure della politica e dell’informazione nazionali, valga per esemplificare come di privatizzazioni non sia d’uopo finanche parlarne. Non siamo certo ai livelli della religio holocaustica, ma di vero e proprio Verbo privatizzatore - che negli ultimi lustri risuona con forza sempre maggiore - si può e si deve iniziare a parlare, considerate l’intangibilità di cui gode tale teoria socioeconomica e come questa sia ormai considerata parte integrante delle strutture produttive degli Stati o di quello che ne rimane. Tant’è che se il solo parlare di “partecipazioni statali” può far storcere il naso all’illuminato esperto, al lucido economista o al ligio politicante, a parlare addirittura di “nazionalizzazione” e “socializzazione” quasi quasi si viene accompagnati direttamente al patibolo.

E’ un drammatico dato di fatto che la disgregazione dell’economia sociale, la privatizzazione e l’assunzione, da parte di potentati non autoctoni, del controllo delle leve dell’economia e delle risorse delle nazioni siano fenomeni che sono storicamente andati di pari passo con le dinamiche imperiali, coloniali, belliche e prevaricatrici degli Stati Uniti d’America e della loro putrescente appendice, bonariamente definita “Occidente democratico”. Occorre però distinguere, a seconda della fase storica, del collocamento geografico e del contesto internazionale, molteplici modalità attraverso le quali queste dinamiche hanno preso forma, aprendo le porte al controllo imperialista dell’economia degli Stati e strutturandosi in un processo politico conosciuto appunto come privatizzazione. Prendiamo ad esempio, ai fini esemplificativi, tre modelli relativi a tre diversi teatri di guerra economica.

Il modello irakeno. Alla fine di quella che viene impropriamente definita “seconda guerra irachena” (che nella realtà non è stata altro che l’ultima sanguinosa fase di un più che decennale conflitto imposto alla nazione sovrana e socialista dell’Iraq), le strutture dello Stato vennero integralmente soppresse per essere sostituite con delle catene di comando coloniali funzionali alle velleità di completo controllo che gli Stati Uniti manifestarono nei confronti di quel disgraziato Paese. Tale processo fu talmente rapido e radicale che fece sollevare dei dubbi relativi alla sua efficacia persino all’interno dei centri decisionali politico-militari che si erano resi responsabili dell’aggressione e della guerra; non furono infatti pochi quanti - soprattutto tra i militari - lamentarono delle difficoltà nella gestione ordinaria dell’occupazione (ordine pubblico, servizi essenziali) una volta che anche i vigili urbani e i consorzi agrari erano stati aboliti per legge. Tuttavia questa manovra - per quanto considerata azzardata anche dai più insospettabili - permise agli occupanti di incamerare sotto la loro gestione privata la totalità delle ingenti risorse naturali di cui è ricca la nazione irachena, e segnatamente delle risorse petrolifere. Queste risorse, che fintanto che l’Iraq è stato un Paese sovrano erano gestite dallo Stato attraverso il Ministero del Petrolio, finirono quindi nella loro interezza nei rapaci artigli delle compagnie petrolifere internazionali legate agli interessi occidentali e nordamericani, i quali misero in atto il sistematico saccheggio che è ancora in corso. E’ stato quindi, quello iracheno, un caso in cui non si può propriamente parlare di privatizzazione di strutture preesistenti, poiché queste strutture - funzionali, nonostante il rigido embargo internazionale - vennero preventivamente soppresse. L’intera nazione irachena si trovò quindi, perinde ac cadaver, re-integrata in nuove istituzioni politiche ed economiche create ad hoc e nate “già privatizzate” nelle mani delle multinazionali facenti gli interessi degli aggressori.

Il modello jugoslavo. Alla fine della campagna di massicci bombardamenti che per tre mesi martoriò le repubbliche jugoslave di Serbia e Montenegro nella prima metà del 1999, gli aggressori, per quanto fossero riusciti a strappare il Kosovo e Metohija dalla madrepatria con la forza delle armi e con la violenza etnica, erano ben lungi dal poter levare al cielo i loro sordidi canti di vittoria. Nonostante la tanto decantata vittoria militare, infatti, a Belgrado il governo “nemico”, guidato dal presidente Milošević e sostenuto dal Partito Socialista, dalla Sinistra Unita e dal Partito Radicale[1], teneva, e teneva anche bene. Forte, oltre che di un innegabile consenso popolare, di una gestione statale dell’economia e di una mirata prassi socialista di gestione delle risorse, il governo jugoslavo riuscì, nonostante le sanzioni e il conseguente stato di obsolescenza dell’apparato produttivo aggravato da tre mesi di incursioni aeree, a tenere ben salde le redini dello Stato e a garantire ai cittadini gli essenziali servizi che potevano assicurare la più che dignitosa sopravvivenza. Per gli americani e i loro accoliti, quindi, nel cuore dell’Europa restava un ‘buco nero’ che non intendeva piegarsi e che proseguiva nella sua politica di sovranità, indipendenza e vicinanza con la Russia e coi Paesi non -allineati ai dettami di Washington. Quale migliore scenario per non tentare una “rivoluzione colorata”? Detto fatto: allestiscono una accurata e martellante campagna di disinformazione internazionale, addomesticano ulteriormente i mezzi di informazione locali più legati alla prezzolata opposizione, investono qualche milione di dollari, raccattano in giro per l’Europa un po’ di teppaglia da scatenare sulle strade e, a poco più di un anno dal rientro ad Aviano dell’ultimo bombardiere, Milošević cade. Quale è stato il primo organismo istituito dal nuovo governo collaborazionista? Una commissione per il risarcimento delle vittime della dittatura? Un ente per il ripristino della libertà di stampa? Un gruppo di lavoro per l’appianamento delle discriminazioni etniche? Niente di tutto ciò, bensì un’ Agenzia per le privatizzazioni. Le attività di questa agenzia, che ha la responsabilità di aver svenduto il patrimonio di una nazione, erano e sono mirate a permettere l’accaparramento delle più appetibili imprese statali da parte delle solite sanguisughe con la maschera da filantropo. Tutto ciò si è abbattuto come una scure sulla già indebolita economia locale: in Serbia infatti, a causa di una conservazione della prassi giuridica realsocialista, fino al 2000 (cioè quando qui da noi si privatizzavano anche i bottoni della divisa della fanfara dei Carabinieri) erano a partecipazione statale non solo i settori strategici dell’economia, ma appartenevano allo Stato anche i ristoranti e i negozi di abbigliamento. Imprese che, a differenza di quelle appartenenti al settore degli idrocarburi, delle miniere o dei tabacchi, erano di scarso interesse per i grandi investitori internazionali, e finirono quindi o nelle mani di loschi personaggi legati alla criminalità locale o sulla via della liquidazione. I posti di lavoro perduti si contarono a decine di migliaia.

Il modello italiano. Il caso dell’Italia relativamente alle privatizzazioni si configura nei termini di scontro interno all’imperialismo o, come qualcuno potrebbe sostenere, in seno a uno schema mentale marxiano, tra imperialismo primario e imperialismo secondario. La fine del secondo conflitto mondiale, che segnò l’inizio dell’egemonia anglo-statunitense sulla nostra nazione, non fu largamente contraddistinta da un processo di privatizzazione della nostra economia, almeno non nelle modalità descritte nei precedenti casi. Un esempio: i beni mobili e gli ingenti beni immobili che erano appartenuti alla Gioventù Italiana del Littorio furono conferiti alla gestione del Ministero della Pubblica Istruzione. Tuttora sono numerose le scuole e gli istituti che hanno fisicamente sede negli edifici che avevano ospitato le dismesse strutture sociali, educative e sportive dell’organizzazione giovanile fascista. Per svariati decenni le istituzioni repubblicane hanno sono state prosecutrici di una pur timida politica ‘statalista’ che riuscì a conservare, fino all’ultimo decennio del secolo scorso, una partecipazione della sfera pubblica nella politica economica della nazione, almeno relativamente al settore strategico: comunicazioni, trasporti, energia. Pensiamo inoltre alle politiche abitative, al “Piano Casa” dell’Ina e di Fanfani. Nei primi anni Novanta le centrali decisionali d’oltreoceano stabilirono che tutto ciò era di troppo, che nessuno spazio doveva più essere lasciato alla tutela della sovranità delle nazioni, pur se già ampiamente sottomesse, e che nessuna gestione delle risorse potesse ricusare i diritti di predazione delle imprese private, apolidi, allogene o ‘nazionali’ che siano. Per rendere tutto ciò possibile fu necessario esautorare una classe dirigente che, per quanto in larga parte oltremodo servile, non rispondeva più ai canoni richiesti dal nuovo corso di predazione economica. A tal fine fu organizzata una manovra a tenaglia. Da una parte un ristretto gruppo di rappresentanti del mondo finanziario italiano e internazionale che, con l’incomprensibile benevolenza di Nettuno, incrociando sul Tirreno a bordo del Britannia, stabilirono la svalutazione della lira e la dismissione/svendita del patrimonio industriale dello Stato; dall’altra, una magistratura sapientemente indirizzata e una piazza facilmente sobillata scoprirono che i nostri politicanti sgraffignavano qualche milione dai fondi pubblici[2]. Non solo si era spianata la strada a una nuova classe politica, più ricettiva al nuovo Verbo privatizzatore, ma si era inculcata nel popolo la convinzione che l’intervento dello Stato nell’economia fosse l’origine del male da estirpare. Il resto è storia dei nostri giorni.

I tre modelli citati si differenziano nell’analisi contestuale, ma sono accomunati da varie analogie. Il primo si svolge in un contesto di guerra guerreggiata, e il processo di privatizzazione dell’economia viene esperito come risultato degli eventi bellici, come prezzo stabilito da pagare per la sconfitta. Nel secondo ci troviamo in una cosiddetta “rivoluzione colorata”, in cui il saccheggio viene sbandierato ai quattro venti come scelta economica vincente e viene edulcorato proponendolo come conseguenza di istanze politico-umanitarie. Nel caso italiano la guerra guerreggiata era finita da un pezzo, e di rivoluzione colorata non si può propriamente parlare. C’è chi parla di “guerra occulta”: nascosta nel Palazzo, efficace e incruenta (siamo in Europa occidentale, nel ‘salotto buono’; e il salotto buono non si sporca). Ma che è stata comunque capace di mietere le sue vittime. Le più illustri? Il lavoro, il senso dello Stato, la libertà di autodeterminarci come nazione.

Ma non possono uccidere la nostra volontà di ribellarci. Non possiamo permetterglielo.
[1] A scanso di equivoci e per eccesso di zelo: niente a che vedere con Emma Bonino e Giacinto Pannella…
[2] Esistono centinaia di migliaia di persone che credono fermamente che Craxi sia morto in esilio perché aveva finanziato illegalmente il suo Partito o anche sé stesso. Sono gli stessi che credono che Mattei sia morto perché gli si era guastato lo spinterogeno. E’ preferibile ricordare, parlando della caduta di Craxi, di quando prendeva la parola ai congressi dell’Internazionale Socialista, e la delegazione dei laburisti israeliani abbandonava i lavori…

Quella sovranità della moneta in mani private

Pubblicato da admin in gennaio - 11 - 2010 ADD COMMENTS

bancaamicaii9di Ida Magli - Il Giornale : Abbiamo ricominciato a tremare per le Banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle Banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. E’ così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d’Italia non è per nulla la “Banca d’Italia”, ossia la nostra, degli Italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche Centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di “federale”), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche Centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca Centrale Europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.

Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto “signoraggio”, ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere “in prestito” dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori.* Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. E’ vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei “caduti” per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti, (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato i provvedimenti che autorizzavano lo Stato a produrre il dollaro in proprio.

Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. E’ questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.

Ida Magli

* Nota bibliografica essenziale:

Agnoli, Carlo Alberto: La Moneta , Dio o Mammona? in: “Chiesa Viva” n. 204 e 205, Brescia, Editrice Civiltà
Auriti, Giacinto: L’ordinamento internazionale del sistema monetario, Chieti: Solfanelli Ed., 1985
Della Luna, Marco - Miclavez, Antonio: Euroschiavi, Casalecchio: Arianna Editrice, 2007
Icke, David: E la verità vi renderà liberi, Diegaro di Cesena: Macroedizioni, 2001
Lannutti, Elio: La Repubblica delle Banche, Bologna: Arianna Editrice, 2008
Mullins, Eustace: The Secrets of Federal Reserve, Wyoming: McLaughlin, 1993
Santoro, Giuseppe: Banchieri e Camerieri - sovranità monetaria e sovranità politica, Cusano Milanino: Sc. Ed. Barbarossa, 1999
Ziegler, Jean: La privatizzazione del mondo, Milano, Il Saggiatore, 2006

Regionali, Bersani sulle primarie “No dove la destra è già in campo”

Pubblicato da admin in gennaio - 11 - 2010 ADD COMMENTS

bersani_ladestraTratto da repubblica:  MILANO - Le primarie “sono un’opportunità e non un obbligo”. Lo precisa il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, durante una conferenza stampa a Malpensa. “Il partito non è un notaio che stila il regolamento delle primarie, decidono le assemblee regionali”. E a proposito del Lazio, Bersani chiarisce che in casi come questo dove “la destra è già in campo, dobbiamo privilegiare l’immediatezza e l’efficacia della proposta”.Il Pd, dice Bersani, ”non e’ un partito notaio” e proprio per questo, sull’opportunità di promuovere le elezioni primarie per decidere i candidati da schierare alle prossime regionali, saranno le assemblee del partito a decidere ‘’se, come e dove farle”. E’ il ragionamento sviluppato dal segretario del Pd che valuta le primarie ”non un vincolo, ma un’opportunità”. Un’opportunità, da valutare territorio per territorio, ”perché alla fine - ha puntualizzato Bersani in evidente polemica con la Lega Nord - il vero partito federalista siamo noi”.

Di certo, aggiunge il segretario, ”adesso dobbiamo privilegiare la messa in campo di candidati forti”. Sulla questione, aggiunge, ”i lavori sono in corso” e le candidature ‘’sono in dirittura d’arrivo in 8-10 regioni”. I nodi piu’ difficili da sciogliere restano quelli del Lazio e della Puglia. Sulla possibilità di schierare la Bonino nel Lazio, Bersani spende parole di apprezzamento nei confronti dell’esponente radicale: ”La ritengo una fuoriclasse e una donna fuori dagli stereotipi”. Quanto al ‘caso’ Puglia, ”gli organismi di partito - dice Bersani - prenderanno le loro decisioni, garantendo il massimo allargamento di competitività del nostro schieramento”.

Sirchia e l’alt al fumo nei locali pubblici: «Martino si offese, D’Alema ce l’ha fatta»

Pubblicato da admin in gennaio - 11 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlCorriere:

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La legge compie cinque anni. L’ex ministro che l’ha varata: «Fini? Mi ha deluso, ma poi ha smesso»

ROMA— La delusione? «Fini. Quando entrò in vigore la legge mi disse: ne approfitto, smetto. Durò tre giorni. Peccato. Col suo fascino sarebbe stato un testimonial fantastico».

D’Alema ce l’ha fatta.
«Eh sì, lo so. Adesso Gianfranco ha rismesso. Gli ho fatto gli auguri, sa, ha figli piccoli».

Il nemico giurato? «Antonio Martino, collega di governo. Gran fumatore. Mi faceva certe critiche pesanti! Da liberal si riteneva offeso dal divieto».

Il conforto più grande? «I ferrovieri della linea Milano-Roma: prima di me, li stavano ammazzando col fumo passivo. Ancora oggi quando salgo in carrozza vengono a ringraziarmi, tutte le volte».

Dopo cinque anni e innumerevoli miliardi di sigarette non accese a causa sua, Girolamo Sirchia non è pentito: «La rifarei la legge, sì. E magari un po’ più restrittiva. Non darei la possibilità di aprire spazi per i fumatori nei locali, perché in Italia anche questo è diventato un abuso: i ristoranti consentono di fumare e mangiare contemporaneamente e i camerieri vengono intossicati». Era il 10 gennaio del 2005 quando questo ematologo milanese dal papà meridionale e comunista («ne ho visti tanti di comunisti in casa, mai piaciuti…»), ministro tecnico del secondo governo Berlusconi, fece passare la norma che avrebbe cambiato il modo di stare insieme degli italiani: fumo vietato nei luoghi di lavoro e di svago.
Il Paese si divise, pro e contro di lei. La fermavano per strada?
«Sì. Cittadini che mi dicevano: non smettere di lottare».

Nessun insulto?
«Non dalla gente. Ricordo due o tre giornalisti».

Nomi.
«Ferrara».

In verità Ferrara la difese, ci sono gli articoli in cui le dava atto, da fumatore incallito, di averlo costretto a ridurre.
«Bah, magari mi confondo con lo scontro successivo, sull’alimentazione e l’obesità. Giuliano mi diceva che volevo fare il talebano».

I radicali la chiamavano Mullah Girolamo.
«Bravo, ricordo! Poi c’era il “Giornale”, con Facci…».

Qualcuno scrisse sul «Tempo» che lei era di sinistra.
«Ma si può? Altri tirarono in ballo Gentile e lo stato etico. C’era questo filone anti-proibizionista. Poi c’era l’opposizione non ideologica, ma di interessi. Ricordo la campagna di Billé e della Confcommercio».

Non ci credo che tra la gente comune non ci fosse nessun fumatore a mandarla al diavolo.
«Nessuno. Il 10 gennaio 2005 andai all’Harry’s Bar di via Veneto a festeggiare la nascita della legge».

E…?
« . .. al massimo ricevetti qualche educata lamentela».

Beh, i gestori di ristoranti non l’amavano molto.
«All’inizio. Perché temevano di perdere clienti. Poi scoprirono che venivano clienti nuovi: cardiopatici, asmatici…».

…un’intera casa di cura, insomma.
«Dico davvero. Ero a Napoli, da “Ciro a Mergellina”. E la vedova di Ciro mi disse: sulo voi ci avete riuscito! Non la smetteva di abbracciarmi e di baciarmi».

Lei ha mai fumato?
«Purtroppo sì. Infatti ho la bronchite cronica anche se ho smesso da quarant’anni».

Aveva il mito di Bogart, ho letto.
«Macché. Grande attore, per carità. Ma proprio per il fatto che propagandava il fumo non mi è mai piaciuto».

Con Umberto Veronesi vi siete scambiati il testimone nella lotta a bionde e toscani.
«No».

No?
«Lui ci ha provato, io ci sono riuscito».

Ad aprile 2008 lei è stato condannato a tre anni per tangenti sulla sanità.
«Credo ci sia stata parecchia politica in quella condanna».

Pensa di aver pagato per dell’altro? Magari per la legge antifumo?
«Non ho prove per dirlo. Vedremo l’appello a febbraio».

Rifarebbe il ministro un giorno?
«Sì, ma con la libertà che avevo allora. L’esecutivo è sempre meno esecutivo. E poi, posso dire?».

Dica.
«I politici di professione non dovrebbero fare i ministri, perché sono condizionati dal consenso». Perbacco, solo tecnici come lei? «Proprio così. A me infatti del consenso non è mai importato un bel nulla».

Goffredo Buccini

Regionali, la Lega ha già vinto: in Piemonte e Veneto sceglie Bossi

Pubblicato da admin in dicembre - 17 - 2009 ADD COMMENTS

Tratto da Panorama:

Il leader della Lega Umberto Bossi (ANSA/BRAMBATTI)

Il leader della Lega Umberto Bossi (ANSA/BRAMBATTI)

Alla fine l’ha spuntata la Lega che si porta a casa un bel regalo di Natale. Anzi due. I candidati di centrodestra per il Piemonte e Veneto, infatti, non saranno due membri del Pdl, ma due uomini del Carroccio. Questa la decisione comunicata dall’ufficio di presidenza del Popolo delle libertà, riunito a Palazzo Grazioli (assente, per ovvie ragioni, il pradrone di casa, Silvio Berlsuconi, raggiunto telefonicamente poco prima della riunione dai tre coordinatori Ignazio La Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi), che ha snocciolato le prime candidature ufficiali per leregionali che si terranno il 28 e 29 marzo 2010Il Carroccio esulta: “Il Pdl ha rispettato i patti”, ha commentato il sindaco di Treviso,Giancarlo Gobbo. A rimanerci male, invece, è stato il governatore uscente Giancarlo Galan: “Considero quanto avvenuto peggio di un tradimento e cioè un errore“, ha detto ai cronisti, pochi minuti prima dell’annunciazione delle candidature, preannunciando una sua bocciatura. “Come più volte ripetuto mi prenderò il tempo necessario per riflettere tentando di capire regole e modalità di un modo di fare politica che non condivido ma che posso tentare di comprendere“, ha aggiunto Galan.

E nel Veneto soffia il vento della scissione nel Pdl. Dario Bond, consigliere regionale e fedelissimo di Galan, ha fatto sapere cheall’interno del Pdl si formerà un raggruppamento che avrà come riferimento il presidente uscente, ”con l’obiettivo di contrastare il successo elettorale della Lega”. Tra le ipotesi, anche quella di una lista Galan dentro la coalizione. Lo stesso Bond, infatti, ha ribadito l’impegno suo e degli amici di Galan di verificare le condizioni per creare, anche nel Veneto, un’esperienza politica alla ”Cdu bavarese”.

Per ora il posto del “doge” se lo contendono in due, entrambi della scuderia leghista: il sindaco di VeronaFlavio Tosi, e il ministro alle Politiche agricole, Luca Zaia. Quanto al suo successore, i giochi sono ancora aperti. L’eventuale corsa di Zaia apre però un problema all’interno del governo e cioè l’assegnazione della poltrona di ministro. Le intenzioni dei lumbard sono di conservare l’Agricoltura in quota leghista, ipotesi peròancora da discutere con il resto degli alleati.Per questo sembrano salire le quotazioni di Tosi.

Per il Piemonte, tuttavia, il nome che circola da mesi come possibile sfidante del governatore uscente del Pd, Mercedes Bresso, è quello del capogruppo alla Camera della Lega, Roberto Cota. Tornando alle decisioni prese a Palazzo Grazioli, è stata confermata la candidatura, per altro già ampiamente annunciata, di Roberto Formigoni, che tenterà ilquarto mandato consecutivo in Lombardia, e anche quella di Renata Polverini, la segretaria dell’Ugl molto vicina alla corrente di An, che dovrebbe avere strada facile in Lazio, dopo lo scandalo Marrazzo che ha penalizzato il centrosinistra (che ancora sta cercando un candidato di spessore, visto il rifiuto del presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti).

Nome gradito, quello della Polverini, anche al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che si è detto “soddisfatto” per una candidatura in grado di “creare uno schieramento ampio sul territorio e sulla Regionefortemente competitivo“.

In Calabria, la scelta del Pdl è ricaduta su Giuseppe Scoppelliti, sindaco di Reggio Calabria, che l’ha spuntata su Bernardo Misaggi, medico di mamma Rosa Berlusconi, e che proverà a conquistare la poltrona occupata da Agazio Loiero, governatore uscente del Pd.

In Liguriail centrodestra conferma Sandro Biasotti, che forte dei risultati dell’ultimo scrutinio tenterà di riprendersi il posto perso cinque anni fa. Difficile il nodo della Campania, dove il Pdl, così riporta il Giornale citando fonti interne alla maggioranza, sta attendendo la decisione definitiva della Cassazione sul caso del sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino, che si era candidato per il centrodestra e al quale era stato chiesto di fare un passo indietro (soprattutto dai finiani).

Rinviate poi le decisioni anche sulle regioni meridionali con l’obiettivo di agganciare l’Udc. Non è mistero infatti che lo stesso Berlusconi abbia insistito più volte sulla possibilità di poter siglare intese locali con i centristi. E la scelta del candidato Pd della Puglia potrebbe essere l’occasione. Già, perché Casini potrebbe andare con il centrodestra nel caso il centrosinistra candidasse di nuovo il governatore uscente Nichi Vendola.

Schifani: “Fb più pericoloso di gruppi anni ‘70″

Pubblicato da admin in dicembre - 17 - 2009 ADD COMMENTS

censura-ladestraTratto da Repubblica: ROMA - Dopo gli annunci degli ultimi giorni (norme per regolare le manifestazioni di piazza, ma soprattutto per controllare di più i contenuti sul web) il Consiglio dei ministri ha scelto di non scegliere. Il disegno di legge che doveva contenere le nuove disposizioni è stato solo citato in una relazione del ministro dell’Interno, Roberto Maroni. ”Ulteriori approfondimenti’ andranno studiati, si è detto, anche se il Cdm, all’unanimità, è si è mostrato d’accordo nel presentarlo “con alcuni aggiustamenti”. “In quanto a internet - è stato deciso - dobbiamo arrivare a sanzionare chi supera determinati limiti”.

E’ quanto ha spiegato stamane al termine della riunione a Palazzo Chigi il ministro per le Infrastrutture, Altero Matteoli. ”Serve un ulteriore approfondimento ed oggi - ha aggiunto - si è proceduto solo a un primo avvio di discussione, anche se c’è sostanziale accordo sul varo dell’iniziativa di legge”.

Lo stesso Matteoli ha poi spiegato che si tratta di ”consentire la possibilità di manifestare senza disturbi gravi che garantiscano tutti”. La difficoltà tecnica della normativa sta nel ”non mettere sullo stesso piano, ad esempio, chi disturba gravemente con chi fischia…”. Per quanto riguarda Internet serve, invece, ‘’sanzionare chi supera determinati limiti”. Ma a quali limiti ci si riferisca, ancora non si sa.

A dare un’idea di quel potrebbe essere il “limite” da imporre ai contenuti che viaggiano in Rete è stato il presidente del Senato, Renato Schifani, il quale ha affermato, in sostanza, che Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari degli anni 70. La seconda carica dello Stato non sembra avere dubbi sul contenuto di alcuni messaggi che si leggono sul network americano.

“Si leggono dei veri e propri inni all’istigazione alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti. Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune frange”. Durante la cerimonia di auguri a Palazzo Giustiniani, Schifani ha espresso sintonia con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di voler usare una legge e non un decreto per mettere ordine nel web. “Una cosa è certa - ha sottolineato - qualcosa va fatto perchè non si può accettare che si pubblichino istigazioni all’odio violento”.

LE REAZIONI

L’Italia dei Valori. “Schiafani la pensa come Ahmadinejad, HU Jintao e Al Bahir, i presidenti di Iran, Cina e Sudan, dove Facebook è messo al bando”. Lo afferma il presidente del gruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.

“Al presidente del Senato - ha detto - ricordiamo che Facebook non è un pericolo per la democrazia, ma una preziosa risorsa, un social network per la circolazione delle idee e delle conoscenze, per l’aggregazione e la socialità. Solo i regimi totalitari e oscurantisti vedono in internet un pericolo, per tutti gli altri è una ricchezza.

Non sentiremo mai il presidente Obama, pure oggetto di pesanti campagne sul web, invocare la censura di facebook e della rete come fa invece il nostro governo. Evidentemente in Italia c’è ancora una pesante arretratezza culturale rispetto alle nuove tecnologie, o forse paura della libertà”.

“Il nostro Paese - ha concluso il capogruppo Idv - non è né l’Iran, né la Cina né il Sudan, per quanto riguarda il diritto alla libertà d’espressione e d’informazione. Difenderemo l’articolo 21 della Costituzione ed impediremo a questo governo di imbavagliare la rete”.

Articolo 21. “Al Presidente del Senato manderemo una bibliografia dettagliata di Facebook, perchè forse è leggermente confuso sul valore e il ruolo dei social network”. Lo dice il direttore di “Articolo21″, Stefano Corradino, in un editoriale sul sito commentando la dichiarazione del Presidente Schifani, che ha descritto Facebook come “più pericoloso dei gruppi anni ‘70.

Corradino ha riaffermato che Facebook “non solo non è un fenomeno tutt’altro che residuale (sono iscritti 10 milioni di utenti della rete in Italia e 350 milioni in tutto il mondo) ma la rete, e quindi Facebook è uno straordinario spazio di libertà, che non può essere sottoposto a un editto censorio nè messo sotto il controllo di un Esecutivo”.

“Probabilmente - prosegue Corradino - il presidente del Senato, nel criticare Facebook sulla sua presunta capacità di autoalimentare odio, fa riferimento ad una delle tante iniziative promosse dagli alleati della Lega, primo fra tutti il figlio del leader Umberto Bossi, allorchè inventò un gioco per ‘rimbalzare’ le navi dei clandestini fuori dalle coste italiane…”.

“In ogni caso - conclude il direttore di Articolo21 - l’impresa del presidente del Senato e di altri che si stanno a adoperando per limitare o chiudere Facebook non sarà facile. Chi ha provato, purtroppo riuscendoci, a cacciare giornalisti come Biagi e Santoro e sta tentando di imbavagliare quotidiani come Repubblica e l’Unità e giornalisti come Travaglio, avrà qualche difficoltà in più ad imbavagliare 10 milioni di persone che, quotidianamente e autonomamente, dialogano su questo social network e che, a parte alcuni casi isolati, sono promotori di importanti campagne di libertà”.

Libertiamo.it. “Le preoccupazioni del presidente del
Senato riflettono una realtà che non esiste, solo perché, banalmente, Facebook non è ciò che Schifani pensa che sia”. E’ questo il commento della redazione di “Libertiamo.It”, la rivista online dell’associazione presieduta dal deputato del Pdl, Benedetto Della Vedova.

“Ci sono tante parole sul Web - si legge nell’articolo - molte cose intelligenti e molte cose stupide, ma sono sempre e soltanto parole, che tutti possono leggere e che tutti possono segnalare alle autorità, se si ritiene che rappresentino un’istigazione alla violenza o un’apologia di reato”.

“Dire che facebook (non alcuni gruppi di Facebook, ma proprio Facebook!) è pericoloso - continua “Libertiamo.It” - significa sostenere che è pericolosa la libertà di comunicare e scambiarsi idee. A ritenere pericolosi i social network sono i regimi totalitari, non le democrazie come la nostra”.

Maroni: “Pronti a oscurare siti” Il governo valuterà la proposta

Pubblicato da admin in dicembre - 15 - 2009 ADD COMMENTS

censura-ladestraTratto da repubblica: ROMA - “Valuteremo soluzioni idonee da presentare al prossimo consiglio dei ministri” per consentire “l’oscuramento dei siti che diffondono messaggi di vera e propria istigazione a delinquere”. E’ il passaggio del discorso con cui il ministro Maroni alla Camera riponde alla polemica nata per la presenza in rete di siti - soprattutto pagine su Facebook - che inneggiano all’azione di Tartaglia a Milano.E Maroni aggiunge: “Nel rispetto di chi usa i social network con finalità pacifiche, il governo sta facendo approfondimenti tecnici per una legislazione per contrastare in modo più efficace episodi di violenza nelle manifestazioni pubbliche” nel rispetto delle norme vigenti e sulla “falsariga” di quelle adottate per prevenire la violenza negli stadi”. Maroni ha detto di “accogliere l’invito del presidente della repubblica, giorgio napolitano, perchè si fermi la pericolosa esasperazione della polemica politica e si torni a un civile confronto tra le parti”.

Nella discussione in aula la posizione di Maroni è stata contestata da Casini. “Guai a promuovere provvedimenti illiberali”, dice il laeder dell’Udc: “Le leggi esistenti già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la Rete”.

Il processo Dell’Utri entra nel vivo, oggi la deposizione dei fratelli Graviano

Pubblicato da admin in dicembre - 11 - 2009 ADD COMMENTS

caso-dellutri-ladestraTratto da Repubblica: Nell’aula della Corte d’Appello di Palermo l’attesa testimonianza dei capimafia, citati per confermare le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza, un tempo loro killer di fiducia. Spatuzza, ascoltato dalla corte a Torino il 4 dicembre scorso, ha sostenuto che la mafia cercò negli anni delle stragi nuovi referenti politici in Dell’Utri e per suo tramite in Silvio Berlusconi. Gli avvocati del senatore Pdl chiedono il rinvio della deposizione dei boss mafiosi

 

La Corte d’appello di Palermo che celebra il processo al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, ha respinto l’istanza della difesa dell’imputato che aveva chiesto l’acquisizione dei verbali di interrogatorio resi ai Pm di Firenze, dopo la deposizione al dibattimento del pentito Spatuzza, dei capimafia Filippo e Giuseppe Graviano.

La squadra di calcio palermitana della Bagicalupo, che giocava negli anni ‘70 in un campionato minore, non era una squadra di mafiosi. Ci giocava anche il procuratore Grasso”. Lo ha detto il senatore Marcello Dell’Utri parlando con i giornalisti. Dell’Utri ha detto di avere conosciuto Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, condannato per mafia proprio alla Bagicalupo. E ha aggiunto: “Fu allievo mio, Grasso mi conosce, sa chi sono. La realtà è che fanno di ogni erba un fascio e la sentenza di primo grado è scritta dalla Procura, sulla quale il Tribunale si è appiattito”.

“Il senatore di quei pizzini non sono io”. Lo ha detto il senatore Marcello Dell’Utri, in una pausa del processo, parlando del ‘pizzino’ inviato dal boss Bernardo Provenzano a Vito Ciancimino in cui si parlerebbe di un senatore. Secondo Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, quel senatore sarebbe proprio Dell’Utri.

Dell’Utri si sfoga con i giornalisti: “Mi volete dare o no questa sentenza? Altrimenti resto impiccato ai pregiudizi. E’ chiaro che, continuando così le cose, ho i nervi scoperti”.

“E’ scandaloso quanto detto ieri ad ‘Annozero’. Erano tutte cazzate. Le date relative all’arresto di Vittorio Mangano erano tutte sbagliate”. Lo ha detto il senatore Marcello Dell’Utri, in una pausa del processo riferendosi alla trasmissione andata in onda ieri sera su Raidue in cui si è parlato anche del suo processo. “Mi sono stancato -ha detto conversando con i giornalisti- il processo stava per finire quando ci hanno buttato dentro tutta questa spazzatura che fa solo perdere tempo. Perchè non si cercano i veri responsabili delle stragi?”.

Il rinvio della deposizione dei boss mafiosi Filippo e Giuseppe Graviano è stato chiesto dai legali del senatore Marcello Dell’Utri nel processo d’appello che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli avvocati del senatore, presente in aula, hanno parlato di un “condizionamento del processo dall’esterno” dopo avere appreso di un nuovo interrogatorio dei boss mafiosi Graviano “dopo l’interrogatorio del pentito Spatuzza a Torino”. Per l’avvocato Alessandro Sammarco “è un atteggiamento molto grave”.

In merito alle richieste della difesa di acquisire quel verbale di interrogatorio dei Graviano che sarebbe stato reso dopo la deposizione di Spatuzza a Torino, Gatto ha detto “nessuno di noi conosce cosa i pm hanno chiesto ai Graviano dopo la dichiarazione di Spatuzza, e quindi non si capisce come la Corte possa acquisirne i verbali non conoscendone il contenuto”. In merito alle richieste dell’avvocato Sammarco, di acquisire pure un verbale, omissato da Firenze, reso da Spatuzza ai pm di Firenze, il pg Gatto ha detto: “Dobbiamo fidarci dei pm di Firenze che hanno ritenuto di omissare quelle parti”.

“Non sapevo che i pm di Firenze avessero interrogato i fratelli Graviano dopo l’udienza di Torino”. Lo ha detto il procuratore generale, Antonino Gatto, al processo d’appello al senatore Pdl Dell’utri, replicando alle accuse mosse questa mattina in aula dalla difesa del senatore.

E’ cominciata, davanti alla seconda sezione della corte d’appello di Palermo, l’udienza del processo al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa.

Il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri è giunto nell’aula della Corte d’Appello di Palermo. Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha scherzato con i giornalisti, molti dei quali hanno preso posto nel banco normalmente riservato agli imputati: “Vedo che siete tutti imputati, è il posto giusto per voi”, ha sorriso il senatore che si è poi avvicinato ai suoi avvocati.

C’è molta attesa per la deposizione dei fratelli Graviano, che potrebbero semplicemente avvalersi della facoltà di non rispondere, oppure scegliere di collaborare con la giustizia, chiarendo la natura di una supposta ‘garanzia’ fornita da Dell’Utri e dal premier Berlusconi.

I capimafia Giuseppe e Filippo Graviano e il boss Cosimo Lo Nigro, testimonieranno stamane in videoconferenza, dopo la citazione della corte d’appello di Palermo, nel processo al senatore Pdl Marcello Dell’Utri accusato di concorso in associazione mafiosa.

Così il partito dei giudici scavalca il parlamento

Pubblicato da admin in dicembre - 9 - 2009 ADD COMMENTS

Tratto da IlGiornale:

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Milano - I giudici contro il legislatore. I giudici al posto del legislatore. I giudici baricentro del Paese. L’ultimo caso arriva dall’estremo lembo d’Italia: Siracusa. Il procuratore Ugo Rossi mette sotto inchiesta il comandante della motovedetta che la scorsa estate aveva fermato in acque internazionali un barcone con settantacinque clandestini e l’aveva riaccompagnato al punto di partenza, in Libia. Il Giornale racconta la storia: il comandante credeva di applicare la legge, invece la Procura la pensa diversamente. Rossi legge e rilancia al Tg1: «Il comandante doveva riportare gli immigrati in un porto italiano dove c’è l’apposita commissione che valuta chi ha diritto a chiedere l’asilo». E l’accordo, il sofferto accordo raggiunto con la Libia per riconsegnare i barconi bloccati lontano dalle nostre coste? Per Rossi non vale. Anzi, si scopre che oltre al comandante sono indagati, per violenza privata e violazione delle norme sull’immigrazione, «tutte le persone che hanno avuto un ruolo nella vicenda fino ai funzionari del ministero dell’Interno».

Ma sì, le toghe cancellano, riscrivono, correggono e addirittura creano le norme. A volte strillano, a volte usano la penna, il risultato è sempre lo stesso: quel che il governo di turno, di destra ma non solo, ha elaborato viene impacchettato e spedito in soffitta. È una vecchia storia che si ripete. Il 7 marzo ’93 è Francesco Saverio Borrelli, allora uno degli uomini più potenti d’Italia, a tuonare contro il decreto Conso, il cosiddetto colpo di spugna. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro raccoglie il grido di dolore e non firma. Il decreto finisce nel cestino. Il 14 luglio ’94 è il pool, ancora guidato da Antonio Di Pietro, a mobilitarsi: Di Pietro parla in tv contro il decreto Biondi, alias salvaladri, e anche il testo scritto dal Guardasigilli del governo Berlusconi si arena e affonda.

Potere di interdizione ma non solo. Il Parlamento sforna la legge sulle rogatorie? L’intramontabile Borrelli è ormai a un passo dalla pensione, ma è ancora in sella e incita i colleghi all’attacco: «Neutralizzeremo i guasti della legge», come fosse stata scritta da dilettanti allo sbaraglio.

È sempre stato così. Una parte della magistratura è capace di sedurre pezzi importanti dell’opinione pubblica e se ne serve come di un ariete per colpire il Palazzo. Nel 2003 il Parlamento vara uno scudo che è una coperta corta, ma è pur sempre una protezione per le più alte cariche dello Stato. Del resto dopo la ventata giustizialista dei primi anni Novanta, l’immunità non esiste più e il Lodo Schifani è meglio di niente. Ma la magistratura non lo digerisce e dai tribunali di tutta Italia piovono eccezioni di legittimità costituzionale. Sia chiaro, lo strumento è corretto, ma il risultato è evidente: il Parlamento fa le leggi che il partito dei giudici - magistratura ordinaria più Corte costituzionale - tira giù. Così il Lodo Schifani viene fatto a pezzi; la maggioranza di centrodestra incassa il colpo e cinque anni dopo ripresenta una versione aggiornata del Lodo che questa volta si chiama Alfano e riguarda le prime quattro cariche dello Stato. Il Parlamento ha davanti la sentenza della Consulta, scrive la norma quasi sotto dettatura del Quirinale, corregge il testo qua e là. Ma i meccanismi e i rapporti di forza non sono cambiati: i giudici portano la legge alla Consulta e la Consulta l’abbatte di nuovo rimettendo in moto la ruota dei processi contro il premier. I parlamentari, almeno quelli della maggioranza, si sentono presi in giro: nel 2004 la Corte aveva mosso autorevoli obiezioni alla norma, ma aveva lasciato intendere che si potesse procedere per via ordinaria. Invece no, cinque anni sono stati buttai via. Si deve ricominciare daccapo.

Il Parlamento deve pazientare, le toghe no. Quali sono i confini della famiglia? A Montecitorio si discute sulle convivenze civili, la seconda sezione della Cassazione sale in cattedra e ridisegna il perimetro: «Ogni consorzio di persone fra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza per un apprezzabile periodo di tempo». Dunque, per famiglia si deve intendere l’unione di due studenti, o di una coppia omosessuale o di una badante e un anziano. È solo un esempio. La legge sul testamento biologico non vuole arrivare e allora è la Cassazione a tagliare il nodo, spinosissimo, del caso Englaro. Il papà di Eluana vuole troncare l’agonia della ragazza e la Suprema corte apre un varco nella norma: il sondino può essere staccato, in caso di coma irreversibile, se quella persona «aveva espresso la volontà di farla finita». Ma se non ha mai detto nulla? Ecco l’escamotage che fa morire Eluana: sono sufficienti, in mancanza di meglio, «lo stile di vita e i convincimenti». Come dire, tutto e niente. È la fenditura attraverso cui viene staccato il sondino.

E di buchi i magistrati ne aprono in continuazione nei muri della norma. Il bello è che dicono tutto e il contrario di tutto. La solita Cassazione ci spiega che un immigrato omosessuale non può essere espulso dall’Italia se nel suo Paese rischia la galera. Prego, si accomodi. Ma il Tribunale di Milano, incredibilmente, nega l’asilo, che tanti giudici fanno la gara a concedere, a un medico cubano che aveva bussato alle nostre porte, invocando l’articolo 10 della Costituzione: quello che appunto dà l’asilo politico allo straniero «al quale nel suo Paese sia impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche». Cuba non è forse una dittatura? Sarà, ma per il Tribunale di Milano non conta: conta di più il diritto dei cubani ad essere curati da quel medico. Dunque fuori, se ne vada. Piero Ostellino nel suo libro Lo stato canaglia parla di quella sentenza come di «una mostruosità logica, giuridica e politica».

Le sentenze creative sulla Bossi-Fini e sulla recente legge sulla clandestinità si sprecano. Un giudice di pace di Genova ha ritenuto di non dover procedere contro un clandestino perché risultava incensurato. E un suo collega di Firenze ha sostituito l’espulsione con una multa di 5mila euro. A Milano, invece un giovane haitiano che doveva andarsene ed è rimasto qua è stata assolto. Il motivo? Non aveva i soldi per il biglietto aereo. E si potrebbe proseguire a lungo, fino a comporre una vera e propria mappa del boicottaggio della norma. Quel che non fa l’opposizione, fanno i giudici.

Brunetta: «I compensi dei conduttori Rai nei titoli delle trasmissioni»

Pubblicato da admin in dicembre - 2 - 2009 ADD COMMENTS

Renato BrunettaTratto da ILCorriere: MILANO - I compensi dei conduttori inseriti nei titoli di testa e di coda delle trasmissioni Rai. È l’idea del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.

CON MASI - Intervendendo a «Cominciamo bene» di Rai Tre, il ministro lancia una proposta su cui sta lavorando con il direttore generale Mauro Masi. «Dobbiamo pubblicare nei titoli di testa e di coda delle trasmissioni Rai tutti i compensi dei conduttori. Sto cercando di fare trasparenza e ci riuscirò, anche nella Rai che ha un azionista pubblico. Vuol dire dare il giudizio nelle mani dei cittadini», afferma. La Rai, aggiunge, «è un concentrato di professionalità. Perché fare figli e figliastri? Ne ho parlato con il direttore Masi e stiamo lavorando. Non sono Robespierre, ma sono un rivoluzionario». Parlando della sua riforma ha aggiunto: «non taglio teste e spero che non mi sia tagliata». Il ministro si è detto sicuro di portare a compimento il progetto: «ci riuscirò», ha concluso.

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