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Archivio per la categoria ‘Cultura’

1° marzo. Questo sciopero non s’ha da fare

Pubblicato da admin in febbraio - 8 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da IlFondo:

Angelo Spaziano

Questo sciopero non s’ha da fare. Oddio. E’ arrivato Don Rodrigo coi suoi scagnozzi-crumiri? C’è forse stato il golpe? Sono per caso tornati i colonnelli greci? No, niente paura. E’ solo Guglielmo Epifani, boss della Cgil, sull’orlo di una crisi di nervi. Il fatto è che dopo i recenti fatti di Rosarno, qualche incosciente “sovversivo”, smanettando su Facebook, ha avuto la bella idea di lanciare all’ormai folta comunità degli immigrati-lavoratori della Penisola la temeraria proposta di indire per il prossimo 1° marzo ventiquattr’ore di serrata per protestare contro il razzismo del Belpaese.

E da quando in qua gli gnomi di Corso d’Italia vanno in fibrillazione all’idea di paralizzare la nazione con un pretesto qualsiasi? Fino a pochi giorni addietro se Berlusconi starnutiva era subito indetta una dimostrazione con tanto di sciopero generale, corteo e improperi massmediali di lesa maestà dei sacrosanti diritti sindacali dei lavoratori calpestati dai biechi interessi del capitale ecc ecc… E allora che è successo mai di tanto grave da far cambiare idea alle mummie dell’Internazionale disfattista eternamente sul piede – ben calzato – di guerra e col tomhawk – leopardato – in mano?

E’ accaduto quello che tutte le persone un poco – ma veramente poco – più lungimiranti dei vecchi arnesi sindacalcomunisti prima o poi avrebbero dovuto temere accadesse. Uno sciopero generale delle “badanti”, insomma, secondo la beffarda legge dell’eterogenesi dei fini, non solo non gioverebbe affatto all’interesse degli extracomunitari stessi, ma otterrebbe l’effetto “collaterale” alquanto spiacevole di creare molto, ma molto malcontento tra i cassintegrati, i disoccupati e i precari nostrani, che già vedono l’imponente massa di disperati approdati nelle nostre plaghe come una sorta di concorrenza sleale esercitata ai loro danni. Questi emarginati nostrani, messi con le spalle al muro, potrebbero persino arrivare a sfogare la frustrazione repressa scagliandosi prima contro gli immigrati stessi per volgersi poi contro i ben retribuiti caporioni del corteo facile garantito e sovvenzionato.

Insomma, rischierebbe di scoppiare una guerra tra poveri ancora più cruenta e sanguinosa di quella verificatasi di recente in quel di Rosarno, e i marpioni della Cgil, insipienti e miopi per quanto concerne la valutazione dei fatti sociali, sono invece assai lungimiranti nel subdorare pericolose insidie alla loro preziosa poltrona. Per cui dal bunker di Corso d’Italia è immediatamente partito l’ukase: questo sciopero è assolutamente da impedire.

Stavolta infatti non si tratta di dare una spallata al governo Berlusconi, operazione che non serve a nulla, non costa nulla ma che riesce però a salvare la faccia (e a mantenere il potere) ai nullafacenti abituati a fare la bella vita a spese del sindacato ideologizzato e parassitario. Stavolta l’iniziativa “rischierebbe” di risultare sacrosanta. Servirebbe una causa seria. Metterebbe con le spalle al muro gli sporchi doppiogiochisti interessati a una Cgil tutta pappa e ciccia coi poteri forti delle grandi aziende nazionali e multinazionali. Imprese abituate, grazie a quelli come Epifani, a lucrare sostanziosi benefit schiavizzando una pletora di poveri disperati che pur di lavorare accettano di spezzarsi la schiena per pochi spiccioli.

E almeno, se proprio s’ha da fare, ‘sto dannato sciopero, volenti o nolenti, è necessario non sia limitato ai soli immigrati e non va indetto per il primo marzo. Molto, ma molto più comodo proclamare una giornata di agitazione “urbi et orbi”, generica, per tutti i lavoratori, bianchi e neri, da indire, che so, il 20 di marzo. Magnifico. La “quadra” è stata finalmente trovata. Gli immigrati continueranno ad essere tranquillamente sfruttati, ma l’integrazione in Italia, grazie ai sindacati democratici e antirazzisti, è cosa fatta.

La Politica e la Destra secondo la Tradizione

Pubblicato da admin in febbraio - 4 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudilaruna:

I nuovi scenari politici che negli ultimi mesi fanno intravedere un processo unitario in ciò che comunemente viene denominata “Area nazionalpopolare”, cioè l’insieme di micropartiti, di comunità militanti e di singole individualità che in maniera differenziata riferiscono il proprio agire politico ed esistenziale ai movimenti di reazione al falso duopolio capitalismo-comunismo, che durante le due guerre mondiali ebbero la concretizzazione più alta in varie parti d’Europa e del mondo (riferirsi solo all’Italia o alla Germania sarebbe per noi davvero troppo riduttivo, non considerando, per esempio, movimenti come il Rexismo belga di Léon Degrelle o la Guardia di Ferro rumena di Corneliu Codreanu), ci impongono delle considerazioni generali su ciò che tradizionalmente si deve intendere col termine “Politica” e col termine “Destra”, e non perché si voglia in alcun modo prender parte al gioco delle fazioni o delle sette, purtroppo ancor presente, ma solo, come sempre nei nostri scritti, per rendere onore alla Verità, che è pura aderenza alla Dottrina, e per indicare, a chi voglia e soprattutto a chi sappia, la Via.

Incominceremo a disquisire sul reale significato della parola Politica, che ovviamente è cosa molto diversa da ciò che comunemente si intende oggi, cioè un movimentismo, un’azione per l’azione, non animato da alcuna Idea superiore, ma solo da slogan e frasi fatte, che nel migliore dei casi non conducono a nulla, se non ad una satanica rincorsa al potere, nel senso più materialista ed antitradizionale del termine, e per fare ciò sarà indispensabile riferirsi principalmente all’opera di Platone. E’ d’uopo analizzare, in primis, ciò che tradizionalmente intendeva il discepolo di Socrate per Politeia, per rappresentare al meglio un’idea di riferimento, un archetipo primordiale, che ci possa far ben distinguere tra concezioni istituzionali tradizionali e moderne aggregazioni societarie alla Hobbes o alla Rousseau.

Si può cominciare ad intuire l’essenza della concezione politica e statuale platonica, che, precisamente verte sue due identità, quella tra Civitas terrena e Civitas Celeste, come ci ricorderà più in là nei secoli S. Agostino, e quella tra la comunità organizzata ed il singolo cittadino della polis. Entrambe ripresentano la diretta corrispondenza della dottrina tradizionale tra macrocosmo e microcosmo, rappresentando l’istituzione statuale un elemento, nel primo rapporto (con il Divino), di levatura microcosmica, e nel secondo rapporto (con il civis), di valenza macrocosmica. Si noti, pertanto, la centralità che riveste nel pensiero platonico l’idea di Politeia, tra l’Olimpo Divino e l’interiorità umana.

Per comprendere al meglio ciò che vogliamo intendere per diretta corrispondenza  tra Civitas Celeste e Civitas terrena, riprenderemo dalla tradizione vedica il mito cosmologico della formazione dei diversi varna: nel Rig-Veda l’emanazione delle tre parti del corpo di Purusha, rispettivamente della bocca, delle braccia e delle anche, rappresentavano la gerarchia ontologica dei brahmana, degli kshatriya e dei vaisya. In Platone, parimenti, ritroviamo la divisione dell’organismo sociale nelle tre “caste” dei sapienti, i custodi dello Stato, dei guerrieri e dei produttori. Tale tripartizione è tipica dell’organizzazione istituzionale delle grandi civiltà indoeuropee: oltre alla civiltà indù già citata, si ricordi come nell’Avesta si narri dei tre pishtra – i signori del Fuoco (athreva), i montatori del carro da guerra (rathaesta), gli allevatori-agricoltori (vastriya-fshuyant) – , come tra i Celti ci fosse la separazione tra druidi, nobiltà guerriera ed agricoltori, e come nella stessa Roma le tre funzioni sociali fossero rappresentate dai flamines majores, i sacerdoti della triade capitolina Juppiter, Mars, Quirinus.

A questo punto è d’obbligo chiarire il reale rapporto tra la sfera spirituale dell’uomo e la comunità organizzata, anche e soprattutto per comprenderne e “giustificarne” l’esistenza, per esplicitare la nostra definizione di gerarchia ontologica e demolire ogni vana interpretazione economicistica. Il discepolo di Socrate enuncia tre aretè e stabilisce la funzione di ciascuna a seconda dell’elemento che predomina nel microcosmo, determinando, anche nell’interiorità umana, una tripartizione gerarchica: la Sapienza è la virtù che garantisce il dominio del noùs, dell’elemento spirituale, dello Spirito; la Fortezza è la virtù che caratterizza la psyche, l’elemento animico e sublunare che sovrintende le passioni; la Temperanza  è l’aretè del soma, dell’aspetto puramente corporale, che presiede i piacieri. A tali virtù il divin Platone ne affianca un’altra e forse ancor più fondamentale: la Giustizia, cioè il giusto ordine che necessariamente deve esserci tra detti elementi, tra il noùs, la psyche ed il soma.

Dopo tali considerazioni, è facile comprendere come la maggiore o la minore aderenza all’aretè della Giustizia determini la differenziazione castale: come al vertice della gerarchia interiore c’è il noùs, in quella delle funzioni ci sono i Filosofi; di seguito, all’elemento animico corrisponde la funzione guerriera ed al soma la funzione dei produttori. La Giustizia così esplicitata è una regola fondamentale in tutte le società tradizionali: non si dimentichi, infatti, come, proprio nella metafisica indù, alle tre parti del corpo di Purusha ed ai tre varna corrispondano, per l’azione manifestata dei tre guna, il corpo causante (karana-sharira = sattva), il corpo sottile (sukshma-sharira = rajas) ed il corpo materiale (sthula-sharira = rajas + tamas), e le tre virtù corrispondenti, dharma, kama e artha.

La disamina della complessa teologia platonica dello Stato ha portato luce quanto da noi scritto, circa l’identità tra polis e Cosmo, tra polis e cittadino: la Politeia possiamo definirla, senza riserve, una vera e propria palestra spirituale, in cui l’uomo ha la possibilità di “porre giustizia dentro di sé”, di riconoscere il proprio essere, avvicinando sé  e la stessa comunità in cui vive al mondo ordinato degli Dei, “conquistando” l’eudaimonia. L’oblio dell’aretè della Giustizia è, quindi, la causa di tutti gli sconvolgimenti che il percorso ciclico della storia ha determinato: quando non si riconosce più la trascendenza del principio d’autorità, ha inizio quel processo degenerescente che ha determinato la nascita dell’odierna società. Il termine Politica, quindi, va inteso tradizionalmente come l’azione volta a riscoprire l’aretè della Giustizia nella propria interiorità, nella propria comunità e per conformare la stessa al Fas dei Romani, al Rtà indù, alla Verità Divina: “Esiste dunque nei cieli un modello per chiunque intenda vederlo e, vedutolo, fondarlo in sé stesso. Che siffatto esemplare esista o abbia mai a esistere in alcun luogo non importa, giacché questo è l’unico Stato di cui egli sia partecipe”(Resp. 592b, Platone).

A tal punto, dopo aver chiarito il reale significato della Politica, è necessario porre in essere una chiarificazione, che noi riteniamo ancor più radicale ed essenziale, su ciò che tradizionalmente si deve intendere per Destra. E’ fondamentale sgombrare subito il campo da ogni confusione e da ogni fraintendimento, precisando come lo schieramento ideale a cui facciamo riferimento è per sua intima natura ostile a tutto ciò che è maturato dalle Rivoluzioni, che si riferisca a quella americana o a quella francese, all’agire sovversivo che ha permesso all’Illuminismo di concretizzarsi nelle sue varie fasi involutive, cioè liberalismo, comunismo, democrazia, cioè l’inversione progressiva e totale dello stato platonico e tradizionale prima trattato: in merito, non si abbia alcuna esitazione a segnare il solco della differenza, anche per smascherare le false interpretazioni marxiste che voglio omologare nel termine Destra tutto ciò che si oppone, realmente o solo in apparenza, all’idea collettivistica, le“negazioni assolute” e le “affermazioni sovrane” di  Donoso Cortès.

Abbiamo usato il termine rivoluzione e riteniamo che si sia palesato come alla Destra Tradizionale sia più confacente il termine reazione, scevro dalle infamie che ha assunto nel corso degli anni, come impeto di opposizione al mondo che crolla e alla “nuova reggenza” che distrugge ogni alta concezione del vivere e dell’essere, anche se i due termini possiamo definirli quasi sinonimi: questa nostra affermazione potrà meravigliare qualcuno, ma ricordiamo come Evola ci faccia notare che “rivoluzione” è un derivato dal verbo latino revolvere, che esprime l’idea di un ritorno al punto di partenza, alle origini, alla Tradizione. Lo stesso Evola in Gli Uomini e le Rovine afferma che “il fondamento di ogni vero Stato è la trascendenza del suo principio, cioè del principio della sovranità, dell’autorità e della legittimità”, ove, assieme alla giustizia, alla gerarchia, alle classi funzionali, alla preminenza dell’ordine politico su quello socio-economico, tali indicazioni assumono un valore normativo non legato al divenire ed alla storia, che si deve tradurre in un modus agendi quotidiano, in uno stile legionario che deve investire ogni ambito della nostra umana esistenza, senza alcuna eccezione, affinché l’esempio, il rimanere sempre in piedi tra le rovine, il  nostro radicalismo, siano gli elementi essenziali di quella “reazione-rivoluzione” che rappresenta l’idea prima della Destra, autentica e tradizionale, limitando il più possibile qualsivoglia riferimento al passato, dovendo prevalere i puri contenuti ideali.

Dopo tali considerazioni, non possiamo non evidenziare, come ci ricorda Giandomenico Casalino in tutti i suoi scritti, come sorga una comune Weltanschauung (visione del mondo e della vita) che distingue radicalmente la nostra concezione di cultura, in senso lato, da quella dominante, che è illuministica e quindi razionalistica ed individualistica; per noi la cultura è presente in un essere umano sin dalla nascita come potenzialità da sviluppare, come forma interna, come carattere, che non si acquistano sui libri (la nostra cultura non è libresca!…); essa è viva come la vita, è anima e sangue, è sesso e passione, è intelletto e sentimento, è il senso REALE del mondo, la sua visione concreta. Per tali motivazioni abbiamo voluto argomentare sui reali significati da assegnare ai termini “Politica” e “Destra”, che non a caso abbiamo voluto analizzare insieme, esplicitando che essi non possono, nei loro significati essenziali, essere scissi da un regolare cammino tradizionale e di crescita spirituale e, al contrario, non possono vivere di vita propria, cioè senza un’idea superiore di riferimento, degenerandosi come nell’attualità. Si tratta di acquisire quella forma mentis che accompagni l’uomo della Tradizione in ogni sua manifestazione, non lasciandolo al relativismo del caso o alle fascinazioni dell’ambiente, ma che sia la precisa risultante di un processo formativo ideologico, che lo renda realmente partecipe di quell’Idea che ha forgiato le grandi civiltà tradizionali del passato.

In merito, riprendiamo ciò che il Gruppo dei Dioscuri afferma nel quaderno “Rivoluzione tradizionale e sovversione”: “non può esservi Autorità legittima, se al potere politico non è connessa anche una qualità sacrale… con l’esortazione di Dante Alighieri… Congiungasi la filosofica autoritade con la imperiale, a bene e perfettamente reggere”.

La Via è, quindi, tracciata per chi si senta estraneo dai teatrini del politichese e per chi non voglia ragionare solo in termini di elezioni, di candidature, di comitati centrali, ma voglia intraprendere la strada della militanza, che in altre occasioni, abbiamo definito “sacra”, cioè conducente all’adesione del proprio essere col mondo della Tradizione. A chi si ostina a non “vedere” possiamo solo dire che il nulla produce il nulla; rimanendo nel pantano di un mondo che non è il nostro, energie preziose sono state, sono e saranno spese inutilmente, perché colui che non ritrova il centro dentro di sé, colui che non pratica l’aretè della Giustizia, colui che non assume lo stile legionario, non può uscire dai vortici del divenire né tantomeno riconoscere e far proprio quel modello celeste indicatoci da Platone. Concludiamo il nostro scritto, rivolgendo ai responsabili del predetto processo unitario dell’Area nazionalpopolare la stessa domanda con cui Evola terminava la sua famosa lettera ad Almirante, pubblicata sulla rivista Ordine Nuovo: non sarebbe il caso di mettere infine la testa a posto e, presso ad una formulazione impersonale precisa e priva di compromessi della dottrina, far valere quei principi di unità, di disciplina, di antiburocratismo e di ordine che si invocano per il reggimento della cosa pubblica?

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Questo articolo venne originariamente pubblicato sul quindicinale di vita e cultura europea CIAOEUROPA, anni 2002-3-4.

Apollonio di Tiana

Pubblicato da admin in febbraio - 2 - 2010 ADD COMMENTS

immagine1Tratto da http://www.simmetria.org/ Di D.Lanzetta (e il suo straordinario viaggio in India) - dalla conferenza del 29-3-2009
Apollonio di Tiana, dovrebbe essere vissuto intorno al I sec d.C. Dovrebbe perchè anche se pare indubbia la sua reale esistenza, si tratta di una figura circonfusa da un alone di leggenda. Conosciuto anche con il nome di Apollo di Cappadocia, nasce a Tiana da una famiglia nobile e ricca che si diceva discendere dai fondatori della città. L’inizio come la fine della sua vita, sono avvolti nella leggenda e nel mito.
Si racconta che alla madre incinta, apparve il Dio Proteo. Anziché spaventarsi la donna chiese al nume di chi si sarebbe sgravata: “di me” le rispose l’essere divino.
Filostrato mette in risalto il coraggio della madre di Apollonio che, anziché intimorirsi, si rivolge alla inquietante divinità ponendole una domanda. Quando poi il bambino era sul punto di nascere, per il tramite di un sogno, gli dèi le ordinarono, di recarsi a cogliere fiori in un prato. Ma appena lo ebbe raggiunto, venne colta da un incontrollabile sonno così che, stesasi sull’erba si addormentò. Dei cigni che si trovavano nei paraggi la circondarono e, battendo le ali, fecero risuonare il loro canto che, provocò il risveglio della donna che immediatamente partorì. Quindi, dall’orizzonte, cominciò a spirare un vento primaverile e dalla terra salì al cielo una folgore.
Altrettanto leggendaria sembra essere stata la sua morte; c’è anzi chi dice che non sia morto affatto ma, che sia solamente scomparso, dopo essersi inoltrato nel tempio di Atena.
Tutto ciò fa di Apollonio un personaggio straordinario, al limite tra l’umano e il divino. Il contatto con gli dèi, avviene per via materna prima ancora della nascita; e che dire poi della strana risposta data dal nume a sua madre.”Prima parla con gli dèi e poi parla degli dèi”, era uno dei suoi detti preferiti, tramandatoci dai biografi. Quanto ai prodigi legati alla sua nascita,si tratta senz’altro di una sequenza di simboli che andrebbero osservati con la massima attenzione, a cominciare dalla apparizione dell’antica divinità marina. E’ probabile che si tratti della personificazione della “Verità”, del quale il dio primordiale, secondo la tradizione, era portatore. Esso infatti, appartiene alla schiera dei ” Vecchi del mare”, come venivano denominati alcuni numi, congiunti alle acque primordiali. Questi hanno la facoltà di mutare se stessi in qualsiasi forma e creatura del mondo naturale. Ma soprattutto sono contraddistinti da un sapere sconfinato. In altre parole, la risposta data alla madre potrebbe essere la metafora di ciò che il nascituro sarebbe diventato, un “simbolo” della sapienza divina.
Infatti il momento della nascita, avviene in un prato popolato da cigni, animali connessi ad Apollo dio della “Verità” per eccellenza, e sembra ricalcare quello di Apollo nell’isola di Delo. Come se, il nascituro, che sarebbe stato una delle colonna portanti del neo-Pitagorismo, non potesse che essere una proiezione del Dio di Delfo.

Anche il figlio di Leto fu partorito su di un prato, anche allora i cigni cantarono e per sette volte volarono attorno al dio bambino appena nato. (in Kerényi -Gli dèi e gli Eroi della Grecia). Al posto della folgore che viaggia verso il cielo, ci fu invece il rimbombare per l’etere di un suono simile a quello del bronzo. Probabilmente perché Apollonio nacque tra gli uomini e, come ci spiega Filostrato, l’avvenimento doveva significare che sarebbe stato un uomo strettamente unito al mondo degli dèi, mentre Apollo è già parte del mondo divino. Ma se prodigiosa era stata la nascita altrettanto sorprendente fu la sua morte; anzi in essa doveva ricapitolarsi il mistero che per sempre lo avrebbe contraddistinto.
Egli infatti, come tutti i personaggi eroici, deve morire e non morire, vale dire che al posto della morte dove esserci un trapasso che però lascia intravedere un suo ritorno tra gli uomini. La sua scomparsa, infatti, si verifica in un tempio consacrato ad Atena, personificazione e immagine della mente di Zeus.

Si racconta anche che possedesse delle facoltà sovrumane, per cui è ricordato come mago e taumaturgo.
Si dice anche che abbia avuto molti seguaci, sia contemporanei che successivi. Tuttavia fu anche molto perseguitato, soprattutto da Domiziano. Ciò nonostante, secondo la leggenda, molti nutrirono per lui una vera e propria venerazione.

Al tempo della dinastia dei Severi, venne ritrovato un diario attribuito al discepolo Damis di Ninive. C’è chi ritiene che in realtà il manoscritto sia opera degli aderenti alla sua cerchia sapienziale. Avutolo tra le mani Giulia Domna, essa diede l’incarico a Flavio Filostrato di ricavarne la biografia. In questa, Apollonio viene descritto come un maestro itinerante delle scienze divine, che dispensa la sua sapienza a popolazioni e regnanti, nel corso di un incedibile viaggio in territori conosciuti e sconosciuti.
Ma oltre che dispensatore di sapienza egli è anche un ricercatore di conoscenza.
Il suo viaggio verso l’india prende l’avvio dalla città di Antiochia e procede per la Mesopotania e la regione dei Magi. L’India è la sua meta, perchè l’India, nel racconto, si delinea come il luogo in cui esiste il cuore della conoscenza di quel che è inimmaginabile e, del quale lui è alla ricerca..

Il vero viaggio nel mistero, ha inizio dopo l’attraversamento del Caucaso. Da qui in poi, il racconto, se guardato in maniera superficiale, diviene fiabesco, con degli episodi che fanno pensare ai viaggi meravigliosi di Simbad. Raggiunta poi la collina dei Sapienti che, non per nulla, sono sette, il racconto, se lo si continua ad osservare solo nella sua apparenza, si fa addirittura “fantascientifico”. A motivo di ciò, non si può escludere che le peregrinazioni dello straordinario personaggio per l’Asia, vadano osservate non tanto in un’ ottica fisica quanto in quella metafisica e spirituale. Perchè come succede per molte località geografiche, nominate nei racconti mitologici, è possibile che l’India che Apollonio vuol raggiungere, non sia da ricercare solamente sul piano geografico, perchè sia lui che Damis, vi pervengono dopo aver oltrepassato una impervia montagna, oltre la quale si troverebbe la dionisiaca Nisa: “non siamo lontani dal dio,hai sentito dalla guida che è vicino il monte Nisa sul quale si dice che Dioniso compia molti portenti” dice Apollonio al suo seguace, quasi che Dioniso e il suo culto,siano una prolusione al suo traguardo .

Perchè mai Apollonio tenesse tanto a raggiungere l’India, possiamo spiegarcelo con quel che racconta Filostrato sulla presenza a Delfo di un disco d’argento proveniente da lì, sul quale era scritto “Dioniso figlio di Zeus e Semele dall’India per Apollo delfico”. Questo fa supporre che esistessero dei rapporti, quasi dei legami religiosi e spirituali, tra il mondo Greco Ellenistico e quello Indiano, soprattutto in ambito orfico-pitagorico. Perchè Delfo è sacra sia ad Apollo che a Dioniso e Delfo può essere considerata la culla del Pitagorismo. E questo disco d’argento, proveniente da così lontano, confermerebbe il legame tra le due divinità e quindi anche tra le due culture religiose, anche se fisicamente così distanti e apparentemente così dissimili..

Raggiunta Nisa, infatti, i viaggiatori non si sorprendono di trovare un tempio dedicato a Dioniso, circondato da un cerchio di alberi di alloro, pianta notoriamente sacra ad Apollo. Ma su questi si arrampicano tralci di vite. Inoltre gli abitanti del luogo, hanno consacrato al dio, falci, corbe, torchi e altri attrezzi per ricavare dall’uva il vino. Segno che si trattava di popolazioni che avevano in comune con i Greci la coltura e la sacralizzazione della vite. Per sottolineare l’importanza di questa circostanza, Flavio Filostrato racconta che, prima di giungere a Nisa, Apollonio e Damis, avevano rifiutato di compiere una libagione con del vino estratto dalle palme. Indizio questo che fa, degli abitanti di Nisa, una popolazione con abitudini e credenze particolari, differenti da quelle di coloro che risiedevano nei territori circostanti. A quanto ci racconta Arriano, anche Alessandro Magno raggiunse quel luogo e credette di essere pervenuto alla mitica Nisa, e ne fu a tal punto convinto che elargì la libertà alla gente del posto e, ornatosi di edera e pampini, celebrò il dio, lanciandosi assieme a quelli del suo esercito in frenetiche danze dionisiache.

Ancora ai nostri giorni ai piedi dell’Hindu-Cush, esistono delle popolazioni che si dichiarono discendenti dei Macedoni di Alessandro. Si tratta di una enigmatica etnia, di carnagione chiara e con gli occhi che danno tra il grigio e il verde. Dalle popolazioni Musulmane che li circondano vengono chiamati Kafiri, che significa “pagani”, ma il loro nome è Kalash. Come quelli descritti da Filostrato, coltivano la vite che considerano bevanda sacra, solennizzano con importanti cerimonie il solstizio invernale, nel corso del quali sacrificano ad una misteriosa divinità una moltitudine di capre. Tuttavia la loro religione è politeista, sciamanica e rivolta alla forza e potenza della natura e a divinità femminili: una sorta di spiriti elementali, affini alle nostre Ninfe e Fate. Le loro cerimonie sono caratterizzate dal suono dei tamburi e dei flauti, e da impetuose danze circolari, nonché da abbondanti libagioni del loro vino leggero ma acidulo.

C’è chi ha voluto ravvisare nei loro riti e nelle loro credenze dei riscontri con il culto di Dioniso. Filostrato racconta che la statua del dio che si trovava nel tempio, raffigurava Dioniso nell’aspetto di un giovinetto Indiano. Ma si trattava veramente di Dioniso o era piuttosto una divinità affine? Alain Daniéliou ne era convinto.

Professore all’università di Benares, nominato membro dell’istituto francese di Indologia a Pondischery, convertito all’Induismo, amico e collaboratore del grande poeta Bengalese Tagore, è autore di un saggio, nel quale si sforza di dimostrare che Dioniso non è che la versione occidentale di Shiva. Lui è convinto che, dall’oriente, il suo culto sia giunto in Grecia passando per la civiltà Minoica, prendendo il nome di Zagreo. A quel che lui scrive, questa divinità, una volta approdata in Grecia, sarebbe divenuta Dioniso. Quanto alla somiglianza con il culto di Shiva, questa era spiegata con il mito della sua spedizione in India. A sostegno di ciò, cita uno scritto di Megastene, vissuto in India nel IV sec a .C, che riconobbe in Shiva Dioniso e fu particolarmente colpito da certe popolazioni della montagna,indicate come i “coltivatori della vite”.( Alain Daniéliou -Shiva e Dioniso - Pg 39).

Secondo lo stesso autore, lo Shivaismo sarebbe la religione che prima dell’avvento delle popolazioni Indo-ariane avrebbe interessato tutta l’India. In il quel periodo storico, la divinità principale sarebbe stata Shiva, che in seguito fu in parte modificata dal Bramanesimo Vedantico. Infatti in certi sigilli risalenti al 3800 a. C, esso è raffigurato cornuto e itifallico. Secondo lo studioso Francese, il suo culto si sarebbe poi gradualmente esteso all’occidente, trasformandosi in quello dionisiaco. Nella forma più antica, quella contemplata dalle popolazioni Dravidiche, esso appare come l’ideatore del mondo. In seguito inglobato nella religione Vedica Ariana, compare come uno dei componenti della Trimurti. Si tratta comunque di una divinità complessa, nella quale splendore ed orrore si fondono, in una sinfonia prismatica e sconcertante. Esso è il Dio della morte, ma simultaneamente è anche il Dio che preserva e guarisce; infatti in alcune sue immagini ha il collo azzurro, perchè bevve il veleno per proteggere il mondo. Quando è dio della morte, è chiamato Kala, cioè Tempo, oppure Aghara, Signore delle lacrime e, con questo aspetto e questi nomi, la sua immagine ha tre occhi e viene esposta nei pressi dei roghi funebri e dei cimiteri.

In realtà tutto questo lo avvicina al nostro Hades, a cui il numero tre è attinente. Ma talvolta Shiva è effigiato con cinque volti, che indicherebbero i suoi cinque principali aspetti. Tuttavia è rappresentato anche dal fallo, il Lingam, e in quanto tale simboleggia l’origine di tutte le cose: lui stesso è il Lingam, vale a dire il principio dell’esistere.

I Greci e coloro che appartenevano all’area Ellenistica, effettivamente credettero di riconoscere in lui Dioniso. Questo perchè nella sua natura ci sono valenze e appellativi che sembrano proprio ricondurre a Dioniso ed Eraclito di Efeso riconosce in lui Hades. Riguardo alle analogie, Alain Daniéliou ce ne fornisce un abbondante elenco: Shiva è Unmatta, il folle, Dioniso è Mainomenos, il Folle, Shiva è Protamjà, il Primogenito, Dioniso è Protogonos, il primo nato, Skanda figlio di Shiva è Agnibhu (nato dal fuco), Dioniso è Pyrigenes (nato dal fuoco), Shiva come Dioniso è il dio della danza e del teatro e come lui è benigno e nello stesso tempo terribile e suo veicolo è il toro che, come per l’altro è anche una delle sue principali epifanie.

Inoltre vaga con nella mano un tizzone ardente, e Dioniso avanza stringendo una torcia fiammeggiante. A lui sono sacri i serpenti, dei quali appare cinto, così come è raffigurato Dioniso, soprattutto come Sabazio, nel qual caso a lui sono particolarmente cari proprio i serpenti. L’elenco continua con vari esempi che paiono più che calzanti.

Filostrato ci fa comunque sapere che, si credeva fosse stato il Dioniso Tebano a compiere la spedizione in India e a portarvi i riti bacchici. Anche se gli Indiani del Caucaso e del fiume Cofene, erano convinti che a insegnare quei riti fosse stato uno straniero proveniente dall’Assiria. In effetti, come si arguisce dalle Baccanti di Euripide, talvolta c’è una identificazione tra il dio è colui che lo rappresenta.
Ciò che sorprende Filostrato e, a quel che lui racconta meravigliò anche Apollonio, fu che il re del posto era in grado di esprimersi perfettamente in lingua Greca. Non è possibile stabilire se ciò sia verità o fantasia. Quello che più colpisce in tutta la narrazione, è il tentativo di affermare lo stretto rapporto culturale e spirituale tra l’India e le popolazioni Greche.
Ciò che invece stupisce noi, è la descrizione della mensa del re, rotonda e fatta a forma di altare, attorno alla quale siedono trenta nobili personaggi.

Apollonio vive attorno alla metà del I sec d.C, quanto a Filostrato è dell’epoca dei Severi, quindi della prima metà del III, molto e molto prima, quindi, che venissero in auge re Artù e la sua Tavola Rotonda. Froate e la sua dimora, nel contesto, sembrano essere la premessa ad una iniziazione a qualcosa di enigmatico, che farà seguito alla permanenza di tre giorni di Apollonio presso il re. Solo e solamente per tre giorni uno straniero può soggiornare presso questo strano monarca che, pare vivere ai confini del mondo e al quale la regalità viene conferita da un misterioso gruppo di Sapienti che sembra provenire da una alterità indecifrabile.
Essi sono coloro che possono conoscere la mente delle persone, come fossero immagini proiettate in uno specchio. Essi sono coloro che si servono di folgori, con le quali sono in grado di colpire gli ospiti indesiderati. Infatti colui che è stato incaricato da Froate di condurre Apollonio verso il luogo dove questi risiedono, ne è letteralmente terrorizzato.

A questo punto è necessario valutare il racconto di Filostrato su basi simboliche, a meno che non si accetti di cadere nelle fantasticherie più strabilianti.
C’è chi ha voluto veder nel colle inaccessibile dove dimorano i Sapienti, una prefigurazione del Munsalvaesche descritto da Wolfram von Eschembach. (vedi gli articoli di Nuccio D’Anna su questo stesso sito). In effetti, anche la nascita di Apollonio ha qualcosa di simile a quella di Parzifal: in entrambe c’è una folgore che scaturisce improvvisamente dalla terra nel momento in cui il bambino vede la luce:

“Dalla terra salì al cielo una folgore” “a Herzeloyde parve di essere sollevata verso l’alto da una folgore di stella” (Parzifal) .

Anche il fatto che dal colle fossero scagliati fulmini, non deve essere preso alla lettera. Quando Enea viene condotto da Evandro a conoscere la sua città,gli mostra il Saturnius Mons, vale a dire l’altura dove sarebbe sorto il tempio di Giove Capitolino, e anche in questo caso sul colle guizzano folgori ” queste mie genti….han ferma fede di aver veduto qui Giove balenar sovente e far di nembi accolta”.

Probabilmente dal Campidoglio, colle che esiste realmente, è scientificamente “improbabile” che qualcuno possa aver visto scaturire fulmini; tuttavia Virgilio conferisce al colle una simile facoltà, come metafora della sua somma sacralità. Così che è possibile che le folgori che scagliano dal colle i misteriosi Sapienti, servano, tra l’altro, da immagine per sottolineare l’inaccessibilità del luogo o dello stato di coscienza che il colle simboleggia.

Altrettanto simboliche sono le impronte biforcute e i volti di satiri, che Apollonio vide impresse sulla roccia della collina a testimonianza del tentativo di Dioniso di impadronirsene. Ma questo attacco evidentemente si infranse o si infrange, nel momento in cui ci si confronta con una realtà e dimensione diversa, probabilmente allusiva di una trasmutazione.
Perchè raggiunto quel punto, il Ditirambo dionisiaco si converte nel Peana apollineo.
Come se coloro che tentano o tentarono quella sorta di “assalto al cielo”, più che distrutti fossero o vengano trasformati. Vale a dire che rappresenta il varco dal quale si passa dal divenire a quel che è eterno, dall’immanenza del divino alla sua trascendenza, da Dioniso, dio dell’attività distributrice, ad Apollo signore ed unificatore di tutto quanto esiste. “Ma i saggi per nascondere alla folla il loro pensiero, parlano per enigmi, e danno al fenomeno della trasformazione in fuoco,il nome di Apollo per la sua unicità,…….. ,ma quando il mutamento del dio trapassa in aria,in acqua e terra e…..,.,parlano di spasma e smembramento e fanno il nome di Dioniso ” ( Plutarco- De E Delph - F -389).

In altre parole, si procede da Orfeo a Pitagora. E Pitagoriche sono le equivalenze che accolgono Apollonio, nel momento in cui si approssima al colle. Egli si trova ora in un arcano villaggio, dove tutti parlano Greco. Gli si fa incontro un giovane che tra le sopracciglia ha raffigurata un’immagine splendente simile a una luna, e reca con se un’ancora “simbolo di quel che tiene insieme ogni cosa” spiega Filostrato (Vita di Apollonio -Adelphi - pg 149 ). Il ragazzo è scuro di pelle, quasi nero, forse per indicare che si tratta dell’araldo di una scuola sapienziale che si riallaccia alla più antica tradizione dell’India, probabilmente di matrice Dravidica, ma è più probabile che voglia sottintendere al mistero che avvolge gli abitatori della collina. Costui comunica ad Apollonio che da quel momento dovrà procedere da solo perchè “essi” così hanno disposto. A motivo dell’uso di questo pronome, Apollonio capisce che il loro esprimersi è di stampo Pitagorico. Da qui in poi egli dovrà proseguire lontano dai suoi seguaci che lo vedono sparire dietro la cortina di nuvole o nebbia che avvolge l’altura.

Ciò rammenta quel che accade ai non iniziati che si recano in processione al tempio delle due dèe Elusine, e che possono andare oltre i propilei dell’Anaktaron.
Secondo la tradizione, un velo di nebbia è posto davanti agli occhi dei comuni mortali e impedisce loro di scorgere gli dèi e ciò che è sommamente sacro. Così che, una cortina di nuvole avvolge il colle che, a seconda della volontà di coloro che lo abitano, appare e scompare come fosse un miraggio. Questo e solo questo può vedere Damis, il resto appartiene al resoconto che lo stesso Apollonio gli farà al suo ritorno. E qui il racconto non può che essere simbolico, altrimenti sarebbe fantascientifico. Si comincia infatti a parlare di oggetti straordinari, il primo dei quali è un pozzo da cui promana una luce intensamente azzurrina che nell’ora del mezzogiorno “spacca in due il giorno”, viene tratta verso l’alto e si trasforma in una sorta di arcobaleno ardente. Il secondo oggetto è un cratere di fuoco, entro il quale brucia una fiamma color del piombo, che non sprigiona fumo né odore. Il punto in cui si trovano, è considerato un luogo di purificazione, per cui l’uno è detto “pozzo della prova” l’altro “fuoco del perdono” . Ciò fa pensare che si tratterebbe di due “oggetti” complementari che vicendevolmente si integrano. L’uno è in relazione con l’elemento acqua, l’altro con il fuoco. Riguardo al primo, si tratta di un vero e proprio pozzo, nel quale l’acqua è intrisa di una resina particolare, incolore e inodore, prodotta da una conifera, l’altro invece è chiamato “cratere”, per cui sembra essere un involucro intagliato nel fuoco stesso, forse una specie di brace. In esso ribolle una sostanza misteriosa che mai non trasborda e dalla quale si eleva una fiamma oscura. I nomi con i quali vengono indicati sono una probabile allusione all’idea di un passaggio. L’uno è detto il Pozzo della Prova, nel quale predomina l’idea dell’acqua e che rappresenta ciò che è perituro ma che tuttavia ha in se il principio della trasmutazione in quel che è immortale. Infatti la resina di conifera della quale l’acqua è intrisa, si riferisce a un elemento che a contatto col fuoco, agisce come l’incenso, cioè si volatilizza, mutandosi in un sostanza che si congiunge alla dimensione degli immortali.

Quanto al cratere del Perdono, fatto esclusivamente di fuoco, è un chiaro riferimento alla divinità che, tradizionalmente, è simboleggiata dal fuoco. Nel cratere, infatti, si congiungono la luce e l’ombra del divino, nel senso di ciò che di esso è manifesto (l’esterno del cratere) e quel che è immanifesto (la fiamma purissima e oscura) che arde senza emettere fumo e sprigionare odore.

Ma due sono anche le giare, dalle quali i Sapienti estraggono il vento o la pioggia. Certamente si tratta di due oggetti portentosi, ma che nella loro apparente funzione di tipo agricolo (dare al territorio i venti e le piogge che occorrono) celano l’dea di una doppia natura, simultaneamente materiale e immateriale, che si nasconde entro le due giare nere, colore ascrivibile a tutto quel che è reale ma “invisibile” . Come è l’esistenza dei sette Saggi che,appartengono e non appartengono al nostro mondo. Infatti secondo quel che Damis racconta e che lo stesso Apollonio ha lasciato scritto : “Essi abitano sulla terra e non vi abitano, e stanno al chiuso senza mura, e non possiedono nulla se non gli averi di tutti gli uomini”

A proposito della natura dei Sapienti, significativo potrebbe essere il simbolo posto tra le sopracciglia del giovane araldo che si fa incontro ad Apollonio appena questo fu arrivato. E’ detto che esso risplenda come una luna, quindi sarebbe un richiamo all’astro notturno. “Natura mista e figura di demone è essenzialmente la Luna ,la cui rivoluzione concorda con questo genere demonico,in quanto essa si mostra ora calante ,ora crescente,ora cangiante :e si fa chiamare perciò con vari nomi …..ora astro della terra,ora terra olimpia,ora possesso di Hecate ,la dèa sotterranea e a un tempo celeste” (Plutarco -De Defectu Oraculorum -13 ,E ). Alla Luna, secondo Plutarco, si accorda la natura di certi esseri, natura che è quasi al confine con quella divina e che come demoni vanno considerati e venerati. Questi mettono in relazione il mondo degli uomini con quello degli dèi: “E’ nostra fede che il mondo sia percorso da demoni,alcuni dei quali volti a sorvegliare i sacrifici agli dèi e i riti misterici”, continua Plutarco e aggiunge che vi sono delle Anime purificate che appartengono alla condizione di demoni e sono del tutto partecipi della divinità.

In effetti questi Sapienti sembrano proprio avere la tipica natura bipolare che contraddistingue i demoni. Così come dualistici sono gli oggetti che li attorniano. Infatti Apollonio lasciò scritto che essi sono sulla terra e non vi sono. Tuttavia il luogo in cui abitano è il centro dell’India e la vetta del colle su cui si trovano è l’ombelico del paese. Il che significa che in esso si compendiano e si riuniscono non solo tutte le caratteristiche che li contraddistinguono, ma è anche l’immagine di ciò che da dualistico si converte nell’Uno”. Le particolarità che essi possiedono si esprimono nei poteri dei quali sono dotati. Potere sulla terra che, dona loro ciò di cui hanno bisogno senza doverlo ricercare, potere che simbolicamente concede loro anche di allontanarsi da essa, nel momento in cui pregano, staccandosi dal suolo e restando immobili in uno stato di levitazione. Il fatto è che per loro si è già verificata la trasmutazione dal dionisiaco all’apollineo, per loro già si è realizzato il ritorno all’età felice, quando la Terra era solo Madre e non Matrigna e dal suo seno giungeva agli uomini tutto quel ad essi serviva. Come per le Baccanti, dice esplicitamente Filostrato, che ottengono dal suolo ciò che desiderano per cui “possiedono tutto pur non possedendo nulla”. In effetti essi sono tra gli uomini, pur non essendoci, “stanno al chiuso senza mura” perchè vivono entro una sorta di bolla invisibile, simile all’aria che li protegge da qualsiasi intemperie.

Si parla inoltre di un fuoco strano che essi traggono dal Sole, che pur essendo materiale non viene conservato nei focolari ma, permane sospeso nell’aria, simile a un raggio di luce quando si rifrange sull’acqua. I loro poteri scaturiscono dal possesso di due oggetti dalle proprietà straordinarie: un bastone e un anello. Il primo è da sempre simbolo e metafora del comando e allusivo dell’Axis Mundi l’altro che “appartiene alla “magia degli anelli che si collega allo zodiaco e al più grande degli anelli: l’eclittica solare, dove ruotano le stelle che orientano i destini degli uomini” (C.Lanzi- Anello Anello Simmetria) .

Dal dialogo di Apollonio con Iarca, il capo dei Sapienti, si deduce l’oggetto della ricerca di Apollonio. Uno è infatti il punto saliente alla base della loro dottrina: la conoscenza, quindi il riscatto dall’ Ignoranza, ritenuta la grande colpa e il limite degli esseri umani. Questa si ottiene attraverso la Memoria, intesa come prerogativa metafisica mediante la quale raggiungere il proprio “compimento”, vale a dire la propria iniziazione: conosci te stesso e conoscerai chiunque ti stia davanti. Come Iarca svela ad Apollonio. “noi conosciamo tutto appunto perchè prima di ogni altra cosa conosciamo noi stessi, infatti nessuno di noi potrebbe accedere a questa sapienza senza prima conoscere se stesso”. Conoscenza e di conseguenza poteri, che si acquisiscono conoscendo se stessi. E questo può accadere solamente riandando con la “Memoria” non solamente a tutta la propria vita passata ma anche alle altre “vite passate”. A questo proposito possiamo dire di essere in pieno Pitagorismo, possiamo dire che dall’Orfismo dionisiaco si è raggiunto il Pitagorismo Apollineo, e dal Ditirambo si è passati al Peana.

Di un certo interesse è anche la descrizione del banchetto che Iarca offre a un re di una città vicina. Costui arriva assieme alla sua corte preceduto da un gran fracasso, in palese contrasto con il “Silenzio” che contraddistingue il luogo abitato dai Saggi. Altro contrasto è l’abbigliamento del re, fastoso e grondante pietre preziose, con quello di Iarca e dei suoi che è invece assolutamente sobrio. Sono delle differenze che sottolineano l’antitesi tra dimensione sacra e dimensione profana, ricchezza spirituale e ricchezza materiale. Il clamore, il chiasso, assieme al fasto del seguito di un re mondano, la semplicità e frugalità della dimensione dei Saggi, caratterizzata dal pitagorico “Silenzio”. Certamente simbolica è l’ apparizione dei 4 tripodi colmi di vino ed acqua, con i quali abbiamo un richiamo esplicito al tripode delfico, simbolo della “Verità”. Due di questi contengono rispettivamente acqua fredda e calda.

L’acqua è spesso immagine del mondo delle cose periture e di quelle materiali. Quella fredda potrebbe alludere alla morte, l’altra alla nascita, ma anche al suo contrario. Comunque si tratta sempre delle due polarità che delimitano la dimensione degli esseri umani e che non è da escludere, si riferiscano alle due porte: quella dei mortali e quella degli immortali. Quanto agli altri due tripodi, colmi di vino che dovrà essere stemperato con i due tipi di acqua, è possibile sottintendano alla divinità che è alla base di uno e dell’altro evento. Per quel che riguarda i quattro coppieri di bronzo, quasi dei robot, è un chiaro rimando ad Efesto il dio che per Giamblico rende visibili le ragioni invisibili e che per Saturnino Sallustio, assieme a Zeus e Poseidon, è una delle tre divinità che elargiscono la vita al mondo.

Il culmine degli eventi lo si raggiunge nel momento del commiato. Iarca offre al re e a tutti gli altri presenti, una misteriosa coppa, chiamata la coppa di Tantalo,il cui contenuto non si esaurisce mai. In effetti la figura di Tantalo, nel racconto di Filostrato, acquisisce una importanza rilevante, quasi si trattasse del fulcro di un particolare percorso iniziatico. Per i 7 Sapienti, Tantalo personifica il benefattore dell’umanità, colui che con il proprio sacrificio tenta di affrancare gli uomini dalla terribile ipoteca della morte. Secondo Iarca, in lui va considerato chi ruba agli dèi per donare agli uomini ciò che rende immortali. Questo è il motivo per cui è condannato a restare nel Tartaro, legato a un albero fruttifero e immerso in uno specchio d’acqua. Ciò nonostante dovrà soffrire in eterno la fame e la sete, perchè ogni qualvolta tenterà di bere, l’acqua si ritirerà e quando cercherà di afferrare uno dei frutti degli alberi, questi verranno strappati via dal vento o si allontaneranno. Perchè forse Tantalo è la personificazione della sapienza umana che anela al raggiungimento del cibo degli dèi, vale a dire quel cibo che dona l’immortalità. Anela a nutrirsene, ma tuttavia quando sta per raggiungerlo, questo si disperde e si allontana.

Avatar, un’epopea postmoderna

Pubblicato da admin in gennaio - 27 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudiLaRuna:

avatar_film_ladestra«Tutte le leggende,, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di religioni, anzi tutte le religioni […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Era il 1927 quando Abel Gance folgorava in quest’immagine titanica i destini della settima arte. Una dimensione, quella del cinema come epica moderma, che ritorna in questi giorni prepotentemente alla ribalta dopo l’uscita di Avatar, il kolossal di James Cameron. Un film lungamente annunciato come il Matrix della nuova generazione, una pellicola destinata a fare scuola e imporre un nuovo canone estetico. E pazienza se, a detta di tutti i commentatori, in Avatar il significante ha la meglio sul significato, la grandezza della narrazione vale più della morale della favola. Nelle evoluzioni dei Na’vi per le foreste lussureggianti del pianeta Pandora non è certo la fascinazione bucolico-marziana, il luddismo di ritorno, l’apologo pacifista a sedurre il pubblico. È, piuttosto, questa smisurata voglia di grandezza, questa fame di epica, questa volontà, da parte del regista, di creare un mondo, di farsi demiurgo dell’immaginario postmoderno.

E comunque, spiegava Michele Serra su Repubblica, in Avatar «la trama, per quanto tirata in lungo, alla fine ti conquista, la meraviglia di molte in quadrature lascia incantati e conferma che il cinema è ancora e sempre un’imbattibile scatola dei sogni, le creature della computer graphic sono sode e credibili quanto i giocattoli per un bimbo che li ami, li maneggi, li renda parlanti. Per giunta, senza bisogno di essere accaniti cinefili, in Avatar ci si può divertire (gioco nel gioco) a trovare rimandi e citazioni di tutte o quasi le più insigni americanate di celluloide, da Balla coi lupi a Mission a Apocalypse Now a Guerre stellari a Soldato blu e gli appassionati di fantascienza riconosceranno negli enormi volatili cavalcanti dagli alieni il segno ispiratore del grande Moebius».

Azione, scene mozzafiato, avanguardia tecnologica, omaggio ai miti del passato: gli ingredienti per il grande capolavoro ci sono tutti. Il tam tam che ha costellato la fase del lancio della pellicola, del resto, faceva già intravedere i contorni dell’evento storico. In un’intervista a Xl, ad esempio, il produttore Jon Landau non ha fatto nulla per diradare l’aura di leggenda che si è diffusa attorno a questo film: «Avatar - ha detto – non è un film di cui si deve parlare: il pubblico deve vederlo e farsi la propria opinion. Per noi la questione non è mai stata trovare il progetto che offuscasse Titanic, ma piuttosto trovare qualcosa che facesse scattare tutte le nostre molle creative. Alla fine il duello era tra Avatar e Battle Angel, il film basato su Alita, il manga di Yukito Kishiro. Se qualcuno mi avesse detto: “nella tua vita potrai fare solo un altro film” avrei risposto senza esitare: Avatar!». Un entusiasmo che potrebbe sembrare eccessivo ma che invece appare legittimato da notizie abbastanza curiose e inquietanti, come quella del proliferare sul web di discussioni di spettatori del film caduti in depressione una volta accortisi che il pianeta Pandora non esiste e non esisterà mai, essendo noi condannati a una dimensione esistenziale ben più squallida. Un’ulteriore conferma che Avatar non è un film come tutti gli altri.

E pazienza se si tratta di un bell’involucro per una storia mediocre. Anche Matrix, a dispetto delle pretese filosofiche, non mostrava che un platonismo banalotto già irriso da Jean Baudrillard (pure omaggiato esplicitamente in una delle prime sequenze). Eppure Neo, Morpheus e Trinity hanno segnato il modo in cui noi facciamo esperienza del cinema. Non è cosa da poco. La funzione dell’arte, del resto, è proprio questa: non descrivere un mondo, ma fondarlo. Non replicare l’esperienza usuale ma modificarla. È come per le scarpe da contadino ritratte da Van Gogh su cui si è soffermato Martin Heidegger: esse non portano sulla tela la vita delle campagne. Piuttosto, è a partire da quel quadro che noi comprendiamo l’essenza profonda di un certo contadinato radicato nella terra. Essenza che prima del dipinto non c’era, non era venuta alla luce, non era vera nel senso greco del non-velamento (a-letheia).

Per il cinema il discorso vale mille volte di più. In effetti abbiamo smesso da tempo di meravigliarci davanti al grande schermo esclamando: «È proprio come nella realtà!». In compenso ci capita sempre più spesso, e nei momenti più autentici della nostra esistenza, di accorgerci che ciò che viviamo “è proprio come al cinema”. L’arte, quindi, ha una grossa responsabilità, poiché ci fornisce il fondamentale vocabolario esperienziale. Che essa sia votata alla grandezza o alla banalità, quindi, non è cosa da poco. Perché un conto è accorgersi una mattina di essere finiti in Fight Club. Un conto è rendersi conto giorno dopo giorno di vivere ne L’ultimo bacio. Non è esattamente la stessa cosa. Il cinema deve esprimere grandezza perché di grandezza questo mondo ha bisogno. E se non si pensa in grande non sui agisce in grande. Al diavolo la navigazione a vista, i timori e tremori dell’ultimo uomo. Abbiamo pur sempre una crisi in corso da superare, no? Ebbene, ne saremo completamente fuori solo quando avremo imparato a guardare al mondo con occhi nuovi, più coraggiosi e creativi di quelli di chi ci ha preceduto. In tutto ciò il cinema, inteso come mitologia contemporanea, come epica tecnologica, può avere un grande ruolo e film come Avatar costituiscono tutto sommato un buon segno.

Tutto ciò ha del resto un ovvio rovescio della medaglia. Si tratta dell’esistenzialismo sciatto e ansiogeno che troppo spesso alligna nelle pellicole di casa nostra. Quelle dei drammi generazionali realizzati “con i soldi nostri”, per dirla con una brutale ma franca frase fatta. Quando, in effetti, il ministro Brunetta critica gli artisti sovvenzionati, che campano di aiuti statali senza mai confrontarsi con il mercato, dice una cosa in parte discutibile ma comunque con un grosso fondo di verità. Perché è vero che non si può consegnare l’arte al solo giudizio ondivago delle masse che pagano il biglietto senza preoccuparsi della profondità e dell’importanza oggettiva delle opere (e in questo il mercato non può certo bastare); ma è d’altra parte innegabile che un’arte che non abbia più alcun rapporto con il senso comune, che non sia capace di interloquire con il grande pubblico, che si faccia balocco autoreferenziale ed elitario di caste culturali estenuate non è arte. L’arte è avanguardia e l’avanguardia, negli eserciti, sta sempre avanti di un metro rispetto alla truppa. Non si confonde con essa, ovviamente. Ma neanche vi si allontana troppo, rischiando di ritrovarsi isolata e senza esercito al seguito. Ecco, il cinema italiano è troppo spesso costruito attorno a solitari colonnelli autoproclamatisi che tracciano mappe che nessuno utilizzerà mai e aprono percorsi scivolosi in cui finiscono per impantanarsi da soli. Una concezione ombelicale, narcisistica dell’arte non di rado nutrita di razzismo etico verso il pubblico stesso, verso tutto ciò che è “popolare” e verso il popolo stesso.

Gli stessi addetti ai lavori se ne sono accorti. Qualche anno fa fu Carlo Verdone a lanciare l’allarme contro titoli «banali, ripetitivi, incomprensibili, inadatti a fissarsi nella memoria dello spettatore, compreso quello più attento. Nel mio amore, Le conseguenze dell’amore, L’amore ritrovato: è possibile far uscire contemporaneamente tre film con titoli tanto simili? Una talpa al bioparco: ma qualcuno si è posto il problema che il 70 per cento degli spettatori neppure sa cosa significhi bioparco?».

Ma, senza nulla togliere al grande attore e regista romano, fu forse Quentin Tarantino a redigere il certificato di morte del nostro cinema. «I nuovi film italiani – spiegò – sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli Anni 60 e 70 e alcuni film degli Anni 80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia». Scoppiarono polemiche, all’epoca di queste parole, ma il visionario cineasta non si tirò indietro: «Un’industria per crescere, con i film d’arte dei maestri, ha bisogno del cinema popolare e dall’Italia non arrivano nomi giovani con film d’azione. Dalla Corea o dalla Russia arrivano film rivoluzionari come Old boy o Nightwatch: perché non fate niente di così forte in Italia? E non c’è bisogno della sala, il successo di tanti autori asiatici viene solo dal mercato dei dvd, in cui i titoli italiani nuovi sono scarsissimi». Colpiti e affondati.

Il riferimento ai film asiatici fatto dal cineasta americano mette del resto in luce un altro aspetto: l’emergere, nel cinema contemporaneo, di scuole nuove, giovani, con uno stile proprio e con tante cose da raccontare. La vecchia contrapposizione un po’ snob tra Hollywood e i film d’autore europei è già abbondantemente superata. Il che è del resto un segno dei tempi: a Copenaghen l’Europa ha fatto da cerimoniere imbolsito mentre Obama e la Cina decidevano le sorti del pianeta. Ecco, nelle sale non succede nulla di diverso. Chi sa immaginare il futuro sa anche progettarlo. La diffidenza un po’ provincialotta verso le “americanate”, quindi, è doppiamente fuori tempo massimo: in primo luogo perché di artisti pronti a sfidare l’impero ce ne sono già abbastanza, solo che non abitano da noi; e, secondariamente, perché a forza di condannare l’indubbia superficialità bambinesca di molte pellicole statunitensi si finisce per eliminare dai film ogni forma di meraviglioso, ogni fonte di stupore.

Ha quindi ragione Guillaume Faye quando dice che «il successo delle superproduzioni hollywoodiane è dovuto al loro carattere immaginativo ed epico, al rigore drammaturgico, all’ultraprofessionalità della produzione e della distribuzione, una capacità tecnica perfetta… Ciò compensa largamente la frequente povertà della sceneggiatura o il pullulare di cliché infantili e mielati. […]. I francesi e gli europei hanno perso il senso dell’epopea e dell’immaginazione (a parte Luc Besson). Che cosa ci impedisce di ritrovarle? Chi ce lo vieta? Perché nessun europeo ha avuto l’idea di trattare (alla nostra maniera, senz’altro più intelligente e altrettanto drammaturgica) i temi di Et, Jurassic Park, Armageddon o Deep Impact, di Twister o di Titanic?».

Abbiamo dovuto entusiasmarci per un Leonida bushano nel controverso e affascinante 300, mentre per godere dei fasti di Roma antica abbiamo dovuto attendere un Gladiatore di origine australiana. E in tutto questo, indubbiamente, c’è qualcosa che non va.

* * *

Tratto dal Secolo d’Italia del 17 gennaio 2010.

Lezioni di stile (e di politica) secondo Clint Eastwood

Pubblicato da admin in gennaio - 23 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudiLaRuna:

Sembrava che la sua carriera da attore spilungone e un po’ dinoccolato dovesse concludersi molto presto con le apparizioni in film americani non di prima scelta o come cowboy della serie televisiva Rawhide, con i ruoli da protagonista nei western di Sergio Leone (nella bellissima “trilogia del dollaro”) e dopo la saga iniziata da Don Siegel dell’ispettore Callaghan, quello con la 44 Magnum. Ma per fortuna non è andata così. A ogni nuovo film Clint Eastwood, che possiede un veo carisma di granito, una splendida sensibilità registica ed è infine un grande architetto di storie che hanno fatto conoscere l’universo americano in ogni sua piega e tempo, mostra di possedere un talento che in pochi erano disposti a riconoscergli soltanto fino a qualche anno fa. Un decennio per l’esattezza, già perché lettori e giornalisti del Corriere della Sera grazie a una interessante classifica (resa nota nei giorni scorsi), hanno stabilito che Clint è il miglior regista straniero del primo decennio del terzo millennio. Alla faccia di chi, fino agli anni ‘80, non avrebbe giocato un cent sull’ex giovinotto californiano di bella presenza con cappello da cowboy e criniera da stella nazionalpopolare dei fotoromanzi.

Era ovvio tuttavia che noi ci scommettevamo da tempo sui musi lunghi di questo eroe solitario, attore, regista dal 1971, già produttore e anche musicista jazz, in cerca di avventura, amante nei suoi film della “bella morte” come conclusione di una vita al servizio degli ideali – pochi ma buoni – sensibile agli affetti in positivo e alle fraterne pacche sulle spalle più che ai soggetti in stile melò; perché in fondo scommettevamo su un burbero dal costante bisogno del volto di Dio come per ogni eroe tormentato che si rispetti. Un tipo affatto enigmatico insomma, universalmente conosciuto come un libertario con simpatie politiche a destra (ché Clint Eastwood, era stato anche sindaco indipendente di una cittadina californiana di nome Carmel, oggi non si riconosce però in alcun partito politico). Un «ossimoro vivente» lo definisce Giulia Carluccio che ha curato una raccolta di saggi sui suoi ultimi cinque film da regista (Clint Eastwood, Marsilio, pp. 172, € 12,00).

Interessante comunque la didascalia firmata da Paolo Mereghetti sul Corriere riguardante dettagli e motivazioni circa la scelta di Eastwood come miglior regista del decennio 2000-2009. Il titolo per esempio è già molto chiaro: «Il trionfo di Clint». Leggiamo: «Forse non poteva essere diversamente. Solo la regola che imponeva di scegliere un solo titolo per regista ha impedito che a contendere il primato ci fossero altri film suoi, da Million Dollar Baby a Lettere da Iwo Jima fino a Gran Torino. Clint Eastwood è decisamente il regista del decennio e Mystic River ha vinto a mani basse. Solo Spike Lee, con un film altrettanto magistrale, La 25a ora, ha cercato di insidiarlo…». Una vittoria con nessun se e nessun ma quella di Clint, il giusto premio per un decennio d’oro, e per il rilancio del regista già iniziato negli anni ‘90 con il grande western Gli spietati che ottenne ben nove nomination all’Oscar, e che adesso sta per concludersi con l’uscita del nuovo film sulla vittoria del Sudafrica nella coppa del mondo di Rugby (Invictus), un film dedicato a Nelson Mandela con Morgan Freeman e Matt Damon. Attesissimo come ormai d’abitudine in Italia, sarà nelle nostre sale martedì 26 gennaio.

Negli ultimi tempi Eastwood ha lavorato su generi e argomenti molto seri e impegnati, l’amicizia, il razzismo, la società multietnica, il diritto alla vita, gli affetti, la voglia di riscatto e la vecchiaia. E perfino su argomenti forti come gli abusi sessuali (Mystic River del 2003, tratto dal romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane, considerato dalla giuria del Corsera il miglior film di Eastwood) e l’eutanasia (Million Dollar Baby del 2004), con una leggerezza da far invidia a qualsiasi uomo di cinema di nostra conoscenza (mettiamola così: la levità di un Chaplin e l’impegno di uno Scorsese). Perché uno dei pregi maggiori di questo quasi ottantenne – è nato nel maggio del 1930 – figlio di un operaio è la capacità di raccontare qualsiasi storia, di proiettare sullo schermo immagini di ogni “tipo” – dalla guerra alla xenofobia – senza calcare la mano, senza lasciarsi andare a eccessi, senza andare fuori dalle righe. Le pellicole di Clint rispettano quella sottile misura del silenzio come regola di un cinema di assoluta qualità e di considerazione per la neutralità dello spettatore. Il cinema di Eastwood entra dentro non con la forza dell’esasperazione – con la sparata grossa – ma con quella della realtà da narrare periodo dopo periodo, e dell’intreccio tragico e poetico insieme, complicato ma non labirintico e per nulla ideologico. Probabilmente è stato questo intreccio di classe, talento e mestiere a far schizzare Eastwood al primo posto nelle classifiche dei più grandi registi dei nostri tempi, ben al di là di Mike Nichols e Brian De Palma per intenderci.

Valga per tutti il capolavoro eastwoodiano del 2006 Flags of our Fathers, un film che è la prima parte ideale di un progetto comprendente il successivo e “reciproco” Lettere da Iwo Jima (del 2007) e legato a un celebre episodio di guerra come lo sbarco dei marines americani appunto a Iwo Jima (l’isola solforosa del Pacifico) durante la seconda guerra mondiale. La complessità del film è dovuta alla varietà dei temi trattati all’interno di un clima di generale e autentico cameratismo sporcato da alcune “contaminazioni” fra le quali quella dell’importanza delle immagini fotografiche come strumento di propaganda. La stra-famosa foto con i quattro marines che issano la bandiera americana su una collina dell’isola solforosa è in realtà un sorta di bluff occasionale sfruttato dal governo stelle-e-strisce per ottenere crediti sufficienti per poter continuare la guerra. L’obiettivo di Clint modesto e autentico riprende il destino di tre sodati americani cui capita la fortuna – ma non solo di questa si tratterà – di passare per degli eroi nazionali. Ma Flags of our Fathers è soprattutto un film di inquietante realismo e di elegante e antiretorico antimilitarismo colmo di immagini crude. È la storia di un falso storico che coinvolge dei falsi eroi in sostituzione dei veri protagonisti di una tragica scena di guerra.

Da qui l’idea che sottende allo svolgimento della pellicola: gli eroi non sono sempre quelli che vengono spacciati per tali (e viceversa). Che è poi la continuazione con altri mezzi del tema sviluppato da Eastwood nel film premiato con due Oscar e un Golden Globe, vale a dire forse il lavoro più bello e “maledetto” del regista di San Francisco che precedette i suoi film “giapponesi”: Million Dollar Baby, che tanto piacque a critica e pubblico (straordinaria peraltro l’interpretazione della star femminile Hillary Swank). Qui la capacità dei protagonisti, una donna boxeur e il suo anziano allenatore cioè lo stesso Clint, di rendere umane le loro azioni passa quasi del tutto inosservata – ma non allo spettatore! – perché mescolata alla crudeltà di un mondo che non può non sconfiggere chi veste i panni del “buono”. Una crudeltà messa in scena da un destino che conduce fino al penultimo dei traguardi e fino all’ultimo impossibile ostacolo affrontato con la decisione di andare incontro a una morte dignitosa. Si tratta di due lavori certamente pessimisti – altra cifra stilistica di Clint – come peraltro l’ultimo dei film eastwoodiani Gran Torino, proiettato nelle sale nel trascorso 2009, nel quale sembra che l’estremo atto di eroismo di un vecchio reduce malato, uomo di destra doc, sia la logica conclusione di una trama ove solidarietà e calore umano appaiono i valori possibili nell’epoca della società multietnica e multireligiosa. Non a caso, il critico Gianni Canova ha tratteggiato Walt Kowalski, il personaggio interpretato dallo stesso Clint, come il «revenant di Callaghan nell’era del disincanto e della globalizzazione». Un film di spietato realismo perché nessuno come Clint il libertario è riuscito a scorgere fra i generosi e i miseri le pieghe dolorose della nostra contemporaneità. E per aver mostrato ciò, l’ormai vecchio “pistolero senza nome” è diventato il più bravo fra i narratori in celluloide.

* * *

Tratto dal Secolo d’Italia del 13 gennaio 2010.

Marco Iacona

A crescendo in one note. Riflessioni di ordine esoterico sull’interpretazione pianistica

Pubblicato da admin in gennaio - 21 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudiLaRuna:

 

Da tanti anni il mio Maestro aveva stabilito
che nel recinto del tempio l’ora del ritiro
venisse segnata da un colpo
del grande gong.
Wang Lin saliva sugli spalti a percuotere il disco di bronzo,
un solo colpo.
La nota vibrava per minuti, e noi con lei.
Quando Wang Lin morì il Maestro Chang ritenne
che nessuno fosse in grado di sostituirlo.
Quando gliene chiedemmo ragione, poiché non si trattava
che di produrre una sola nota e in modo obbligato,
egli disse che la necessità della nostra
domanda chiariva molto bene perché lui,
Chang San Feng, fosse il Maestro e noi
solo i suoi apprendisti.

Yang Lew Chan,
Maestro di Tai Chi,
allievo di Chang San Feng,
Cina, sec. XV

Vincenzo (Vicente) Scaramuzza è stato probabilmente il più grande didatta pianistico del secolo scorso.
Suoi allievi furono la divina Martha Argerich, Bruno Leonardo Gelber, Daniel Barenboim.
Il suo metodo era basato, sorprendentemente per l’epoca, su una conoscenza assoluta del sistema osteomuscolare e nervoso coinvolto nell’esecuzione pianistica.
Nessuna testimonianza scritta riporta i suoi principi pedagogici.
Esistessero ancora le pagine stenografate dalla madre della Argerich durante le lezioni della figlia all’età di cinque-sei anni avremmo un materiale sbalorditivo su cui discutere.
Nel suo testo “Ensenanzas de un gran Maestro: Vicente Scaramuzza” la sua allieva Maria Rosa Oubina de Castro, ricapitolando il verbo appreso scrive (la traduzione è di Antonio Lavoratore):

“Importante. La qualità della sonorità è quella che emana dalla corrente proveniente dal sistema nervoso. Tale corrente utilizza i muscoli per correre attraverso il circuito creatosi una volta stabilitasi la connessione con i tasti….L’effetto della sonorità non deriva pertanto dall’urto materiale tra le parti che costituiscono l’installazione o condotto, ma (solo) dalla corrente che passa attraverso esse…”

Ossia, dopo discettazioni da trattato di anatomia su adduttori e flessori, pronazione e supinazione, guaine, articolazioni scapolari, nervi e miocinetica digitale, si afferma che la qualità del suono non dipende da niente altro che dalla sostanza e frequenza interiore dell’esecutore.
Un do centrale premuto con la stessa intensità e rilascio, sullo stesso pianoforte e con identiche condizioni ambientali (intendendo qui – ad un limite possibile solo teoricamente – qualunque dato variabile e misurabile) da due esecutori diversi porterebbe due sonorità differenti.
Esisterebbe cioè un resto, al di là di ogni differenza materiale, di peso, di dinamica, di reattività, di circostanza temporale, di momento.
Tale resto costituisce la qualità sonora, ciò che rende in ultima analisi un’esecuzione memorabile: l’Anima, al minimo il vitale profondo più prossimo a Questa, dell’esecutore.
Tale verità – se è tale – precede qualsiasi esecutore ed è stabilita in modo assoluto, prima che egli si sieda allo strumento cercando il momento di attacco della prima nota.
Si tratta di una verità per così dire nascosta, di cui occorre discutere solo dopo, la cui evidenza è cioè assoluta dopo il raggiungimento dell’eccellenza tecnica, della completa padronanza di ogni possibilità materiale del pianoforte.
Un fortissimo perfettamente rotondo, ottave veloci e potenti senza alcun indurimento, pianissimo che diventano nubi d’aria, rubati senza tempo, l’alone della risonanza ottenuto senza uso fisico del pedale sono, ovviamente, il risultato di anni di studio e di dedizione, di accorgimenti magistrali, di una condizione psico-fisica portata al proprio limite.
Ma solo dalla vetta si può guardare ancora più in alto.
Per questo, si proponesse provocatoriamente, cioè estremizzandola per esempio in un forum di discussione pianistica, la tesi scaramuzziana ci si scontrerebbe da un lato con didatti scandalizzati che sosterrebbero che la qualità sonora è il risultato solo di questo e quello, dall’altro con giovani e volonterosi pianisti pronti a premere la stessa identica nota con differenti visioni del mondo e a registrarla in mp3 dopo avere inciso con un chiodino le diagonali di preziosi tasti d’avorio – rovinandoli così per sempre – in modo da determinare l’esatto centro di pressione dove la teoria si comprova.
Vediamo cosa è vero e cosa no.
In una masterclass americana di Daniel Barenboim, dove Lang Lang aveva eseguito Beethoven un ascoltatore, pianista amatoriale, chiedeva al Maestro se fosse possibile realizzare a crescendo in one note.
La questione riguarda, includendole, le note riferite dalla de Castro e più sopra riportate.
Una risposta non può prescindere dall’ovvia considerazione che un crescendo è una sequenza di note, ed è quindi leggibile solo attraverso questa sequenza.
Barenboim chiarisce però che ciò che non può avvenire in un mondo che è oggettivamente (ma incidentalmente, aggiungo io, almeno secondo Genesi, 3 ) sequenziale e causale deve avvenire nella coscienza dell’esecutore.
Egli deve suonare come se il crescendo in una sola nota, un suono prodotto dalla percussione di una corda e dalla vita nel tempo e dalla identità limitate, fosse possibile.
Se questo ha un senso significa che la sua coscienza muterà quella nota, all’interno di quel crescendo e trasfigurerà l’intero scorrere musicale.
E’ d’altronde il senso stesso della fenomenologia musicale l’indicare la possibilità del dissesto cronologico, dell’atemporalità, di un flusso assoluto dove ogni parte può provarsi a contenere il tutto e viceversa.
Barenboim racconta di avere visitato, ragazzino, Vladimir Horowitz e di avere suonato per lui.
Il suo ricordo non è chiaro, egli è sempre stato infatti, anche per ragioni di famiglia, un fan di Artur Rubinstein, tuttavia qualcosa che Horowitz gli dice resterà sempre in lui: “ricordati sempre di volere”.
Da qui il mio breve racconto su Vladimir Horowitz, che chiederei al curatore del sito di pubblicare congiuntamente a questo contributo.
Si obietterà che la coscienza suggerita da Barenboim all’esecutore del crescendo non è che un espediente, che la letteratura non può sostituirsi alle leggi fisiche e quant’altro.
Io rispondo che una concezione pesudoscientifica e per così dire totalmente antimitica dell’esecuzione pianistica ha già prodotto sin troppi danni ed è una delle principali responsabili della caduta di senso e consenso della musica cosiddetta classica.
Tanto da meritarsi Giovanni Allevi e, sotto altri riguardi, Lang Lang.
Si argomenta che oggi non ci sono più i grandi interpreti di solo cinquanta anni fa, contemporaneamente e nello smarrimento si lavora per smantellare del tutto l’impalcato premiando ciò che è giovane e bello, ciò che è immagine, faciloneria e superficie (Allevi) o, nei casi migliori, pura virtuosità tecnica.
Il recupero di un minimo di sana visione crociana consentirebbe di comprendere che il pianismo non è che una parte del quanto di Spirito nel mondo e che la sua diluizione per molte unità non può che abbassare i livelli più alti, alzando tuttavia nel contempo la media.
Molti buoni, grandi esecutori, nessun titano.
La presenza della corrente interiore denunciata da Scaramuzza è una realtà evidente per ogni ascoltatore realmente tale: si prenda la lente di ingrandimento, si esamini il dettaglio, per esempio le semplici e singole note di chiusura di alcune delle Kinderszenen di Schumann suonate da Radu Lupu e le si confrontino con quelle di altri esecutori.
Qui ogni gravità, ogni accento che deriva da quanto precede, dalla dinamica del testo è ridotto al minimo, siamo in presenza di singoli suoni inseriti in un flusso musicale, isolati ma profondamente significanti nell’insieme del discorso musicale.
Anche nel caso di registrazioni: può uno strumento diverso, una diversa presa microfonica, un riversamento, determinare quella differenza?
E’ il colore incredibilmente scuro che la critica, unanime, riconosce a Lupu, ma di cosa si tratta, esattamente? Non è forse che questo termine debba essere sostituito da altri nell’evoluzione della critica musicale?
Che l’ascolto e l’analisi della sonorità debbano approdare a una loro modalità più spirituale?
Comprendendo di più, potendo illuminare di più?
Il discorso è aperto e se ne intravvedono già molte tracce.
Esisteranno un giorno gli strumenti per definire quanto e come la sonorità, il puro colore essenziale proprio ad Arturo Benedetti Michelangeli esprimesse la sua visione zenitale della musica e del mondo, i suoi tormenti interiori, il suo rapporto con le cose del mondo e dell’umano, e dunque del Divino?
Il mistero della sonorità strumentale è destinato anch’esso a subire i grandi cambiamenti che incombono su ogni modalità della coscienza umana.
Viviamo, infatti, tempi di soglia.
Non si coglie forse, là, nel futuro, il singolo suono che raccoglie e dice ogni cosa di colui che lo propone, la nota che colpisce e trasforma come il colpo di gong di Wang Lin e che, infine – aporia che scandalizza ma salutare solo a pensarsi – può essere prodotta nella libertà assoluta, senza più alcun supporto materiale?

Emilio Michele Fairendelli

Quelle mille foto per scandagliare l’oggetto Céline

Pubblicato da admin in gennaio - 14 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudiLaRuna:

«Scusi, avete qualcosa di Céline?». «Certo, in fondo a destra, reparto musica». Ovvero, quando più che la scomunica ideologica può una melensa cantante canadese cui la madre, ascoltando una canzone di Hugues Aufray, ha messo quel nome così musicale: Céline (cognome: Dion). Ed ecco che alla fine del buon Louis-Ferdinand Destouches non si ricorda più nessuno. «In realtà – spiega Andrea Lombardi – è solo negli ultimi tempi che in Italia Céline è un po’ “dimenticato”. Da Arbasino a Carile, da Raboni a Rago, dagli anni ‘60 ai ‘90 molte voci della critica italiana “non del ghetto” si sono occupate di Céline, spesso con interventi di altissimo livello. E’ negli ultimi tempi che la critica secondo me si appiattisce quasi esclusivamente, parlando di Céline, su antisemitismo e simili e credo più per l’involgarimento degli umani intelletti in questi tempi tormentati che per precise scelte». 

È allora proprio per riscoprire questo straordinario autore così inquietantemente e splendidamente novecentesco che lo stesso Lombardi ha deciso di pubblicare Louis-Ferdinand Céline in foto, immagini, ricordi, interviste e saggi (Effepi Edizioni, Genova 2009, 218 pag., 85 foto in b/n, Euro 24, effepiedizioni@hotmail.com). Si tratta, come è chiaro già dal titolo, di una raccolta per immagini, sia fotografiche che letterarie, che abbiano per oggetto l’autore di Morte a credito. Quindi interviste, ricordi e saggi, per la maggior parte inediti in Italia, di Lucette Almansor, Arletty, Michel Aymé, Abel Bonnard, Arno Breker, Lucien Rebatet, Gen Paul, Ernst Jünger, ma anche interviste dello stesso Céline alla televisione e alla radio francese, e infine gli alti e bassi della critica italiana, con interventi di Marina Alberghini Pacini, Paolo Badellino, Alberto Arbasino, Gabriele Armandi, Giovanni Raboni, Carlo Bo, Alberto Rosselli, Antonio Moresco, Alessandro Piperno.

Ma se le testimonianze e gli articoli raccolti costituiscono un apparato filologico di sicuro interesse, sono in verità le interviste a risultare veramente sorprendenti. Interviste di cui si può trovare peraltro il corrispettivo filmato spulciando su YouTube, godendosi quindi lo spettacolo di questa vecchia canaglia che incalza l’intervistatore, lo spiazza, lo prende in giro con i suoi balbettamenti, le sue iperboli, la sua inimitabile presenza scenica. Gli si chiede di autodefinirsi e lui prende il largo con una digressione dal sapore fenomenologico: «Io lavoro – dice Céline – e non me ne frega nulla. Ecco esattamente quello che penso. La questione è che noi siamo i colpevoli della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sto dalla parte della modestia. Quello che conta è l’oggetto». Sull’ostracismo abbattutosi su di lui nel dopoguerra, lo scrittore dice: «Sono riuscito a passare attraverso la più grande battuta di caccia mai organizzata nella storia, è già mica male». E ancora: «”Il nemico del genere umano”. È il mio nuovo appellativo. Sono il nemico del genere umano. Sono un genocidio platonico, verbale. Ma non importa. Sono le miserie umane che un po’ di sabbia cancella. Cito la sorella di Marat. La cosa davvero importante è pagare il droghiere».

E nella massa di aneddoti, critiche, racconti, analisi, recensioni, Lombardi non manca di dar battaglia contro critici avventati, malevoli, disinformati. E’ il caso degli accenti lombrosiani di un Antonio Moresco, che può chiedersi basito come mai «uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga». C’è poi la squisita sensibilità sociale di un Alessandro Piperno, che rispetto all’ultimo Céline ridotto in miseria si mette a criticare «i leziosi foulard con cui i barboni si danno un tono». Complimenti. Rispetto a queste e altre accuse, Lombardi fa giustizia in modo puntuale e documentato, non mancando di affrontare anche i punti più controversi e sulfurei della produzione céliniana con doverosi chiarimenti e messe a punto. Insomma: scrittore visionario, eccessivo, maledetto, provocatore sì. Penna di partito o di regime no, mai. E oltre alla leggende nere sullo scrittore e sul “collaborazionista”, pian piano vanno dissolvendosi sotto il peso dei fatti anche le maldicenze sull’uomo, che quando non recitava il ruolo nichilista e un po’ scontroso che si era ritagliato per sé appariva come una persona nobile e lontana dallo stereotipo facile del belzebù misantropo.

Lo spiega bene Marcel Aymé, che scrive: «Céline non era un uomo dal cuore duro, al contrario. La grande e spontanea tenerezza che aveva per i bambini e per gli animali basta a testimoniarlo. Si è detto molto, anche da vivo e perfino tra i suoi ammiratori, che era avaro. Questo è un errore che egli denunciò giustamente per tutta la vita. Alla fine dei suoi studi medici, sposò la figlia unica di un medico facoltoso. Normalmente, un tale matrimonio avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una carriera facile e di un’attività redditizia, ma il denaro lo annoiava; il denaro gli sembrava una tara. Divorzierà, per condurre a modo suo un’esistenza bisognosa. Procacciarsi una clientela non gli interessava, poiché quest’uomo, che doveva dimostrarsi tirannico con i suoi editori, era incapace di incassare i soldi dei consulti medici, soprattutto se si trattava di quelli della povera gente». Un demone dal volto umano? Forse. O forse no, ma che importa? Quello che conta non è l’uomo, è l’oggetto. Ancora una volta, aveva ragione Céline.

Potete richiedere Louis-Ferdinand Céline in foto a:
Effepi Edizioni – Telefono (0039) 010 6423334 – 338 9195220 – Indirizzo postale Via B. Piovera 7 – 16149 Genova- Posta elettronica effepiedizioni@hotmail.com

Tratto da Il Secolo d’Italia del 7 maggio 2009.

Immigrazione: oltre il rifiuto, oltre l’assimilazione

Pubblicato da admin in gennaio - 13 - 2010 ADD COMMENTS

z92Fonte: movimentozero di Stefano Di Ludovico L’immigrazione costituisce uno di quei problemi attorno a cui il confronto e la contesa politica, in Italia come nel resto d’Europa, tendono ad animarsi maggiormente, tanto che sempre più, ultimamente, le stesse competizioni elettorali vengono giocate anche e soprattutto sulle risposte che i diversi partiti sono in grado di offrire in merito a tale questione. Le politiche sull’immigrazione appaiono altresì centrali nel caratterizzare l’azione dei governi, ed i provvedimenti che in tal senso vengono presi scaldano come pochi altri gli animi dell’opinione pubblica, suscitando accesi dibattiti nella società civile come nel mondo dell’informazione.
Prendendo in rassegna le diverse posizioni che solitamente le forze politiche o il mondo culturale di cui esse sono espressione assumono in relazione al problema, è facile accorgersi come esse si riducano, nell’essenziale, a due punti di vista, all’apparenza opposti ma che, ad un’analisi più attenta, risultano in realtà complementari se non addirittura semplici varianti di un’unica visione complessiva del mondo e della società. Da una parte abbiamo l’atteggiamento proprio, tradizionalmente, delle forze di sinistra, secondo cui il fenomeno migratorio va governato attuando politiche di accoglienza che favoriscano sempre più l’integrazione degli immigrati nel nostro tessuto sociale, passando necessariamente attraverso la progressiva condivisione, da parte di questi, delle regole e dei valori fondanti della nostra società; regole e valori che devono essere mediati dalle nostre agenzie educative - scuola innanzi tutto - all’interno delle quali gli immigrati devono essere accolti. Tale processo integrativo favorirà così l’acquisizione da parte dei nuovi venuti della piena cittadinanza all’interno dei paesi di accoglienza e quindi la nascita di una società multietnica, che la sinistra vede non solo come ormai inevitabile, ma finanche auspicabile quale segno del superamento delle barriere e delle contrapposizioni che storicamente hanno diviso i popoli e le culture. Per la stessa ragione la sinistra, lungi dal mettere in discussione il fenomeno della globalizzazione, di cui l’immigrazione è figlia, ne esalta la valenza cosmopolita ed universalista, limitandosi ad auspicare una migliore ridistribuzione della ricchezza. Al di là delle belle parole e degli sbandierati proclami circa la convivenza tra differenti culture ed il rispetto per la diversità, tale visione nasconde in realtà la totale condiscendenza verso lo sradicamento e la cancellazione di ogni autentico pluralismo, dato che l’accettazione dei nostri valori e dei nostri costumi da parte degli immigrati - condizione, questa, vista come imprescindibile per una loro adeguata integrazione - significa eo ipso l’abbandono di quelli di origine e quindi la perdita della propria specifica identità. In verità, per la sinistra, integrazione finisce per essere sinonimo di “assimilazione”, quindi omologazione all’interno dei parametri del mondo occidentale e del pensiero unico in esso dominante. Come si fa infatti a parlare di società multietnica e rispetto per il pluralismo culturale quando si pretende che l’immigrato frequenti le nostre scuole, impari la nostra lingua, faccia propri i nostri costumi ed i nostri valori? E’ chiaro che nel giro di una o due generazioni un simile immigrato della sua identità originaria conserverà a male pena il ricordo. Al massimo questa si ridurrà a puro folklore, a puro revival buono per animare feste e ricorrenze di calendario, per cui ognuno indossi pure il velo, organizzi serate a base di kebab e danze del ventre - alle quali noi occidentali saremo lieti di partecipare per rompere la monotonia di mangiare sempre la solita pizza e ballare la solita disco-music: l’importante è che tutti adottino il nostro modello familiare, rispettino il nostro codice penale e prestino solenne giuramento sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Se questa è l’integrazione che la sinistra auspica, celando dietro i buoni sentimenti di accoglienza e rispetto il più bieco assimilazionismo e la più subdola delle intolleranze, la destra da parte sua sa fare a meno anche di tali sentimenti; anzi, ci tiene a presentarsi senza troppe cerimonie come la campionessa della tolleranza zero e delle porte sbarrate. “A casa nostra non li vogliamo”: ecco il motto, semplice quanto efficace, di chi di integrazione ed accoglienza non vuole neanche sentir parlare, erigendosi a difensore dei sacri valori dell’Occidente che gli immigrati, portatori di culture e costumi ad esso estranei, finirebbero per mettere in pericolo. La politica della chiusura delle frontiere e dei respingimenti rappresenta così l’unica risposta possibile al fenomeno migratorio secondo le forze di destra, mentre agli immigrati ormai da tempo presenti nel nostro territorio e quindi difficilmente rimpatriabili non va concesso alcun riconoscimento: niente case, niente scuole, niente strane vesti, niente cibi e balli esotici. Non possono nemmeno costruirsi un tempio per pregare il loro dio in santa pace. Per la destra, semplicemente essi non esistono, devono essere ridotti a fantasmi, a “clandestini” permanenti, al limite lavorare come schiavi a nostro servizio e basta, per non turbare e deturpare con la loro “diversità” il panorama delle nostre città, delle nostre strade, panorama che deve restare omogeneo, uniforme, etnicamente “puro”. Riguardo poi alla causa madre del fenomeno migratorio, la globalizzazione capitalista, la destra rappresenta la sua principale e convinta sostenitrice. Come dire: si desiderano le cause, ma non se ne vogliono gli effetti; e questo la dice lunga sulla sua miopia - se non vera e propria dabbenaggine - politica.
Al di là della diversità dei mezzi, il fine della destra “macha” e poco incline alla commozione e quello della sinistra buonista e ben pensante non appaiono così molto differenti: preservare la nostra civiltà, difendere l’amato Occidente faro di progresso, mantenendo alla larga da esso gli immigrati - la destra - o assimilandoveli - la sinistra -, in modo che il dogma “monistico” proprio della modernità che permea in ultima analisi la visione di entrambe e di cui entrambe sono storicamente e culturalmente figlie non venga messo in discussione. In un caso come nell’altro, è la “diversità” il nemico, è l’altro da sé che deve esser combattuto, in nome di un mondo fatto a nostra immagine e somiglianza e dove l’unica libertà ammessa è la libertà concessa a tutti di comportarsi come noi.
Una prospettiva che invece voglia porsi come alternativa al dogma dominante della modernità, e che intenda quindi salvaguardare e valorizzare la varietà delle culture e delle visioni del mondo, deve così collocarsi al di là dell’ottica propria della destra come della sinistra ed offrire ben altre risposte al problema in questione. E non si tratta solo di denunciare la globalizzazione capitalista proponendo modelli economici e sociali alternativi che consentano per quanto è possibile a ciascuna popolazione di vivere dignitosamente nella propria terra natia: bisogna innanzi tutto trovare adeguate risposte ai problemi legati alla presenza ormai radicata di diverse comunità di immigrati nei nostri paesi, senza che queste si risolvano nella loro discriminazione o assimilazione più o meno forzata. Lo stesso intestardirsi su posizioni del tipo “ognuno a casa propria”, lungi dall’essere espressione di una visione davvero pluralista del reale come a volte anche alcune forze di destra intendono far credere, risulta spesso essere invece solo una variante dell’orizzonte totalitario che pervade la modernità, di cui il nazionalismo, ovvero il mito della nazione etnicamente “pura”, altro non è stato che il preludio. Un autentico pluralismo può dunque essere salvaguardato solo garantendo agli immigrati la possibilità di continuare a vivere, anche lontani dalle loro terre d’origine, secondo i loro costumi e la loro visione del mondo, non ridotti a semplici appendici folcloristiche di modelli di vita nella sostanza completamente occidentalizzati, ma valorizzati quali principi autenticamente e quotidianamente vissuti in base a quanto lo stesso diritto dovrebbe essere chiamato a riconoscere e tutelare. Non la frequenza obbligatoria delle nostre scuole, quindi, ma libera scelta del modello educativo da parte delle famiglie, con possibilità di creare scuole dove si insegni la loro cultura e la loro lingua; non assunzione del nostro diritto familiare, del nostro codice civile e penale, ma possibilità di osservare i loro codici di convivenza e di regolare la loro vita secondo istanze ed istituzioni da essi stessi gestite; non luoghi di culto il cui personale debba essere controllato e selezionato dalle nostre autorità statuali, ma libertà di organizzare il proprio culto secondo i canoni e le modalità decisi dalle comunità dei fedeli medesime in base alle loro specifiche tradizioni.
E’ chiaro che una simile prospettiva, la sola che consenta veramente di arginare il processo di omologazione altrimenti inarrestabile, implica il superamento, concettuale quanto pratico, dell’universalismo giuridico su cui si regge il cosiddetto “Stato di diritto” moderno, a favore del recupero di modelli che favoriscano una diversa concezione della umana convivenza e del governo del territorio, dove lo stesso Stato non è visto più come il garante di un astratto diritto uguale per tutti, bensì come la suprema istanza chiamata a tutelare l’autorganizzazione di ciascuna comunità, etnica o religiosa che sia, presente sul territorio di sua competenza. Ciò che bisognerebbe riaffermare è un sistema di immunità, di statuti, di privilegi, sulla falsariga di quelli che regolavano la convivenza negli antichi imperi medievali - quello cristiano occidentale come quello ottomano orientale - dove ogni regione, ogni città, ogni particolare comunità etnico-religiosa eventualmente presente all’interno di una città stessa, godevano di uno specifico diritto, che si concretizzava in specifiche istituzioni di autogoverno le quali esentavano quel determinato consesso dal rispettare le norme che valevano a livello più generale. Nella visione imperiale lo stesso concetto di “cittadinanza” non si identificava necessariamente con quello di “nazionalità”, come avviene invece nel moderno stato nazionale, dove la sinistra ha sempre teso ad appiattire la nazionalità sulla cittadinanza, la destra la cittadinanza sulla nazionalità: la comunità “politica” era distinta dalla comunità “etnica”, per cui si poteva essere cittadini dell’Impero ma appartenere alla nazione francese, italiana, tedesca, tale distinzione non costituendo alcuna fonte di attrito o conflitto. Seppur a cospetto di una costruzione giuridica - l’Impero - a carattere universalistico, ci troviamo così di fronte non ad un “universale” astratto come quello sul quale si impernia il moderno Stato di diritto, ma ad un universale concreto, ovvero ad un universale come sintesi di particolari, ciascuno dei quali tutelati nella propria specificità. Ancora nelle monarchie nazionali europee della prima età moderna, non solo le diverse comunità, ma addirittura ciascuna classe sociale, ciascun ceto, si autogovernava, e rispondeva a norme e tribunali che valevano soltanto per lei, prima che il centralismo assolutista e poi giacobino spazzasse via tutto ciò in nome dell’astratto universalismo razionalista: non una società intesa quale mera giustapposizione di cittadini-monadi portatori tutti di eguali “diritti naturali” garantiti dalla norma formale, ma come insieme organico di comunità storicamente e culturalmente definite, tutelate dalla persona fisica del re attraverso una rete di patti, contratti, concessioni. Tutt’oggi, nei paesi musulmani non omologati al sistema giuridico occidentale dove il diritto è ancorato alla legge coranica, le “minoranze” etniche o religiose godono di speciali immunità e particolari statuti che permettono loro di autogovernarsi secondo le proprie tradizioni e le proprie regole di convivenza.
Ci sembrano questi i modelli che, di fronte alla sfida rappresentata dal fenomeno migratorio per lo stato nazionale partorito dalla modernità, possono servire oggi da riferimento per le soluzioni più adeguate, in un rinnovato spirito di autentica tolleranza ed accoglienza, contro le obsolete risposte di forze politiche che di quella tradizione statuale sempre più in crisi non costituiscono altro che le ultime e cadenti epigone. Anche in relazione all’immigrazione, come in merito ai tanti altri drammatici problemi che in questa nostra epoca di transizione siamo chiamati ad affrontare, il discrimine non passa più tra destra e sinistra, due facce di una stessa moneta scaduta e ormai fuori corso, ma tra chi quella modernità vuole portare a compimento e chi intende invece superarla in nome di un effettivo pluralismo e di una reale salvaguardia di ogni tradizione e di ogni identità.Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

Se a scoprire il Nuovo mondo fossero stati gli antichi romani

Pubblicato da admin in gennaio - 12 - 2010 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudiLaruna:

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, avrà detto «Ah se non avessi fatto questo o quello le cose sarebbero andate diversamente»: se avessi dato una risposta invece di un’altra, se fossi partito un’ora prima o solo cinque minuti dopo, se avessi o non avessi incontrato quella persona, se fossi o non fossi entrato in quel luogo, se avessi o non avessi comprato quella cosa, se fossi arrivato in anticipo o in ritardo a un appuntamento, se mi fossi o non mi fossi fermato al semaforo, e così via. La nostra vita è determinata spessissimo non da unici e determinanti eventi, ma da una serie pressoché infinita di piccole scelte, una sola delle quali è sufficiente a decidere l’indirizzo della nostra esistenza: in una lunga sequenza del film Lo strano caso di Benjamin Button di David Fincher (2008) si assiste a una serie di minuti eventi che potevano e non potevano benissimo accadere, ma che una volta accaduti hanno come conclusione un incidente (un taxi investe una donna) che avrebbe potuto non verificarsi se solo uno dei precedenti fatti non si fosse a sua volta verificato interrompendo la catena (una telefonata, una scarpa slacciata, un semaforo rosso ecc.). Lo stesso accade in sintesi nel precedente Sliding Doors di Peter Howitt (1998), dove prendere o perdere una corsa della metropolitana cambia completamente l’esistenza della protagonista.

Se questo accade nella vita di ognuno di noi, figuriamoci quel che accade nella complessa trama della Storia: basta che una piccolissima decisione, parola, fatto non avvenga o avvenga in un modo diverso perché le cose possano andare diversamente. E Se la storia fosse andata diversamente è proprio il titolo dato nel 1999 dal Corbaccio per la traduzione della prima storica antologia di questo tipo (What if? del 1931) da me curata e che ha fatto scoprire in Italia ai lettori e ai critici non specialisti l’esistenza di un particolare genere di narrativa, la storia alternativa o anche ipotetica o anche controfattuale, che ha però anche un nome più altisonante: ucronia (non-tempo, come utopia è non-luogo) coniato nel 1859 da Charles Renouvier, un filosofo francese totalmente inviso a Benedetto Croce e invece apprezzatissimo da un anticrociano come Adriano Tilgher.

Il perché è presto detto: l’ucronia mette in discussione il fine predeterminato della Storia, il suo avere uno scopo intrinseco (e in ogni caso positivo), un suo finalismo imperscrutabile, l’accettazione dunque del Fatto Compiuto inteso come il leibniziano «migliore dei mondi possibili». Se invece un piccolissimo evento (un «sì» o un «no», l’aver girato a destra o a sinistra, l’aver detto una parola interpretata male eccetera) può modificare radicalmente il corso della Storia con la «S» maiuscola, non vuol dire altro che questa ineluttabilità intrinseca della Storia medesima non esiste, ed essa non può essere più in quanto Fatto Compiuto un feticcio da adorare secondo la filosofia hegeliano-marxista.

Ora, nell’ultimo decennio la storia alternativa ha avuto in Italia un’ampia diffusione con romanzi e antologie, specie se ambientata nel Bel Paese: troppo gustoso poter cambiare le nostre vicende nazionali, molto lontane e molto vicine, per non essere allettati dall’idea. Ma scrivere storia alternativa non è così semplice come può sembrare d’acchitto: per non cadere nella faciloneria o nella demagogia, nel grottesco o nel ridicolo non si può andare a ruota libera, ma occorre invece (non paia un controsenso) seguire da presso la Storia, quella vera, per poi allontanarsene in modo verosimile: la ricostruzione dell’ambiente e di personaggi «veri» è essenziale: le assurdità fanno altrimenti cadere miseramente la trama.

Uno degli autori italiani che con maggiori risultati si è dedicato a questo genere è Mario Farneti il quale, partendo da un suo racconto del 1999 ha sviluppato una trilogia di romanzi (Occidente, 2001; Attacco all’Occidente, 2003; Nuovo Impero d’Occidente, 2006, tutti editi dalla Nord) che in milleduecento pagine complessive riscrive la storia italiana e occidentale dal 1972 al 2012 con l’Italia che non è entrata nel secondo conflitto mondiale ed è diventata la nazione egemone come oggi sono gli Stati Uniti. Ora Farneti torna in libreria con il primo romanzo di una diversa trilogia: Imperium Solis (Nord, pagg. 454, euro 18,60) che abbandona la contemporaneità e porta il lettore nell’antico mondo mediterraneo del IV secolo d.C. quando, durante la battaglia di Ctesifonte (26 giugno del 363), s’infranse il sogno imperiale di Flavio Claudio Giuliano ucciso nel corso di una battaglia contro i Parti, in una desertica piana dell’attuale Irak. Questo ci dice la Storia, mentre nell’ucronia di Mario Farneti l’imperatore Giuliano non muore, viene creduto (e si fa credere) morto e intraprende una vera e propria missione divina: andar lì dove il Sol Invictus di cui è devoto va a concludere il suo splendente tragitto giornaliero. Egli parte dunque verso l’Estremo Occidente con le sue navi e le sue legioni, ma anche con i suoi sacerdoti, filosofi, scienziati, geografi e storici, per approdare sulle sponde della leggendaria, immensa isola di Meropide. Si troverà al cospetto di quelle che mille e cento anni dopo Cristoforo Colombo chiamerà le Indie Occidentali, che ovviamente acquisirà all’Impero di Roma facendo prendere alla Storia del mondo in generale e dell’Europa in particolare un corso diverso, come anche si vedrà nei romanzi che seguiranno.

La trama che Farneti, bravissimo in ciò, offre al lettore non è ovviamente così lineare: anzi è molto complessa, ricca di trovate, colpi di scena, personaggi maggiori e minori che appaiono e scompaiono, nonché di veri tour de force linguistici con originalissime soluzioni. In Imperium Solis si mescolano avventura e storia, religione e magia, ipotesi plausibili anche se improbabili ma non impossibili, al punto che ci si chiede perché in fondo gli eventi non siano andati effettivamente come Farneti ce li racconta. Inoltre, alcune dettagliate cartine ci aiutano a capire gli spostamenti, certe volte frenetici, dei principali personaggi nel Vecchio e Nuovo Mondo.

Non mancano l’ironia e l’autoironia quando l’autore legge in filigrana la Storia reale e il lettore avveduto, accorgendosene, non potrà che sorprendersi. Magari penserà in alcuni momenti che si tratti di esagerazioni, ma è sufficiente andare a controllare la conclusiva «Nota dell’Autore» per rendersi conto che molti particolari che pensava totali invenzioni in realtà hanno punti di riferimento storici o scientifici ben saldi. Spesso sconosciuti o inaspettati, ma documentatissimi. Infatti solo una vasta opera di informazione, come dimostra la bibliografia del romanzo, poteva evitare clamorosi errori.

L’arrivo degli antichi romani in America era stato descritto anche da romanzieri statunitensi, ma ne erano usciti romanzetti di poco spessore: con Imperium Solis ci troviamo invece di fronte a un vasto affresco, quasi onnicomprensivo, che tenendo conto delle specificità dei popoli all’epoca esistenti nel Nuovo Mondo e della specificità della gens romana, riesce a darci una storia leggibilissima e avventurosa, divertente e seria, affatto superficiale e ricca di spunti culturali che ci fanno riflettere.

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Tratto da Il Giornale del 30 novembre 2009.

Quella sovranità della moneta in mani private

Pubblicato da admin in gennaio - 11 - 2010 ADD COMMENTS

bancaamicaii9di Ida Magli - Il Giornale : Abbiamo ricominciato a tremare per le Banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle Banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. E’ così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d’Italia non è per nulla la “Banca d’Italia”, ossia la nostra, degli Italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche Centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di “federale”), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche Centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca Centrale Europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.

Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto “signoraggio”, ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere “in prestito” dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori.* Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. E’ vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei “caduti” per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti, (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato i provvedimenti che autorizzavano lo Stato a produrre il dollaro in proprio.

Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. E’ questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.

Ida Magli

* Nota bibliografica essenziale:

Agnoli, Carlo Alberto: La Moneta , Dio o Mammona? in: “Chiesa Viva” n. 204 e 205, Brescia, Editrice Civiltà
Auriti, Giacinto: L’ordinamento internazionale del sistema monetario, Chieti: Solfanelli Ed., 1985
Della Luna, Marco - Miclavez, Antonio: Euroschiavi, Casalecchio: Arianna Editrice, 2007
Icke, David: E la verità vi renderà liberi, Diegaro di Cesena: Macroedizioni, 2001
Lannutti, Elio: La Repubblica delle Banche, Bologna: Arianna Editrice, 2008
Mullins, Eustace: The Secrets of Federal Reserve, Wyoming: McLaughlin, 1993
Santoro, Giuseppe: Banchieri e Camerieri - sovranità monetaria e sovranità politica, Cusano Milanino: Sc. Ed. Barbarossa, 1999
Ziegler, Jean: La privatizzazione del mondo, Milano, Il Saggiatore, 2006

James Bacque: un olocausto politicamente scorretto

Pubblicato da admin in gennaio - 7 - 2010 ADD COMMENTS

cm300Tratto da Rinascita Di Francesco Fatica Si dice che siamo in un paese libero.
Il libro di James Bacque, Crimes and Mercies, (Crimini e Pietà), non ancora tradotto in italiano, descrive tantissimi crimini perpetrati dagli “alleati” contro i tedeschi, e costituisce il seguito del famoso Other Losses, pubblicato in Italia da Mursia nel 1993, con il titolo Gli altri lager.
Dicono che siamo in un paese libero, ma Crimes and Mercies “non deve” essere tradotto in italiano.
Il libro non ha trovato la meritata accoglienza in una casa editrice italiana per i veti sotterranei di una Casta, vassalla, più realista del re; Crimes and Mercies è considerato politicamente scorretto perché rivela il sinistro destino postbellico di 60 milioni di civili tedeschi, di cui più di 9 milioni morirono di fame e di stenti, privati come furono del lavoro, di una casa e pure del cibo. Pubblicato già nel 1997, e ristampato, ancora in lingua inglese, da New Ed nel febbraio 2003, Crimini e Pietà sarebbe in Italia un best-seller documentatissimo e degno di attenzione, tuttavia neanche “Wikipedia”, la tanto propagandata Enciclopedia informatica, sedicente libera, sembra accorgersene; ignora del tutto questo fondamentale volume di James Bacque, ma critica faziosamente il suo precedente lavoro, Other Losses, rifacendosi strumentalmente alle critiche di uno storico americano, Stephen E. Ambrose al servizio dell’esercito USA.
Lo stesso James Bacque ha dovuto intervenire in un suo articolo su “Come Don Chisciotte”, www.comedonchisciotte.org, denunciando il comportamento mistificatorio e calunnioso di “Wikipedia” che si arroga tanta competenza per criticare uno storico riconosciuto valido da cattedratici che hanno dato pure un supporto al suo lavoro, come Richard Overy, del King’s College, University of London; Otto Kimminich, dell’University of Regensburg, come il Dr Alfred De Zayas, autore di molti libri sulla storia del dopoguerra tedesco, e ancora decine di professori di università inglesi, americane e canadesi, che sarebbe troppo lungo continuare a citare.
Ma “Wikipedia” nega pure l’evidenza; è un tipico esemplare dei media del sistema politico-finanziario-mediatico-sindacale asservito al Grosso Capitale, alla Power Élite, nota anche come l’International Banking Fraternity, che “governa” il mondo.
Tanto che James Bacque è stato costretto a scrivere ancora:
«Wikipedia fa la recensione e critica soltanto Other Losses [Tace sfrontatamente su Crimes and Mercies, n.d.r.] e in un modo così distorto che alla fine ho cercato di correggere i loro numerosi errori. A partire dal marzo 2006 ho provato ripetutamente per diverse settimane a rivedere gli errori, ma ho riscontrato che all’inizio nel giro di un giorno, poi di ore, e alla fine di minuti, qualche editore Wikipediano aveva eliminato le mie correzioni, sostituendole con delle affermazioni persino più sgradevoli e denigranti. Anche alcuni miei amici hanno tentato di correggere l’articolo fallato di Wikipedia, ma hanno riscontrato la stessa situazione».
Questo rivoltante comportamento non ci meraviglia affatto; è perfettamente in linea con la strategia ostruzionistica e mistificatoria dei media politicamente corretti, a cui vanno i finanziamenti sia ufficiali che occulti del “Sistema” ormai pienamente vassallo degli USA.
Si capisce dunque come mai un libro come Crimes and Mercies, non sia stato tradotto in italiano e non abbia ancora trovato un editore.
Una coltre di silenzio copre dunque Crimes and Mercies, e non può certo sottrarvisi “Wikipedia”. Se ce ne fosse ancora bisogno, questa è un’altra prova dei finanziamenti occulti che ricevono redattori sedicenti “liberi” di “Wikipedia”.
Ciononostante ci dicono che siamo in un paese libero.
“Rinascita” ha già pubblicato il 17/01/08 un articolo di Eric Blair, tradotto da Andrea Carancini sull’argomento, ma vorrei mettere in risalto, proprio in relazione alla mancata pubblicazione in Italia di un libro di capitale importanza storica come Crimes and Mercies, che in fatto di libertà di espressione siamo piuttosto carenti in Italia.
Su quanto si possano sentire “liberi” in Italia scrittori che intendano rivelare verità fuori della vulgata ufficiale, dobbiamo riferire che un coraggioso autore come Giovanni Bartolone, per essere veramente libero di scrivere la verità e tutta la verità, sulle stragi alleate avvenute in Sicilia dopo lo sbarco del 1943, ha dovuto pubblicare un libro in proprio: Giovanni Bartolone, Le altre stragi, le stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943-1944, (cell. 339-7921348). Un libro documentatissimo e coraggioso, che finalmente comincia a far luce sul comportamento degli eserciti “alleati” nei confronti dei prigionieri di guerra.
Pochi sanno, in verità, però, che è già accaduto nella Repubblica italiana che un libro scomodo sia stato addirittura sequestrato da questo nostro Stato che si dice “democratico”. Nel 1957 Franco Tabasso aveva voluto scrivere in un libro le vicende del padre, Aristide Tabasso, rimasto poi tragicamente avvelenato. Il padre aveva portato in Italia documenti microfilmati di importanza strategica, che dovette consegnare al capo del Servizio Informazioni e Sicurezza, della Marina, contrammiraglio Franco Maugeri, ma quei documenti furono sottratti agli organi competenti, provocando pure l’arresto e la persecuzione dei fascisti, che, nell’Eritrea occupata dagli inglesi, si erano associati clandestinamente in un’organizzazione che aveva procurato proprio quei documenti segreti, aveva costruito una potente radio ricetrasmittente clandestina e aveva operato sabotaggi. A Franco Maugeri, che aveva nascosto quei documenti, fu conferita dagli Stati Uniti d’America la «Legion of Merit» (Legione al Merito) con la seguente (ignominiosa) motivazione: «Per la condotta eccezionalmente meritoria nella esecuzione di altissimi servizi resi al governo degli Stati Uniti come capo dello spionaggio navale italiano». (sic!).
Dunque Franco Tabasso pubblicò, nel 1957, il libro Su onda 31 Roma non risponde, che però immediatamente venne sequestrato in tipografia e nelle librerie; Franco Tabasso prontamente e pesantemente minacciato, si defilò. Il suo libro toccava verità troppo scomode per la Casta dell’epoca. Ma ancora peggio gettava ignominia su un ammiraglio amico degli americani.
Tuttavia Franco Tabasso non si diede subito per vinto; in collaborazione con lo scrittore Cataldo Pierri, si era rimesso a scrivere a Taranto un nuovo libro che riguardava i Servizi Segreti, attingendo ad una massa notevole di documenti. Però la polizia di Taranto piombò nel suo studio e sequestrò tutta la documentazione. Franco Tabasso dovette convincersi così di essere strettamente sorvegliato e vincolato, in barba a tutte le libertà proclamate ufficialmente. Ma la “libera” stampa d’Italia non se n’è nemmeno accorta.
Ciò nondimeno continuano a dirci che siamo in un paese libero.
Forse oggi non si sarebbe così disinvolti nel trascurare le forme; eppure, nella sostanza, le libertà di espressione sono fortemente condizionate, per non dire oppresse da mille ostacoli e dalle difficoltà finanziarie e, se non bastasse, provvederebbe il coro dei media del “Sistema” a stroncarle.
Ovvio quindi che nei confronti del libro di Bacque si adopri la strategia del silenzio.
James Bacque, infatti, fuori dal coro, documenta in Crimes and Mercies che per le condizioni straordinariamente dure imposte alla Germania dagli “Alleati” (inglesi, francesi, sovietici e americani), dopo la fine delle ostilità, morì un numero di tedeschi compreso tra un minimo di nove milioni e trecentomila e un massimo di tredici milioni e settecentomila vittime. Egli scrive:
«Questo numero è molto superiore a quello dei tedeschi che morirono durante la guerra, in battaglia, a causa dei raid aerei e nei campi di concentramento. Milioni di queste persone morirono lentamente di fame davanti agli occhi dei vincitori ogni giorno per anni». E aggiunge: «questi morti non sono mai stati onestamente nominati né dagli Alleati né dal governo tedesco».
Il governo tedesco era ed è libero…di tacere. Come imposto dagli americani.
Ho già scritto, ma giova ripetere che siamo liberi finché non dispiaciamo alla Tirannia Globale del Grosso Capitale, che, pur restando ben attenta a salvare la forma democratica, controlla le maggioranze attraverso occulti finanziamenti ai partiti di maggioranza e pure a quelli di opposizione addomesticata, così la forma resta salva e la tirannia non viene avvertita dal popolo schiavo che continua a lavorare in silenzio.
Può essere in questo modo imposta tanta disonestà, fatta di silenzio, di ostilità antitedesca e di finta storiografia.
James Bacque non può trascurare di denunciare la brutale inumanità dei leader “alleati”: Roosevelt, Churchill, Stalin e De Gaulle. Ma lo spietato Piano Morgenthau per la “pastoralizzazione” del popolo tedesco (che prevedeva la totale deindustrializzazione di quella nazione), costituisce in assoluto un diabolico primato.
Ideato da Morgenthau e appoggiato dal famigerato Brain Trust di Roosevelt, poi “cancellato” per modo di dire, ma in sostanza infine attuato (in parte) attraverso la direttiva punitiva JCS/1067, il Piano Morgenthau ebbe un impatto devastante sull’economia tedesca e, per estensione, sulla disastrata economia europea. Bisogna ricordare che l’obiettivo da raggiungere era la riduzione in vassallaggio dell’intera Europa, con l’utile idiozia di Francia ed Inghilterra, autolesioniste, che hanno combattuto ottusamente senza voler capire che sarebbe finita, poi, con la dissoluzione dei rispettivi imperi coloniali.
La tragedia che fu più evidente e straziante fu quella di sedici milioni di tedeschi “etnici” che furono cacciati dalle loro terre ataviche in Polonia, Ungheria, Ucraina, Bielorussia, Cecoslovacchia, Romania, dalle regioni orientali della stessa Germania e altrove in Europa, alla fine della guerra. Donne, bambini e anziani i quali, con pochi averi e costretti a passare tra due ali di folla in tumulto, si avviarono a piedi verso la propria patria d’origine in rovina. Alla fine profughi in una terra distrutta e sfasciata, dove erano state provocate fame, indigenza, malattie e dove la mancanza di alloggi, di ospedali, di medicinali, di tutto il necessario per sopravvivere, costringeva ad una morte tra le più crudeli. E sentiamo il dovere di ricordare inoltre due milioni di donne tedesche di ogni età, (dai sei agli ottant’anni) violentate e spesso pure massacrate, furono tra le protagoniste di un’allucinante sezione al femminile del più generale olocausto segreto, di cui la verità proibita comincia a trasparire oltre la pesante coltre del silenzio imposta dagli USA, ma in definitiva dalla Power Élite, dal Grosso Capitale apolide.
Toni Liazza, su “Historica Nuova” (C. P. 176, Asti), nel settembre 2006, in un magistrale articolo, Germania 1945: una deliberata politica di sterminio, aveva citato e commentato i contenuti di questi due libri di James Bacque, non limitandosi soltanto ad essi, ma citando anche: Austin J. App, Ravishing the Women of Conquered Europe (Violentate le donne dell’Europa conquistata), San Antonio, edito a cura dell’autore, 1946. E ancora dello stesso autore, Slave-laboring German Prisoner of War (Prigionieri di guerra tedeschi come schiavi da lavoro), San Antonio, edito a cura dell’autore, 1946.
Liazza cita pure il libro di J. Robert Lilly, dell’Università del North Kentucky, in Italia pubblicato da Mursia col titolo Stupri di guerra - Le violenze commesse dai soldati americani in Gran Bretagna, Francia e Germania 1942-1945, Milano, 2004. E sempre lo stesso Liazza commentava pure l’eminente scrittore ebreo Theodore N. Kaufmann, che nel volume: Germany must perish (La Germania deve morire), Argyle Press, Newark, NY, 1941, sostenne il progetto di “eliminare tutti i tedeschi mediante sterilizzazione”. Non fu rimbrottato; il suo criminale libro, lungi dal sollevare indignate critiche, ricevette recensioni scandalosamente favorevoli sui maggiori quotidiani e riviste degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono un paese libero, i cui media sono liberi di simpatizzare con gli ebrei. Anche quando propongono crimini.
Non si può trascurare di osservare, però, che il disumano olocausto dei tedeschi nel dopoguerra, fu ritenuto cinicamente necessario per imporre la supremazia economica e politica degli Stati Uniti d’America, braccio esecutivo della consorteria del Grosso Capitale. E non mi limito a fare un’affermazione apodittica; per darne una prova ricordo agli immemori e ai tanti a cui è stato nascosto, un fatto eloquente sull’intromissione sistematica della plutocrazia in politica e cioè che le minute degli incontri di gabinetto, tenutisi a partire dal 1939 fra il Dipartimento di Stato e il Council on Foreign Relations (CFR), espongono in dettaglio il ruolo egemonico degli Usa come successori dei britannici. Indubbiamente una decisione di capitale importanza. È quanto mai opportuno, però, ricordare a noi, sbalorditi europei, che il CFR, organo privato, è l’emanazione della consorteria del Grosso Capitale Apolide, quindi, si ribadisce, è un ente privato, ma ciononostante partecipava, e partecipa, a riunioni decisive a livello mondiale, influenzando e condizionando il Dipartimento di Stato. Una dimostrazione di come sfacciatamente funzionava, e funziona, la plutocrazia in America e del modo in cui il popolo lavoratore l’accetti quasi come una consueta, naturale organizzazione “democratica”. Ovviamente la Casta insediata in Italia conosce bene queste cose, ma vengono lasciate in ombra per il grosso pubblico. Non così per il “nostro” presidente Napolitano, che nella sua recente visita in America, non ha mancato di contattare ufficialmente, in pompa magna, il Council on Foreign Relations, come ben hanno fatto e continuano a fare, del resto, anche altri eminenti post comunisti e non. Ma, come tutti sappiamo, siamo in un paese libero; liberi di prendere contatti e ordini dal Grosso Capitale.
Tornando al discorso sull’olocausto segreto, bisogna ricordare che anche in Italia fu attuata la stessa strategia annientatrice per ridurci in mansueto vassallaggio. I profughi dalla Dalmazia, da Fiume, dall’Istria dalle province invase di Trieste e di Gorizia ebbero la loro tragica Via crucis. Ma, ancora peggio, ci fu imposta anche la guerra civile, finanziando e foraggiando le bande dei fuorilegge, a spese, peraltro, delle esauste finanze del Regno del Sud, già disastrate per l’immissione in circolazione di un fiume inesauribile ed incalcolabile di amlire, che durò fino al 1947. E non trascurarono, gli “Alleati”, si badi bene, di consentire che a guerra finita impazzasse in Italia la marmaglia rossa armata, onde farle svolgere il lavoro sporco, perché restasse definitivamente frantumata l’unità nazionale e fossero trucidati tanto i capi quanto i fascisti più ideologizzati e irriducibili, in modo da ottenere nei più malleabili sopravvissuti, adesioni alle lusinghe americane e per conseguire, a completamento di strategia, un più feroce anticomunismo, provocato dalle stragi ancora incrementate in quel dopoguerra, mascherato da “liberazione”, e invece paradossalmente sostanziato del più becero vassallaggio atlantico.
In Germania, non essendo stato possibile creare un fenomeno partigiano, il lavoro sporco per eliminare i combattenti più determinati, fu necessariamente demandato all’esercito statunitense, la cui “politica” istituzionalizzata era che i soldati tedeschi che si davano prigionieri in piccoli gruppi venivano abbattuti sul posto; si salvarono soltanto gli appartenenti a gruppi molto numerosi di prigionieri, ma venivano fatti schiavi o finivano nei campi di prigionia di cui parla Other Losses. Ne ha scritto Gian Franco Spotti, Come gli alleati trattarono i prigionieri di guerra tedeschi, su “Rinascita” del 20 gennaio 2007, mettendo in luce assassini, schiavizzazione e maltrattamenti istituzionalizzati.
Senza contare i 5 milioni di prigionieri - militari e civili - pretesi e ottenuti dall’Urss come schiavi, forse pochi sanno che la Croce Rossa Internazionale denunciò nell’agosto del 1946 che perfino la liberalissima e civilissima Inghilterra deteneva barbaramente 460 mila prigionieri tedeschi in stato di schiavitù.
Contestualmente si volle che in Italia fosse annichilita pure l’autosufficienza alimentare: stroncata la “Battaglia del Grano”, svilita l’agricoltura in genere, annullate le produzioni di barbabietole e messi ad arrugginire gli zuccherifici che le avevano lavorate per estrarne ottimo zucchero, azzerata la produzione di canapa e lino, ridotta pure la produzione dell’olio d’oliva e della frutta; il mansueto De Gasperi obbedientemente si affrettò a far emigrare i contadini. Fu tanta fame e fu necessario importare, importare…
Se qualcuno fosse indotto a pensare che questi stravolgimenti economici fossero dovuti unicamente alle distruzioni di guerra, gli ricordiamo che gli americani avevano già pianificato tutto, infatti l’autorevole rivista mensile “Mercury”, già l’8 ottobre 1943, a firma del giornalista Kingsbury Smith, così riepilogava il programma del governo USA:
«…deve essere imposta una completa incorporazione dell’Italia vinta nella sfera degli interessi economici americani. Innanzitutto l’Italia si deve dichiarare disposta a sottoporre la sua produzione e la sua esportazione alle decisioni di un Consiglio Economico straniero. Ogni tentativo dell’Italia per realizzare l’autarchia in qualsiasi campo deve essere stroncato. Prima di tutto l’Italia deve rinunziare all’aspirazione di raggiungere una sufficiente produzione italiana di grano». Agghiacciante cinismo. E non si trattava dell’opinione di un singolo giornalista e nemmeno dell’opinione singola del sinistro Franklin Delano Roosevelt; basti pensare che già dall’aprile 1907 un presidente degli States: Thomas Woodrow Wilson era stato stupefacentemente esplicito e sfacciato in una serie di lezioni tenute alla Columbia University: «Dal momento che il commercio ignora i confini nazionali e il produttore preme per avere il mondo come mercato, la bandiera della sua nazione deve seguirlo, e le porte delle nazioni chiuse devono essere abbattute… Le concessioni ottenute dai finanzieri devono essere salvaguardate dai ministri dello stato, anche se in questo venisse violata la sovranità delle nazioni recalcitranti… Vanno conquistate o impiantate colonie, affinché al mondo non resti un solo angolo utile trascurato o inutilizzato». (sic!). Ma non si trattava della sola élite dirigenziale, si era avuta cura di indottrinare un intero popolo sul “diritto di origine divina” di predare gli altri popoli. Per spiegare come ci si sia sforzati nel tempo di dare a questa superstiziosa vera e propria religione dell’America superlativa una capziosa veste pseudo-scientifica e perfino moralistica, Emilio Gentile ci aiuta a capire con il suo libro, La democrazia di Dio. La religione americana nell’era dell’impero e del terrore, Laterza, 2006. Egli ci spiega quanto sia diffusa e condivisa tra gli statunitensi una certa “pseudocultura”, una weltashauung, una particolare visione del mondo in virtù della quale tantissimi bigotti yankee sono rimasti persuasi che il loro popolo abbia instaurato un rapporto speciale con il Creatore dell’Universo, risoltosi con l’assegnazione agli Usa di «un ruolo missionario» inteso «come modello di redenzione per l’umanità». Una tradizione messianica tipicamente americana, molto funzionale all’imperialismo statunitense. Un fondamentalismo a sfondo religioso opportuno per portare gli yankee ad una sorta di fanatica guerra santa onde asservire gli altri popoli che si dovrebbero evangelizzare. Da ciò l’ipocritamente sfacciato rooseveltiano: «To evangelize the World».
Evangelizzazione che continua ancora oggi, imponendo il modello democratico come sistema di asservimento inavvertito, attraverso i finanziamenti del Grosso Capitale.
Tornando al libro di Bacque, non si può fare a meno di considerare che tanti milioni di morti furono cinicamente programmati ed immolati sull’altare mostruoso dell’America superlativa.
È pur vero che James Bacque dedica una buona parte del suo libro a Herbert Hoover che, “nello spirito della carità cristiana e fedele alle sue radici quacchere”, condusse un programma mondiale di rifornimento di cibo durante il periodo postbellico; salvando, secondo Bacque, probabilmente milioni di persone in Germania, in Italia e pure in Giappone; un programma che, insieme al Piano Marshall, aiutò a porre un termine allo sfacelo del Piano Morgenthau e a salvare letteralmente altri milioni di vite da una morte lenta e dolorosa.
Ma è facile capire, anche se Bacque non lo dice, che l’operazione caritativa di Hoover e il parallelo Piano Marshall, erano indispensabili alla Power Élite: il commercio mondiale aveva bisogno di centinaia di milioni di consumatori, che se anche ridotti in schiavitù, seppure incapaci di pagare al presente, potevano indebitarsi. Ancora una volta la tecnica del bastone e della carota. Ma bisogna pur ricordare che era cominciata la “Guerra Fredda” e che la Germania poteva costituire ancora un caposaldo al di qua della “Cortina di Ferro”
Era stato deciso di effettuare il lavaggio del carattere dei virili popoli del Patto Tripartito per trasformarli da agguerriti combattenti della “lotta del sangue contro l’oro” in vassalli mansueti, impegnati a produrre secondo le direttive mondiali della cosiddetta Globalizzazione, svirilizzati nella prassi democratica e suggestionati, plasmati dai media politicamente corretti.
E fu paradossalmente sentenziato: “Liberazione” !

Quando l’arroganza diventa sistema planetario

Pubblicato da admin in gennaio - 7 - 2010 ADD COMMENTS

cmpck9Ci corre l’obbligo di fare un preambolo iniziale, noi, figli di questa amata città, al contrario di altri, rivendichiamo la dignità e la fierezza che da sempre appartiene ai perugini.
I popoli che perdono l’orgoglio della propria identità e la sovranità non sono liberi.
Pertanto mettiamo subito in chiaro delle cose, il nostro codice non prevede che l’ essere semplicemente cittadini americani vi garantisca l’ impunità.
Interferire pesantemente e le ritorsioni attuate dall’estero a causa di decisioni maturate delle nostre istituzioni non è da una nazione civile.
La nostra storia si basa su questi principi irrinunciabili , valori che non sono negoziabili . Siamo persone accoglienti e aperte che rispettano gli altri, ma a casa nostra le prepotenze non l’accettiamo.
Infatti la deliberazione che ha avuto protagonista l’amministrazione di Seattle di non intitolare più un parco alla città gemellata di Perugia a causa della sentenza di condanna nei confronti della loro concittadina Amanda, per il delitto Meredith, deve farci fare una serena generale riflessione.
Quando pensiamo alla cultura occidentale moderna la prima cosa che ci sovviene in mente è un insieme di immagini confuse ma abbastanza definite, di ferrovie, aeroporti, fabbriche, computer, tabelloni elettronici e via dicendo… Le conquiste della scienza e della tecnologia indubbiamente rivestono un ruolo di grande risalto e rappresentano uno dei vanti del patrimonio culturale dell’uomo del cosiddetto “mondo industrializzato”.
Spesso, però, nel modo più superficiale, si tende a confondere lo scenario, tanto da non saper distinguere più fra i termini coinvolti nell’analisi, confondendo perciò la conquista col conquistatore, la scienza con la saggezza, il dato con l’uomo. È così che molto spesso capita in questo nostro mondo post-fordiano, di osservare e ascoltare affermati apologeti dell’Occidente, appellarsi ad una civiltà comune, frutto di quelle conquiste e quelle erudizioni: un misto di sentimentalismo e di misticismo, non completamente estraneo ad un certo manicheismo messianico, nel quale la scienza stessa viene mortificata e uccisa proprio nel passaggio dalla sua natura metodologica di sperimentazione e critica alla levatura di fede, e l’uomo viene confuso con le sue conquiste.
La quantità supera e sorpassa la qualità, la logica della massa e dell’omologazione diventa paradossalmente un evento di distinzione, l’uomo occidentale passa al comando di un mondo del quale si sente padre e padrone.
Sappiamo bene in cuor nostro che non è così: sappiamo perfettamente che questa informe massa vuota non ha alcun peso specifico, non ha fatto altro che ricevere gli onori di riflesso, riscossi da una manciata di uomini arguti e ardimentosi del passato anche remoto, vivacchiando all’interno di una campana di vetro illusoria, dove le qualità umane e la sensibilità possono essere misurate con le calcolatrici.
Se al processo tecnologico e scientifico occidentale non si è in realtà accostato nessun progresso sociale e antropologico, l’illusione che al contrario possa ipoteticamente averlo fatto, ci ha portato a ritenere che questo fosse il migliore dei mondi possibili. La democrazia, il liberalismo, l’eguaglianza assoluta, furono dunque addotte quali nuove tavole di un mondo immaginario, costruito sul solco di una deviazione del pensiero umano.
Nel mondo di oggi, gli Stati Uniti incarnano da decenni il ruolo di faro democratico, di guida politica ed etica per tutto il pianeta conosciuto, e dunque da loro noi attendiamo direttive e a loro rimandiamo qualunque questione. Siamo abituati ad attenderne ogni giudizio, a conoscerne la letteratura, il cinema, l’arte in assoluto, passiamo con ansia la nottata dell’election day, curiosi di conoscere il vincitore, come mai avremmo fatto per paesi parimenti importanti magari anche più vicini.
Gli Stati Uniti, simbolo ed emblema della società capitalistica post moderna, figlia del più risoluto positivismo anglosassone e dei suoi risvolti economici (libero mercato), antropologici (l’uomo/donna di carriera) e perfino teologici (calvinismo), rappresenta per tutta la nostra intelligentia sociale, un riferimento fondamentale.
Di questo andazzo, però difficilmente riusciamo a spiegarci le tante e troppe falle storiche e particolari che ci dimostrano quasi l’opposto. Non capiamo perché quel paese possa aver bombardato almeno una nazione del mondo ogni anno da almeno sessanta anni, come possa condizionare e dettare le regole economiche del mondo attraverso organismi unilaterali e non-elettivi, come possa stabilire da sé e per tutti graduatorie di democraticità, come possa sempre intervenire in ogni luogo del globo senza che però nessuno possa mai anche soltanto provare a mettere in dubbio il pur minimo loro comportamento.
Improvvisamente le polemiche spariscono, i dubbi svaniscono, e delle loro numerose dimostrazioni di intolleranza, pochissime restano attuali e stampate nelle memorie collettive.
Manipolando, anzi, diffondendo mezze verità ottenute dal frammischiamento di fatti raccontati per metà e omissioni o spudorate falsità, dopo aver piazzato un mastodontico portale di informazione che produce milioni di trasmissioni e fonti d’informazione in modo quotidiano, non pare così complicato comunicare.Così come si riesce a trasformare il bombardamento contro l’Irak del 2003 in un volano di pace e libertà, si riesce facilmente a far ritenere che Amanda Knox sia una vittima scelta della magistratura italiana, ancora istigata da un fantomatico sentimento di astio nei confronti degli Stati Uniti d’America, baluardo di democrazia. È forse il concetto calvinista del destino manifesto (quello, per dirla in breve, attraverso cui la borghesia WASP può sistematizzare il suo macchiettistico primato economico-sociale “innato”), a indurre questi individui a ritenere impossibile che una loro concittadina, nata sul “glorioso” suolo del confratello George Washington e dei “padri della libertà”, possa non solo essere giudicata ma persino messa in dubbio nella sua interiorità morale, ad opera di qualcuno che non sia un americano, anzi, ad opera di un qualunque non-americano.
Nullificando l’altro da sé, il genio civile di questo ibrido e sinistro tessuto sociale, presume di poter spianare la strada ai suoi cavalieri: si ritiene superiore senza mai entrare in campo, ma solo stabilendo dalla tribuna stampa buoni e cattivi, belli e brutti. Perugia oggi assomiglia a un pezzettino di Iran, e, a detta del Sindaco di Seattle (e mica cavoli!), sarebbe brutta e cattiva.
La sentenza del Tribunale contro Amanda, ha fatto sì che il gemellaggio consolidato tra le due città possa ora attraversare una crisi, ed uno dei parchi cittadini non sarà più chiamato col nome della nostra città. Le sfide nell’alveo della toponomastica sinceramente non ci costringono a prendere camomille per poter dormire e, ben premesso, che nulla ci interessa di questo gemellaggio, utile magari a qualche assessore locale per organizzare un viaggio premio, chiedo io, da perugino di nascita, di chiudere definitivamente qualunque tipo di relazione con una città di una nazione che non ci pertiene, di una nazione che non mostra rispetto per nessuno, ma che pretende di pontificare su ogni tema in ogni luogo.
Un oceano ci divide, non tanto in termini puramente naturalistici ma in termini di civiltà. Sarebbe un buon segno, da parte dell’amministrazione comunale, quello di difendere una volta tanto l’immagine della nostra città agli occhi del mondo, soprattutto di quel gran pezzo di mondo sempre più stufo di questa opprimente falsa libertà.
Andrea Fais - Ettore Bertolini, www.tifogrifo.com

Dies Natalis Solis Invicti

Pubblicato da admin in dicembre - 22 - 2009 ADD COMMENTS

Buon Solstizio ed anno nuovo. Gute Sonnenwende und neues Jahr.
Bon Solstice et an nouveau. Buen Solsticio y Año Nuevo. Good Solstice and new year.

http://www.galleria.thule-italia.com/
http://stromerhannes.thule-italia.org/

ruotasolare

M. B. Di Dario Il Sole invincibile Ed. Ar, Padova, 2002, http://www.edizionidiar.com
A. de Benoist Fêter Noël Ed. Pardès, Puiseaux, 1994, http://www.libre-diffusion.com
V. Coremans Sur les fetes du Jul Ed. L’Aencre, Paris, 1996, http://www.libre-diffusion.com
T. Daniotti Jòl. Le origini nordiche del Natale Ed. Herrenhaus, Seregno, 2000, http://www.herrenhaus.it/
A. de Benoist Tradizioni d’Europa Ed. Controcorrente, Napoli, 2006, http://www.controcorrentedizioni.it/
J. Mabire - P. Vial Les Solstices. Historie et Actualité Ed. du Lore, 2007, http://www.ladiffusiondulore.com/
D. Munier Hausbuch Deutsche Weihnacht Verlag Orion-Heimreiter, Kiel, 2006, http://www.zeitreisen-verlag.de/
A. Perez - S. Chiacchiararelli Helios. I Solstizi simbolo e attualità Ed. in proprio, Roma, 1982, http://www.ritteredizioni.com/
G. Innerebner Sonnenlauf und Zeitbestimmung im Leben der Urzeitvölker Verlag Burkhart Weecke, FK 1942, Horn, http://www.weecke-verlag.de/

La vita nell’Italia governata dall’Islam

Pubblicato da admin in dicembre - 9 - 2009 ADD COMMENTS

la-moschea-di-san-marco-ladestraTratto da CentroStudilaRuna: «Quando gli scrittori di fantascienza anticipano i politologi», potrebbe essere il sottotitolo di questo articolo. Infatti, qualche giorno fa, il professor Panebianco in un fondo del Corriere si poneva il problema della nascita di un partito di ispirazione religiosa islamica nei vari Paesi della Unione Europea, cosa che sta avvenendo già in Spagna. Partiti che non potrebbero che essere «identitari» e quindi inevitabilmente fondamentalisti. Che cosa avverrebbe se si presentassero alle elezioni politiche? Il Foglio faceva in seguito notare come in altre nazioni ciò fosse avvenuto e si fosse risolto con un flop, dato che i cittadini europei di religione musulmana in genere votano i già esistenti partiti di sinistra. L’ipotesi era stata prevista però due anni fa da un autore italiano, Pierfrancesco Prosperi, architetto di professione e scrittore di fantascienza per vocazione sin dagli anni Sessanta con un centinaio di racconti e una decina di romanzi al suo attivo, che nel 2007 aveva pubblicato La moschea di San Marco e che adesso torna in libreria con il seguito, La Casa dell’Islam (entrambi i volumi editi da Bietti).

Prosperi, come ogni avveduto narratore dalla mentalità speculativa, osserva la realtà e, dai sintomi che vede, ne trae le debite conseguenze portandole alle estreme ma logiche conseguenze e scrive una storia per ammonire i lettori: se le cose continuano come vediamo, ecco ciò che potrebbe succedere. È il meccanismo che muove ogni autore di antiutopia che si rispetti, spesso del tutto inascoltati: si pensi a Zamjatin sul comunismo, Huxley sullo scientismo, Orwell sulla dittatura mediatica e quello che oggi chiamiamo il politicamente corretto (la modifica delle parole) e così via. Si parva licet componere magnis, Prosperi fa lo stesso.

E si immagina, nel primo romanzo, la nascita nel Belpaese di un Partito della Verità, espressione dei musulmani italiani che, con un sanguinoso marchingegno, svelato dal doppio colpo di scena finale, vince le elezioni politiche del 2015. Il tutto è visto attraverso gli occhi del commissario Visconti, un fiorentino reso cinico dalle esperienze personali e professionali, che farà da filo conduttore anche ne La Casa dell’Islam. Che cosa rende possibile una situazione del genere, a prima vista impensabile? Lo rende possibile quel che ben si potrebbe definire il tradimento dei chierici nel senso più ampio del termine: sia ecclesiastici, sia intellettuali. Infatti, quel che spiana man mano la strada all’affermazione di un Islam radicale italiano è il «buonismo» esasperato, è l’ossessione del «politicamente corretto» spinto sino al suicidio culturale. Non per nulla le desolate parole conclusive de La moschea di San Marco son proprio queste: perché è stato possibile tutto ciò? Forse perché siamo troppo buoni?

È la Chiesa cattolica che con il suo ultimo Papa, proprio nel senso delle profezie di Malachia (Benedetto XVI è il penultimo della serie), e che si chiama – appunto – Pietro Romani, abdica al proprio ruolo nel nome dell’ecumenismo planetario ammettendo la supremazia dell’Islam; e sono certi politici e intellettuali «impegnati» che non trovano nulla di strano a cedere a ogni richiesta dei musulmani italici in nome di astrazioni illuministe. Intendiamoci bene, l’autore rispetta l’Islam in quanto tale e la sua denuncia è solo nei confronti dell’estremismo fondamentalista che è in genere quello che più si afferma: nella talebanizzazione italiana i primi a rimetterci (anche la pelle) sono i musulmani moderati, la setta dei pacifici e mistici sufi.

La vicenda della Repubblica Islamica d’Italia è lo sfondo del secondo romanzo adesso in libreria: ma non è facile trasformare l’italiano, anarchico per natura, in un homo islamicus. Di fronte agli estremismi delle milizie in verde c’è una resistenza passiva e a volte ingegnosa (come le chiese gonfiabili dei preti che non accettano la resa del Vaticano e che dicono messa qua e là), a volte inaspettata (più delle donne che degli uomini, come le atlete che si rifiutano di partecipare alle gare del tutto intabarrate). Nel 2020, l’anno in cui è ambientata la storia, avviene anche una secessione: il Nord-Est al di là del Po proclama la separazione e la Repubblica del Sud, privata delle industrie settentrionali, si trova in seria difficoltà. Un tema che pensiamo sarà sviluppato nel terzo romanzo della serie.

Prosperi ha uno stile asciutto, a volte fin troppo sintetico e in 99 brevi capitoli (quanto le sure del Corano…), seguendo il lavoro del commissario Visconti che indaga sull’assassinio di un notabile del Partito della Verità, intreccia le storie di personaggi diversi che alla fine compongono il quadro completo della situazione di questa Italia prossima ventura, inserendo ogni tanto documenti vari (articoli, interviste, capitoli di libri del nostro ipotetico, ma non impossibile, futuro).

Sono i fatti che parlano: esagerazioni, provocazioni dell’autore? No perché, come avvertono le note in fondo al libro, molte volte quelle che sembrano invenzioni sono già, in vari Paesi europei, realtà. Quel che Prosperi condanna, lo ripetiamo, non è l’Islam in sé, e neppure la convivenza di religioni diverse in una stessa nazione, bensì la supina accettazione delle pretestuose sopraffazioni dell’Islam radicale, minaccioso e arrogante. Un’acquiescenza suicida che nasce dalla vigliaccheria, dalla paura e da un’astrattezza slegata dalla realtà: il regista Emmerich non ha forse ammesso che nel suo 2012 si vedono distruzioni di chiese e di sinagoghe ma non di moschee per evitare grane con i musulmani? Se siamo giunti a questo punto di autocensura, forse La Casa dell’Islam è anche troppo ottimista.

* * *

Tratto da Il Giornale del 22 novembre 2009.

Céline contro Sartre

Pubblicato da admin in dicembre - 1 - 2009 ADD COMMENTS

contro-sartreTratto dal CentrostudilaRuna Di Andrea Lombardi Nel 1947 Louis Ferdinand Céline, dopo aver appreso dallo scrittore Albert Paraz che Jean-Paul Sartre, nel suo Portrait d’un antisémite (apparso su Les Temps Modernes nel dicembre 1945, e nell’ottobre 1947 ripreso da Gallimard nel volume Rèflexions sur la Question juive), aveva scritto: “Se Céline ha potuto sostenere le tesi socialiste dei nazisti, è perché era pagato”, scriverà in risposta À l’agité du bocal.
Il pamphlet sarà prima inviato a Jean Paulhan, che non lo pubblicherà, e quindi a Paraz, che lo riprodurrà in appendice al suo libro Le Gala des Vaches (L’Elan, 1948).
Inoltre nel 1948 ne fu tirata, a cura di alcuni amici di Céline, una edizione di duecento esemplari (À l’agité du bocal, Lanauve de Tartas, Parigi, s.d.).
Riportiamo le considerazioni di Pierre Monnier riguardo a Le Gala de Vaches e su Céline, pubblicate sul n°217 di Europe-Amérique dell’11 agosto 1949:”Alla fine del ‘48 uscì un libro straordinario, Le Gala des Vaches di Albert Paraz, che prendeva le difese di Céline con un coraggio senza precedenti. Per misurare il terreno percorso, occorre che la storia quotidiana dia conto di questo: otto grandi settimanali francesi rifiutarono la pubblicità (a pagamento) per Gala. Alcuni critici letterari osarono parlare di provocazione.
Un’amica d’infanzia di Céline, la grande Arletty, fu né più né meno minacciata di morte perché aveva accettato di vendere Le Gala des Vaches, che raccoglieva quaranta lettere di Céline, una delle quali contro l’aborto Sartre, “L’agité du bocal”!
Le librerie che avevano messo in vetrina quel libro vennero devastate. E da chi? Ecco il punto. Dagli ebrei? No! Molti ebrei sono fervidi ammiratori di Céline: Milton Hindus in America, Paul Lévy, direttore di Aux écoutes a Parigi.
Coloro che si oppongono a Céline sono semplicemente degli scalmanati comunisti o altri che rappresentano solo se stessi, che non hanno mai letto una sola riga dei suoi libri, che non sanno niente del suo caso. Sbraitano a più non posso perché Céline ha fatto le prime rivelazioni su ciò che accade in Russia con Mea Culpa e Bagattelle. Molto prima di Koestler, Gide e Kravčenko. Costoro, però, non vengono bistrattati come Céline. Perché? Perché lui ha genio!”

La pirotecnica reazione di Céline alla infamante - e falsa - accusa rivoltagli da Sartre, va collocata, per essere compresa a fondo, nel contesto storico delle epurazioni dei “Collaborazionisti” in Francia nel 1944-1949. Circa 40.000 francesi, che a vario titolo avevano avuto rapporti o con lo Stato di Vichy o con l’Amministrazione tedesca, svolgendo funzioni burocratiche, amministrative e intellettuali, oppure avevano militato in raggruppamenti politici o in unità militari, paramilitari o di Polizia furono condannati a pene detentive e privati dei diritti civili. Furono inoltre eseguite ben 7.037 condanne a morte, che colpirono anche gli intellettuali ritenuti rei di “collaborazione con il nemico”, come Robert Brasillach, Jean Luchaire e molti altri, mentre 10.000 francesi caddero vittima di esecuzioni sommarie. Ancora nel 1952, 2.400 francesi si trovavano in prigione con l’accusa di collaborazionismo.

L’epurazione degli scrittori “Collaborazionisti” sarà compito del Conseil national des écrivains (CNE), che stenderà, democraticamente, degli elenchi di libri e di autori “impubblicabili”. Anche uno scrittore pacifista come Jean Giono, che durante l’Occupazione scelse l’”emigrazione interiore”, fu messo all’indice e incarcerato.

Si capisce facilmente quindi che l’accusa di Sartre, uno dei più irremovibili persecutori degli intellettuali Collabos, poteva risultare molto pericolosa per Céline, vista la fine fatta dal ricordato Robert Brasillach, giustiziato tramite fucilazione il 6 febbraio 1945 nonostante una richiesta di grazia indirizzata a De Gaulle firmata, tra gli altri, da Mauriac, Claudel, Valéry, Duhamel, Paulhan, Cocteau, Colette…

In aggiunta a questo, il 19 aprile 1945 un Tribunale francese aveva spiccato un mandato di cattura per “Tradimento” contro Céline, riparato in Danimarca, e, dal dicembre 1945 al febbraio 1947, Louis Ferdinand Destouches sarà incarcerato a Vestre Faengsel, passando diversi mesi in cella di isolamento.

Tornando alla querelle Sartre-Céline, notiamo che, durante l’Occupazione, Céline sarà uno tra gli intellettuali che meno contribuiranno, tramite articoli o altri contributi, alle conferenze ed alle riviste collaborazioniste come Je suis partout, Au pilori e La Gerbe su temi quali l’alleanza tra Francia e Germania, la lotta contro il Bolscevismo ed il Capitalismo, l’antisemitismo…

Infatti, escludendo i suoi pamphlet, visto che sono stati scritti quasi tutti prima del 1940 (Mea Culpa, 1936, Bagatelles pour un massacre, 1937, L’Ecole des cadavres, 1938 e Les Beaux Draps, 1941), Céline, durante il 1941-1944, pubblicherà appena un solo articolo, venticinque lettere e tre interviste. Da notare poi come la diffusione di alcuni dei suoi libri sarà in più occasioni ostacolata tanto dalle autorità di Vichy (come nel caso de Les Beaux Draps) quanto dai tedeschi (anche se Céline avrà degli alleati in Karl Epting, direttore dell’Istituto tedesco di Parigi, e nell’ambasciatore Otto Abetz), mentre, paradossalmente, come ricorda anche Céline nell’Agité du bocal, il “Resistente” Sartre metterà in scena il suo dramma teatrale Les Mouches, allegoria dell’Occupazione nazista… nel giugno 1943, in piena Occupazione, al Théâtre de la Cité!

Tratto, con il gentile consenso dell’Autore, dall’Introduzione a L.F. Céline, Contro Sartre. A’ l’agitè du bocal. Seguito dalle lettere di Céline al “Je suis partout” e dallo scritto Viva l’amnistia, Signore!, Edizioni Effepi, Genova 2007.

 

Andrea Lombardi

Operazione Barbarossa: l’attacco tedesco alla Russia

Pubblicato da admin in novembre - 26 - 2009 ADD COMMENTS

barbarossaMaurizio Barozzi : Recentemente su questo giornale sono stati ospitati alcuni eccellenti articoli di carattere storico dai quali traspare che il 22 giugno 1941 i tedeschi, attaccando la Russia, precedettero di qualche settimana una analoga intenzione dei sovietici il cui dispositivo militare si stava appunto predisponendo in modo da sferrare un attacco preventivo. Vorrei portare un mio modesto contributo a questo argomento, ma prima occorre fare una precisazione al fine di sgombrare ogni equivoco che possa far presupporre un intento di mitigare le responsabilità belliche della Germania, addossandole ai sovietici. La guerra, tutte le guerre, infatti sono delle necessità inevitabili dell’essere umano, tuttavia essendo un evento particolarmente distruttivo e cruento, difficilmente si ha il coraggio di assumersene, di fronte all’opinione pubblica e alla storia, la responsabilità e quindi, da sempre, la propaganda dei paesi che vi sono coinvolti tende a presentare la “propria guerra” come una giusta causa, determinata in genere dall’aver subito una aggressione o, al limite, di aver anticipato un altrui aggressione. Solo con il tempo e purtroppo non sempre, la storia ristabilisce la verità dei fatti.

Chi ha pretese e speranze di voler inquadrare esattamente le cause e le origini di un qualsivoglia conflitto bellico, dalla notte dei tempi fino ad oggi, deve però trascendere da ogni considerazione morale o di diritto, essendo questi degli aspetti del tutto secondari e fuorvianti, e deve attenersi ad un semplice postulato ben noto a storiografi e ricercatori anche se, interessi di varia natura, li inducono poi a non tenerne conto.
Questo postulato dice:
nei conflitti bellici dove sono coinvolti stati e nazioni non ci sono in assoluto i “buoni” e i “cattivi” né, in definitiva, se non in via transitoria e contingente, ci sono gli “aggrediti” o gli “aggressori”, perchè lo stato di guerra - e non di pace - è lo stato normale, ricorrente degli esseri umani e quindi di conseguenza dei popoli.
Non è un caso che i buoni e gli aggrediti di oggi, cambiando le condizioni storiche ed i rapporti di forza, spesso divengano i cattivi e gli aggressori di domani.
La guerra, prosecuzione della politica con altri mezzi, rappresenta le volontà di potenza dei popoli, lo scontro, l’ascesa ed il declino delle civiltà e gli interessi dei rispettivi Stati (i marxisti direbbero: dei gruppi economici).
Le necessità militari, i contrasti ideologici, gli interessi geopolitici ed economici che portano alla guerra, sono superiori a tutto e trascendono inevitabilmente, piaccia o meno, gli aspetti morali o le ragioni del diritto dei popoli.
Specificato questo, per tornare al nostro argomento, dobbiamo prendere atto che in mancanza di documentazioni originali, celate ovviamente negli archivi segreti della nazioni vincitrici della guerra, una ricostruzione degli eventi e delle cause che li generarono è possibile farla, con tutte le limitazioni del caso, soltanto attraverso il materiale che ci è dato conoscere ed applicando ad esso un certa logica deduttiva, non disgiunta dalla capacità di conoscere e saper interpretare gli eventi storici. In pratica è inutile fornire dati, esempi e particolari di ogni genere quando poi non si è in grado di dimostrarli per la mancanza di una adeguata documentazione. Ci asterremo quindi dall’aggiungere altri dati e fatti indimostrabili, per accentrare la nostra attenzione su quanto effettivamente sappiamo che accadde in quel periodo bellico.
Ora noi sappiamo che la stupefacente avanzata iniziale dei tedeschi, con le relative operazioni di accerchiamento a tenaglia e la distruzione di intere armate sovietiche, verificatasi dopo che il 22 giugno 1941, quando le truppe del Reich ebbero l’ordine di scattare all’attacco, fu agevolata anche dal fatto che il dispositivo militare dei sovietici era dislocato su posizioni sbilanciate in avanti come se fosse in procinto di una offensiva contro la Germania.
Questo particolare però è stato sempre sottovalutato dai ricercatori storici anche perché si pensava fosse una invenzione della propaganda tedesca, mirante a sminuire le responsabilità della sua guerra di aggressione verso la Russia.
Oggi però conosciamo, attraverso i lavori, di Victor Suvorov, alias Vladimir Bodgdanovic Rezun, ma non solo, che invece, effettivamente, Stalin aveva da tempo pianificato la guerra alla Germania e negli ultimi mesi era passato alla fase operativa predisponendo e spostando, in gran segreto, le FF.AA. sovietiche in modo che fossero pronte a passare all’attacco previsto per i primi di luglio del 1941. In pratica l’Armata Rossa si era andata via via dislocando, a scaglioni, per un ammontare di circa 240 divisioni, pari a quasi 5 milioni di uomini, su due settori incuneanti verso Ovest: Bjelostock in Bielorussia e Lovov in Ucraina (Vedi Daniel W. Micaels “Surovov l’uomo che ha riscritto la seconda guerra mondiale” Rinascita 30 settembre 2009).
Tuttavia non tutti gli storici, in particolare quelli legati a quella storiografia politicamente corretta, retaggio della propaganda di guerra Alleata, hanno condiviso queste ricerche e la impossibilità, precedentemente accennata, di poter accedere agli archivi segreti delle potenze vincitrici della guerra, non consente di dare un giudizio definitivo. Oltretutto, di quello che è uscito fuori dal calderone ex sovietico, dopo la “caduta del muro”, non è che ci sia troppo da fidarsi.
Ecco allora che dobbiamo fare ricorso a quella storiografia deduttiva supportata dall’esperienza dei noti avvenimenti storici.
Partiamo dal presupposto che è pacificamente assodato che la geopolitica di Hitler era imperniata sullo spazio vitale ad Est ed a questi presupposti il Führer si è sempre attenuto, laddove il diversivo del settembre 1939 che portò al famoso patto Ribentrop - Molotov e alla guerra con gli anglo francesi non era stato altro che la risposta alla volontà guerrafondaia degli occidentali, un diversivo che però aveva distolto la Germania dalla corretta attuazione dei suoi interessi geopolitici.
Del pari però anche la politica dei sovietici nei confronti della Germania era stata pregna di un sottofondo antitedesco anche quando, nei primi anni ‘20 furono proprio i sovietici che, per ragioni di opportunità tattica nel contesto internazionale, diedero un considerevole apporto per la ricostruzione segreta della Wermacht e per la ripresa industriale delle settore armamenti della Germania.
Negli anni seguenti Stalin era sempre stato conscio che lo scontro con la Germania sarebbe stato inevitabile e che la politica sovietica, internazionalista comunista nell’ideologia, ma nazional imperialista nei fatti, doveva tenere conto di questa necessità. Egli, manovrando abilmente, come per esempio durante la guerra di Spagna che si cercò reciprocamente di non far sconfinare in un conflitto tra russi e tedeschi, attraverso tutti i diversivi tattici possibili, si riservò sempre di farsi trovare pronto al momento opportuno, subendo solo un certo ritardo a causa delle conseguenze determinate dai processi e dalle purghe staliniane che colpirono le gerarchie militari sovietiche tra il 1937 e il 1938.
Il furbo e lungimirante dittatore russo si mosse quindi, per tutti gli anni ‘30, con una politica elastica ed opportunista per fare in modo che i contrasti dei tedeschi con gli occidentali potessero arrivare fino al punto di rottura ed alla guerra. Allo stesso tempo la Russia avrebbe dovuto attendere il momento propizio, quello in cui i due contendenti fossero notevolmente indeboliti, per sferrare il colpo decisivo alla Germania.
Certamente Stalin era anche conscio della avversione e dai pericoli che gli venivano dagli occidentali, tutte nazioni con economie di mercato di stampo liberista, ma sapeva anche bene che questa avversione, soprattutto in termini geopolitici, era notevolmente meno pericolosa di quella che poteva rappresentare il revanscismo tedesco ideologicamente supportato dal nazionalsocialismo e le mai celate mire ad Est di Hitler. Comunque sia, se i russi avessero voluto svolgere un ruolo europeo da grande potenza, questo ruolo non poteva che passare attraverso l’invasione e la distruzione della Germania.
Arriviamo così alla vigilia della guerra, a quell’agosto del 1939 quando furono proprio i sovietici che consentirono ad Hitler, attraverso il patto Molotov - Ribentrop, di coprirsi le spalle ad Est e quindi di poter sfidare, se il caso anche sul piano militare, gli anglo francesi.
Era infatti evidente che se Hitler arrivò a stipulare quel genere di accordi con il diavolo, sperando nel loro deterrente atto ad evitare la guerra con l’Inghilterra o viceversa per coprirsi le spalle se questa si fosse verificata, Stalin da parte sua aderì con entusiasmo a quegli accordi, non soltanto per i vantaggi espansionistici che i paragrafi segreti sottoscritti tra Molotov e Ribbentrop prevedevano, ma anche per una certa agibilità di tempo che gli concedevano e nella segreta e fondata speranza che, con tali accordi, il Führer si sarebbe buttato a capofitto nella guerra contro gli occidentali.
E’ quanto esattamente accadde e proprio come aveva previsto Stalin, tranne il fatto che non si aspettava una rapida vittoria tedesca ad occidente con l’occupazione della Francia. In ogni caso lo spirito degli accordi russo tedeschi, che consentirono anche la spartizione della Polonia ed una importante dichiarazione congiunta che, sostanzialmente, imputava agli Occidentali le responsabilità della guerra e la sua prosecuzione, restò in piedi fino al novembre del 1940, ma i sovietici si attennero scrupolosamente ad essi inviando in Germania tutte le merci come previsto dagli accordi stessi, fino al giorno stesso dell’attacco tedesco di giugno ‘41.
A novembre del 1940, quando l’attacco italiano alla Grecia aveva posto in ebollizione tutti i Balcani creando non pochi problemi ai tedeschi, era semplicemente accaduto che con la visita di Molotov a Berlino, i Sovietici fecero ben capire di voler alzare il prezzo, anche in termini di espansioni territoriali, per continuare la politica concordata con i tedeschi. Una prospettiva inaccettabile per la Germania anche in rapporto alla sua posizione di guida delle altre nazioni ad essa alleate.
Anche se tutto rimase apparentemente invariato ed il patto Molotov Ribentrop pienamente operante, in effetti è proprio da quel momento che Stalin e Hitler compresero perfettamente che una guerra tra le due nazioni sarebbe stata inevitabile così come, del resto, tutta la loro strategia geopolitica aveva sempre previsto e considerato.
Con questi presupposti spostiamoci al giugno del 1941 dove, come abbiamo accennato, i due eserciti avevano già da tempo intrapreso uno spostamento offensivo dei loro apparati bellici come oramai sembra abbastanza evidente. Uno spostamento di uomini e mezzi che, nonostante tutti gli accorgimenti tattici per nasconderlo, non poteva sfuggire a nessuna delle due potenze.
In mancanza però di serie documentazioni d’archivio, da parte delle potenze vincitrici della guerra, dobbiamo giocoforza attingere anche ad un’altra considerazione che ci fa capire che, in definitiva, i tedeschi anticiparono miracolosamente i sovietici nello sferrare l’attacco.
Questa considerazione si base sulla natura ultra sospettosa, scaltra e diffidente di Stalin ampiamente dimostrata e da tutti riconosciuta.
Gli storici infatti si sono sempre chiesti come sia stato possibile che Stalin, nonostante le molteplici informazioni che gli venivano dai suoi servizi segreti e dagli apparati spionistici, tra i più efficienti che al tempo operavano in Europa, anche perché supportati da una certa partecipazione ideologica, ed addirittura dalla precise informazioni che gli vennero da Richard Sorge il quale lo informò persino della tempistica dell’attacco tedesco, sia rimasto letteralmente inoperoso quasi come se lui, il più perfido e diffidente di tutti i capi di stato, si fidasse ciecamente proprio di Hitler e del rispetto del vecchio accordo Molotov Ribentrop che ben sapeva essere andato in crisi nel novembre dell’anno precedente.
Addirittura a maggio del 1941 si era verificato il famoso volo di Rudolf Hess in Inghilterra e si sapeva come gli inglesi su quel volo e sulla fine di Hess avevano steso una cortina impenetrabile di silenzio facendo sorgere una infinità di domande e di sospetti.
Tutte le cancellerie però avevano ben compreso che quel volo, consenziente o meno Hitler, non poteva che nascondere una concreta proposta di pace dei tedeschi agli inglesi e che questa proposta di pace non poteva non avere conseguenze negative verso la Russia bolscevica.
Ma Stalin non se ne preoccupa e i suoi treni, pieni di rifornimenti preziosi per l’industria bellica tedesca, continuano a partire verso la Germania fino al 22 giugno 1940!
Egli è conscio che gli accordi di agosto 1939 sono oramai sorpassati, le sue fonti informative lo hanno messo in guardia da un imminente attacco tedesco, il volo di Hess in Inghilterra è anche la spia che qualcosa sta per accadere sul teatro bellico europeo, ma Stalin nutre fiducia che Hitler non lo attaccherebbe proditoriamente!
E’ una situazione assurda e incomprensibile che può spiegarsi solo con il fatto che Stalin ben sapeva che i tedeschi si apprestavano ad attaccare la Russia, ma non fece nulla di particolare per il semplice fatto che nulla poteva fare in quanto tutto l’apparato bellico sovietico era oramai in movimento e si stava predisponendo per l’attacco.
Una massa di uomini e di mezzi di quella portata, infatti, non poteva essere, di punto in bianco e in pochi giorni, fatta passare da una disposizione strategica offensiva ad uno schieramento difensivo. Questa “riconversione” era praticamente impossibile attuarla in poco tempo e quindi Stalin fece l’unica cosa che gli restasse da fare: fingere una ingenua fiducia e sperare che il suo apparato militare fosse in grado di sferrare l’attacco ai tedeschi prima che lo facessero questi ultimi.

Socializzazione. Unica via

Pubblicato da admin in novembre - 24 - 2009 ADD COMMENTS

socializzazioneFabrizio Fiorini: Nel dominio delle scelte economiche che lo Stato - il vero Stato - ha il diritto e il dovere di compiere, così come in tutte le scelte indotte che consistono nelle sue ricadute sociali e territoriali (fisco, tributi, politiche abitative, partecipazione del settore economico alla determinazione della politica nazionale) è necessario escludere ogni sorta di frazionismo.
L’opzione “riformista”, al pari delle manovre di solidarietà (che spesso si configurano come una vera e propria elemosina concessa al popolo in nome del mantenimento della c.d. “pace sociale”[1]), si inseriscono storicamente nel filone dei sistemi politici capitalisti nei termini di assenza di soluzioni ai problemi che inevitabilmente, a causa della loro stessa natura, vengono a crearsi all’interno delle società rette dai sistemi capitalisti stessi e di quelle a loro vincolate da rapporti vetero o neo-coloniali. In tale settore si inseriscono i “bonus”, i provvedimenti di sostegno al reddito, le misure a favore degli incapienti; ma anche la tassazione dei redditi elevati, le concessioni e le agevolazioni sociali (case popolari, asili nido, etc.), se non estrapolate dal contesto politico liberista, si configurano come fumo negli occhi utile solo a offuscare le responsabilità e le colpe che ricadono sulla gestione predatoria della cosa pubblica, sul sistema liberale capitalista di mercato.

Le stesse teorie economiche alternative volte, nelle intenzioni, alla ricerca di soluzioni basate sull’equità e sulla giustizia, improntate sulla collettivizzazione, sul dirigismo d’apparato e sul protezionismo, sono state storicamente condannate proprio in quanto manifestatesi nei termini di “capitalismo di Stato” e si sono auto-distrutte configurandosi in apparati burocratici e antipopolari che sono stati espressione delle loro stesse teorizzazioni socioeconomiche. Sono quindi state condannate dalla storia politica ed economica, ma soprattutto sono state risucchiate dal vuoto pneumatico in cui consisteva il loro fondamento dottrinario, quello cioè che delineava - ricalcando lo schema adottato dall’economia di mercato - la tragica figura dell’homo oeconomicus, l’uomo concepito come tubo digerente. Di questi uomini, di questi esofagi antropomorfi, avrebbero voluto - nella loro critica al sistema capitalista - appianare e uniformare universalmente il diametro. Ma lo schema, la visione del mondo, restavano gli stessi.

L’unica risposta sensata alla crisi del capitalismo[2] e alla sterilità delle dottrine che, dall’Ottobre bolscevico in poi, hanno nominalmente tentato di contrastarlo, risiede nella socializzazione. Essa ha la sua forza proprio nell’essere istanza totalitaria, nel comprendere quindi la totalità degli aspetti socio-politici - e non solo economici - della vita dell’uomo all’interno delle strutture sociali e produttive in cui è inserito, che dovranno di conseguenza (e totalitariamente) essere ricondotte allo Stato.

La socializzazione, unica economia possibile, unica forma in cui può inverarsi la sostanza dell’amministrazione della cosa pubblica relativamente alla gestione dei beni materiali e dell’influenza che il patrimonio spirituale, intellettivo e scientifico di una comunità su questi può esercitare, ha trovato il proprio fondamento in tutte le organizzazioni comunitarie, sociali e nazionali che - fuori da ogni metafora - definiamo “tradizionali”.

Dalla dottrina distributista cristiana all’ordinamento socioeconomico feudale, dal più genuino sindacalismo e anarchismo rivoluzionario europeo fino alle migliori espressioni delle rivoluzioni nazionali, sociali e fasciste del secolo scorso, si è sviluppata quindi una secolare dottrina economica che prevedeva la rottura del vincolo individualista che ha legato l’uomo alla merce rendendolo - negli ordinamenti liberal-capitalisti - oggetto dello sfruttamento senza il quale non sarebbe possibile la tesaurizzazione e l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi[3], ovvero - negli ordinamenti burocratico-marxisti - oggetto della mercificazione e della riduzione a mero indice produttivo del proprio lavoro e della propria vita.

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve essere disgiunta dall’istanza nazionale; socializzazione e nazionalizzazione devono marciare su binari paralleli, binari che porteranno, senza equivoci di sorta, l’uomo alla riappropriazione dei destini delle propria comunità attraverso l’identificazione lavoro-nazione. Fuori da questo schema ogni cosa perderebbe di senso: senza il patrocinio dello Stato, in cui la Nazione ha il proprio compimento materiale e spirituale, è impossibile imprimere una simile politica economica (se non in una fase rivoluzionaria). Socializzare le imprese e la produzione, rendendone i lavoratori ‘proprietari’, significa e comporta nazionalizzarle: se la socializzazione è un movimento che parte dal basso percorrendo la direttrice lavoratore-impresa, la nazionalizzazione ne è il completamento verso l’alto, lungo la direttrice impresa-Stato. Ed è dalla congiunzione di queste due direttrici che necessariamente prende forma una prassi politica che non può che definirsi socialista nazionale.

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve altresì essere disgiunta dalla proprietà popolare della moneta. L’economia socializzata sta alla predazione capitalista come la moneta di popolo sta al signoraggio. L’azione usuraia delle banche sarebbe infatti insormontabile ostacolo alla delineazione dello schema sopra citato: la nazionalizzazione socialista del lavoro creerebbe un circolo virtuoso che relegherebbe la struttura bancaria a sottostare alle direttive dello Stato in quanto gestore delle sfera monetaria dell’economia. E’ uno degli aspetti più rilevanti della natura totalitaria della vera economia che, oltre a non prevedere una entità superiore allo Stato nella determinazione delle scelte inerenti la propria amministrazione, prevede un equo concetto di fiscalità non imposta sul reddito da lavoro che troverà compensazione - ai fini del reperimento dei fondi necessari alla spesa pubblica - nell’assorbimento del debito pubblico causato dal signoraggio delle banche.

Volutamente ricusiamo, nel definire la socializzazione nazionale, l’espressione “terza via”, che presume l’esistenza di altre due, o che a molti addirittura trasmetterebbe un significato di compromesso. Essa è infatti “unica via” o, come si è già detto, unica economia possibile. Profondamente differenziata dalle isterie del capitalismo e del conseguente sfruttamento di uomini e popoli. Profondamente differenziata dal marxismo burocratico, economicistico e mercificante. Un’unica via, più umana, più alta.
[1] Zbigniew Brzezinski ha creato un neologismo inglese per descrivere il fenomeno: tittytainment (composto di “titty”, capezzolo, ed “entertainment”, intrattenimento. Tale termine sta ad indicare il senso di sedazione, simile a quello del poppante che si nutre al seno materno, da trasmettere al popolo attraverso il condizionamento propagandistico rafforzato da misure apparentemente volte a garantirne il benessere.
[2] La stessa dicitura “crisi del capitalismo” è ridondante. E’ lo stesso capitalismo a essere crisi, non a generarla; e l’ingiustizia sociale e la iniquità economica non risiedono in una cattiva gestione del sistema-capitalismo, ma sono la caratteristica primaria del sistema stesso.

[3] Ciò vale ovviamente per la stragrande maggioranza degli uomini; per chi, nell’ambito della legge della giungla capitalista, ha la proprietà del lavoro e delle vite altrui le cose stanno diversamente. Non è vero infatti che il capitalismo “non funziona”: per i capitalisti funziona benissimo, come la rivoltella funziona per il ladro.

Ezra Pound cantore dell’impossibile

Pubblicato da admin in novembre - 23 - 2009 ADD COMMENTS

Giorgio francia: Il 30 ottobre del 1885 nasceva - ad Hailay nello Stato dell’Idaho (Stati Uniti) - Ezra Pound, il più grande poeta del ‘900 (morto a Venezia il 1 novembre del 1972), ma ancora oggi, perché poeta fascista, è giudicato e “condannato” da una certa “intellighenzia” per un episodio remoto ma tuttora carico, temo, di non senso e “idiozia”.
Nel mio editoriale di oggi - mi scuso con i lettori - non parlerò di politica prostituita al gossip e al vizio; dei mille episodi squallidi, di affermazioni insensate, negazioni o avvenimenti “surreali” dei nostri politici che ci riempiono i media e le TV e, che, giorno dopo giorno umiliano e sviliscono il paese reale - dicevo - il mio editoriale è dovuto per ricordare questo meraviglioso uomo, che ho avuto la fortuna di conosce, apprezzare meglio - venerare a Spoleto nel 1965 al “Festival dei Due Mondi”.
A trentasette anni dalla morte di questo stupendo “intellettuale”, di questo poeta sublime, apro con una evocazione indelebile della mia attività di giornalista. È un ricordo che amo e curo nel tempo. A Spoleto a luglio del 1965, ebbi il mio primo incontro con Ezra Pound, per un intervista per “Il Secolo d’Italia” . Quell’anno il Maestro Menotti aveva messo in scena un opera del poeta americano - con parole di “Villon” - e la presenza del grande poeta era d’obbligo.

Ricordo. Lo attendevo a Piazza del Duomo davanti al Teatro Melisso. Lo vidi scendere la bellissima scalinata che come un antico “tratturo” “cala” gradatamente sulla piazza: mi venne incontro con andatura affaticata, oserei dire sofferente, i capelli bianco candido “strapazzati” dal un leggero vento di un estate forse troppo fredda per essere estate. Pound, il poeta che studiò, solcando le complesse e sinuose linee degli anagrammi cinesi, l’opera di Confucio, camminava con l’andatura stanca non per l’età, anche se aveva ottanta anni ma e, soprattutto, per le sofferenze passate tra il manicomio e l’isolamento morale e umano. Con il robusto bastone, camicia e cravatta, una giacca di lana pesante scendeva la scalinata. Era il “re” del “Festival dei due mondi” .

Poi il suo modo assente e “mancante” fu rotto da parole e gesti mimici istintivi, la barba bianca scossa dalle parole. Ci sedemmo al “Caffè del teatro”.

Iniziò a rispondere alle mie domande: Finalmente dopo tanta sofferenza e delusioni ho ritrovato me stesso, la mia anima, l’amore nel mondo e chissà, forse nella vita. Proseguendo nel dialogo - quasi un monologo dell’assenza - con quel suo modo ansioso di parlare mi disse: “Lo strozzinaggio etico e morale, meglio, politico degli avversari ha preferito farmi passare per “pazzo”, vuoto e insignificante, “morto”. “L’umanità” dei miei connazionali mi ha relegato - prigioniero - prima, giorno e notte, nudo in una gabbia sotto il sole di giorno e con dei potenti riflettori di notte puntati addosso e guardato da negri armati e poi, come pazzo, chiuso in un manicomio come criminale di guerra”.

Gentile, generoso verso la gente, fortemente sincero: ecco come mi apparve dopo aver ascoltato le sue “lamentazioni umane”; le disavventure, le umiliazioni, ricevute e sofferte, subite, solo e soltanto, per essere stato fedele al suo credo e ad un “ideale”, meglio, ad una ideologia che riteneva “esasperatamente nobile” . E Ernest Hemingway, che non era generoso nel giudicare i colleghi, di Ezra Pound disse:” della santità provò la vertigine, la solitudine, la follia e l’abbaglio, con la sua poesia abitò il centro del mondo morale e visse la periferia, quella dorata e quella diseredata, con sincerità, generosità e amore per il prossimo”.

Quando gli ricordai queste parole dette dal grande scrittore dell’Illinois, “il grande vecchio” mi disse con tenerezza ed umiltà: “Ernest amava ripetermi - ogni volta che ci incontravamo, per la verità raramente - un passo preso dal suo romanzo “Verdi colline d’Africa” : “Così se hai amato qualche donna e qualche paese, ti puoi ritenere fortunato, perché se muori, dopo, non ha importanza”. Poi, sorridendo finì il suo pensiero: “Scherzosamente voleva consolarmi. Era un amico”.

A trentasette anni dalla morte (1 novembre del 1972) - certi uomini, gli stessi ancora “prigionieri” dell’odio di “Piazza Loreto” , non hanno ancora dimenticato, mai perdonato “il vinto”, fortunatamente, la Cultura lo ha esaltato - ne è testimonianza il “Premio Bellinger” , conferitogli dai maggiori critici d’America nel 1949 - .

Vorrei non allargare la “piaga” dei ricordi - potrei arrivare a commuovermi - ma sento la necessità di scrivere ancora, richiamare alla mente, questo suo pensiero sorridente del mondo, dei suoi movimenti e colori da cui è scaturita una perenne creazione, i “Canti Pisani” (una sorta di “Divina Commedia” moderna di sconcertante complessità sia nella tematica sia nello stile, iniziati a scrivere dal poeta americano nel campo di concentramento vicino a Pisa e pubblicati per la prima volta nel 1953 dall’editore Guanda n.d.r.) quale riscatto dalla morte che abita negli esseri e nelle cose.

L’impressione, che ho ricevuto stando a contatto con il “maestro” in quei giorni di quarantaquattro anni fa a Spoleto in cui sembrava assente dalla vita, è un’emozione che non si può smontare e ripristinare come una macchina storica poiché gli uomini - dell’odio e della prevaricazione - “decisero” di “imbalsamarlo” come larva di una libertà condannata a morte e, dunque, censurato “ribelle” di una cultura e di un ideale obbediente, sempre, ad un archetipo che gli impedì di andare al di là di un fatto relativo, meglio, di una congiura e/o di un tradimento. E proprio per questi motivi gli sono rimaste ignote tutte le difficoltà emotive in cui la nostra anima si perde o è costretta a procedere in un umiliante lavoro di collettività e generazionale.

Gigante senza origine ciò che ci ha insegnato è un linguaggio sorprendente nuovo, un linguaggio che ha tutta l’essenza della vita, la fede in Dio, nella famiglia, nella libertà degli uomini, nella dignità e nella difesa della propria morale, nella vita stessa, negli attributi di una antichissima verità di cui abbiamo perso l’essenza in una selva di simboli e di definizioni, e che ad essi è ancora sufficiente nominare per farla esistere - la vita - nella sua pienezza.

Sono certo che il “martirio” morale - e non solo - di Ezra Pound è stato soltanto un istante di turbamento; egli ha sempre “tentato” - nella sua vita - di evadere dal suo isolamento, di scavalcare le barriere dell’ingiustizia.

Finisco. Si ribellò sempre a coloro che lo definirono “il vinto eroe dei Canti Pisani”. In vita fu un meraviglioso protagonista e non un vinto: me lo dichiarò a Spoleto.

Pier Giorgio Francia

Dopo le tempeste d’acciaio la poesia è dalla parte dei vinti

Pubblicato da admin in novembre - 19 - 2009 ADD COMMENTS

foto-id572518-x660-y495di Stenio Solinas: Giardini e strade. Così il capitano Ernst Jünger aveva intitolato il suo diario militare, l’impressione di una scampagnata più che di un anno di guerra, quel 1939-40 che aveva visto la spada della Wehrmacht entrare sino all’elsa nel cuore della Francia. Poi era stato il tempo delle Irradiazioni, il sottile intreccio di luci e di ombre che gli oggetti formano e l’occhio e la mente umana percepiscono, sue compagne durante tutto l’arco bellico e unica arma intellettuale da opporre al nichilismo della catastrofe, «una macchina di ferro che avanza per la sua strada» nel solo nome della distruzione. Infine era giunto il momento di La capanna nella vigna, di nuovo un’immagine agreste a suggellare la quiete dopo la tempesta d’acciaio che aveva imperversato sull’Europa, non fosse che, per la prima volta, c’era lo spiraglio di un sottotitolo: «Gli anni della occupazione». Anti-nazista, ma tedesco, la vittoria alleata rimaneva per lui la sconfitta della Germania, non di Hitler: una Germania occupata, non «liberata».

Adesso che quest’ultimo volume esce per la prima volta nel nostro Paese (l’editore è Guanda, pagg. 288, euro 20, la traduzione, come sempre esemplare, è di Alessandra Iadicicco), il trittico jüngeriano è finalmente disponibile nella sua interezza e si presta ad alcune considerazioni. La prima, in parte accennata, ha a che fare con quello che si potrebbe definire il «destino tedesco» del suo autore. «Che io stia dalla parte dei vinti è incontestabile. Non si può - né si vuole - rovistare nella propria patria. Fa parte del nostro destino, del compito che ci viene assegnato. In Spitteler, di cui sto leggendo Prometeo ed Epimeteo, ho trovato un passo interessante: “E nessuno che non sia scandalizzato della propria specie, ha l’aria di essere uno qualsiasi visto dall’altra parte”».

È questa consapevolezza, e questa assunzione di responsabilità, che gli permette di vedere i vincitori senza lo specchio deformante di chi, illudendosi di farne parte, li giustifica a prescindere, sempre e comunque incarnazione del Bene. «È in pieno svolgimento l’espulsione dei tedeschi dai Sudeti. Si sente parlare di stragi efferate. La notizia è arrivata dall’emittente di Londra, della quale negli ultimi anni ho più di una volta condiviso lo sdegno per gli orrori consumati dalla nostra parte. Che cosa pensare però del compiacimento che, con tutta evidenza, trapelava dalla comunicazione di queste nuove nefandezze? Mentre la voce di questi grassi consumatori di breakfast mi straziava il cuore, vedevo la miseria senza nome sulle strade di confine. L’umanità faziosa è più spregevole della barbarie». E ancora: «La tesi della colpa collettiva ha due diramazioni che corrono l’una accanto all’altra. Il vinto può dirsi: devo sopportare per mioernst_jungerfratello e la sua colpa. Per il vincitore essa costituisce il preliminare pratico prima del saccheggio indifferenziato. Passata quella soglia, può emergere un interrogativo pericoloso: il fratello aveva poi proprio così torto? Simili pensieri mi sono venuti in mente leggendo l’appello di un piromane assassino di nome Ehrenburg all’Armata rossa, nel quale si dice che non si dovrebbe risparmiare neanche il figlio nel ventre della madre, e si promette ai membri dell’Armata la donna tedesca come bottino». Infine: «Alle vittime degli anni scorsi, per quanto orribili possano essere le carceri in cui si sono spente, almeno si è pensato con compassione e affetto dall’altra parte del pianeta. Gli innumerevoli senza nome che oggi subiscono la stessa sorte non hanno nemmeno un difensore. Il loro rantolo mortale rimane in tremenda solitudine. E là dove, a dispetto di tutte le censure, la loro sofferenza trapela appena, ecco che suscita un diabolico sentimento di soddisfazione».
Vinto, Jünger lo era doppiamente. Era stato fra quelli che, all’indomani della Grande guerra, avevano intellettualmente seminato e arato il campo tedesco nel nome della riscossa sociale e nazionale contro il punitivo trattato di Versailles, contro l’imbelle e corrotta repubblica di Weimar. Solo che il raccolto l’aveva incamerato Hitler… «Il mio giudizio è passato da “quell’uomo ha ragione” a “quell’uomo è ridicolo” a “quell’uomo è inquietante”. Senza dubbio ne avevo sottovalutato il talento. La sua scatenante forza dinamica, il suo istinto per le formule, le semplificazioni, che assecondavano la tendenza dell’epoca delle masse e delle macchine, erano straordinari, specie se si pensa alla sua provenienza. In tal senso i suoi oppositori avevano parecchio da imparare da lui. Le preoccupazioni tradizionalistiche, estetiche, morali inducevano a sottovalutare il fenomeno, come pure il mero intelletto».

Non era stata solo sottovalutazione intellettuale. Il disincantato cantore delle «tempeste d’acciaio» della prima guerra mondiale, il teorico della «mobilitazione totale» e del «milite del lavoro», l’operaio-guerriero dell’età della tecnica, si era visto superato dal proprio tempo. «Osservando i reperti della Rivoluzione francese al musée Carnevalet, per esempio la ghigliottina fatta di ossa umane, si avverte sempre un certo brivido, come nel gabinetto degli orrori. Oggi ci sono atti che trattano l’omicidio come una faccenda amministrativa: gli schedari, le fotografie, i flash. Allora anche il male viene colto dallo svanimento, è reso meccanico e sminuito. I malvagi hanno perso la faccia, fisiognomicamente sono a un livello molto inferiore di un Danton, di un Robespierre, perfino di un Marat. Si vedono volti da funzionari, come quello di Himmler». È stato sì in grado di teorizzare «un potere assoluto», ma rimane spiazzato dal fatto che chi lo conquista «al tempo stesso e al di là di questo non crede di poter rinunciare alle risorse criminali e inizia a lavorare nel buio». Sa benissimo, con Eraclito, che «le lingue dei demagoghi sono affilate come coltelli squartatoi», ma al mondo come una gigantesca macelleria non era arrivato.

Il «destino tedesco» di Jünger sta anche nel ritenersi l’ultima risposta a una «tendenza mondiale orientata a sinistra, come una corrente del golfo, da 150 anni», una corrente rivoluzionaria universale in cui la destra è stata sempre in subordine e la Germania in fondo l’ultimo anello della catena a cedere. La «guerra civile mondiale» ha fatto il resto, e ciascuno, più o meno consciamente, sapeva che il vincitore non avrebbe fatto prigionieri. Da qui l’eccedere nella difesa come nell’offesa. Ma altresì significa «soffrire di un tempo che mi è estraneo, senza però pretendere il diritto di essere escluso da questo soffrire». È un’immagine che riprende da una lettera di Saint-Exupéry, scrittore francese e suo avversario in guerra. Non c’è contraddizione, e del resto una sera a colloquio con Picasso nella Parigi occupata si era sentito dire: «Noi due, qui seduti come stiamo, potremmo trattare e concludere la pace questo pomeriggio. La sera gli uomini potrebbero accendere le luci». L’idea di un’«amicizia cavalleresca» è sempre stata sua, così come la consapevolezza «di una legge secondo la quale debbono cadere proprio coloro che per nobili principi volevano raggiungere l’amicizia fra i popoli, mentre i volgari affaristi la fanno franca».
Nel chiuso del suo studio, Jünger difende «una patria spirituale, una residenza per lo spirito. La poesia domina l’universo in modo molto più profondo e durevole di qualsiasi sapere e di qualsiasi politica. I poeti donano i grandi rifugi, i veri alberghi. Ecco perché, laddove essi manchino, crescono deserti spaventosi». Lo soccorre l’idea che le nostre azioni possiedano una conclusione nell’assoluto, al di là della loro riuscita o del loro fallimento. Sono come frecce scoccate con l’arco della vita, ma, essendo tese anche dalla forza dell’amore, puntano a un proprio obiettivo nell’invisibile. C’è sempre un secondo destinatario cui sono indirizzate… «Un’offerta si è compiuta, anche se nessuno la leggerà. Perché intimamente è cosa fatta». È una fragile eppure potente consolazione, piccola-grande luce nell’insensato cammino della storia.

La barbarie americana, “Miss America”.

Pubblicato da admin in novembre - 18 - 2009 ADD COMMENTS

kultterrNel 1944 Harald Damsleth produce un manifesto famoso “Liberators” o in altra versione intitolato “Kultur Terror”, riprodotto anche in Olanda dalla rivista Leest Storm SS, in cui si vede una mostruosa figura che rappresenta la barbarie americana, che contiene le immagini di “Miss America”, di “Miss Victory”, il “Ku Klux Klan”, “Jitterbug - Trionfo della Civilizzazione” (danza sincopata simile a quella di cui son preda gli alcolisti in delirium tremens in slang americano “jitters”), “Le gambe più belle del mondo”, la bandiera americana al rovescio con 48 stelle, il simbolo dell’aviazione militare, il simbolo del dollaro e stella di Davide. Il credulone europeo tutto orecchie, rappresentato come di frequente in altri manifesti dal pupazzo Victor, porta il cartello con la scritta: “De USA zullen de Europeesche Kultuur van den ondergang redden”, chesignifica “Gli USA salveranno la cultura europea dalla decadenza”. Una profezia ironica di cui vediamo oggi la drammatica e devastante realtà in un mondo senza qualità e ridotto a mercato… (segue in http://www.galleria.thule-italia.com/damsleth.html )

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Georg Sluyterman von Langeweyde (1903 - 1978) sito dedicato (D, I, F, GB) http://stromerhannes.thule-italia.org/
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Georg Sluyterman von Langeweyde (1903 - 1978) dedicated web site (D, I, F, GB) http://stromerhannes.thule-italia.org/
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Mathilde Ludendorff. La lancia che non si spezza

Pubblicato da admin in novembre - 14 - 2009 ADD COMMENTS

mat1Mathilde Friederike Karoline Spieß nacque il 4 ottobre 1877 a Wiesbaden figlia del pastore protestante Bernhard Spieß. Già nell’infanzia e nella scuola primaria Mathilde è una ragazza intelligente, precoce e fortemente polemica contro le discriminazioni attuate verso il sesso femminile. Alle sue obiezioni e critiche gli insegnanti rispondono, evitando di entrare nel merito, che il suo comportamento non s’addice ad una signorina per bene. Le modeste condizioni economiche della famiglia non impediscono a Mathilde ed alla sorella di proseguire gli studi. Si orienta verso un corso rapido, di quelli che esistevano al tempo, per diventare insegnante al termine del quale è assunta in un pensionato per ragazze. Il lavoro non è soddisfacente ma accetta di rimanere per guadagnarsi il necessario per sostenere l’esame di maturità nella scuola superiore ed iscriversi alla facoltà di medicina. Nel 1904 sposa il docente di Zoologia ed Anatomia Gustav Adolf von Kemnitz, che viveva nella casa dei genitori di Mathilde come figlio adottivo, a cui darà tre figli. Si trasferisce col marito a Berlino ed interrompe gli studi universitari che riprenderà a Monaco nel 1910. Si laurea nel 1913 con una tesi sulle differenze sessuali come fattore specifico nelle facoltà spirituali dell’uomo e della donna. Dopo un periodo di tirocinio come assistente medico a Garmisch-Partenkirchen nel 1915 lascia la località montana bavarese con la qualifica di medico neurologo. Dal 1916, anno in cui si rompe il suo matrimonio a causa di una relazione adulterina del marito, che morirà nel 1917 in un incidente di montagna, Mathilde inizia lo studio della filosofia e sviluppa una visione del mondo ispirata alle concezioni religiose völkisch. Nel 1917 fonda e dirige una casa di cura privata con cui sostenta la famiglia. Nel 1918 si impegna politicamente nella lotta contro il governo comunista della Repubblica dei Consigli bavarese e comincia a pubblicare diversi libri dedicati alla questione femminile (”Das Weib und seine Bestimmung”, “Der Minne Genesung”, “Des Weibes Kulturtat”). Nel 1920 lavora per un “Concilio delle Donne” vicino Monaco che doveva essere la premessa alla fondazione della “Lega Nazionale delle Donne”. Le sue idee sulla questione femminile analizzano soprattutto le questioni psicologiche dei sessi, promuovono una nuova cultura dell’amore in opposizione a quella cristiana e sostengono i diritti delle donne nella vita pubblica. Alla questione femminile fornisce anche una spiegazione storica: l’uomo e la donna sono di pari valore ma di diversa forma: “Il soggiogamento della donna è da comprendere come la facile e violenta soluzione di una tensione dell’animo dell’uomo, la sua volontà d’affermazione in opposizione alla indipendenza sessuale della donna. La sottomissione della donna fu massima perciò tra quei popoli guerrieri e con una forte e sregolata sensualità come gli asiatici e gli ebrei il cui obiettivo di dominio mondiale deve essere perseguito dalla fedeltà degli uomini al comandamento religioso. L’auto dominio, che tra i Germani era presente anche nella vita istintuale, li proteggeva dal dominio femminile e lasciava un grande valore alla donna e l’equiparazione della vita sessuale. Tra noi fu per primo il Cristianesimo che ebbe bisogno della degradazione, dell’interdizione della donna e delle sue conseguenze: spaccatura della vita culturale, abuso maschile della funzione guerriera e corruzione dei costumi.” Nel 1919 si sposa in seconde nozze con il maggiore Edmund Georg Kleine da cui si separerà due anni più tardi. Nel 1923 attraverso la conoscenza di Gottfried Feder (1883 - 1941 ingegnere, economista e principale ideologo dei primi tempi del partito nazionalsocialista) viene in contatto con il Generale Erich Ludendorff, eroe della prima Guerra mondiale, vincitore dei russi nella battaglia di Tannenberg, esponente nazionalista e reduce dal fallito putsch di Monaco insieme ad Adolf Hitler. Ludendorff le affida in cura la moglie morfinomane da cui si separa nel 1925 per sposarsi con Mathilde nel 1926 a Tutzing in alta Baviera. Il matrimonio con l’eroe della prima guerra mondiale accresce la fama di Mathilde ma l’unione con il generale è anche il sodalizio intellettuale di due persone con la medesima visione del mondo per cercare di realizzare una missione storica: salvare la nazione tedesca. Mathilde nei suoi studi scientifici sulle religioni di prima della guerra aveva cercato di spiegare le varie fedi religiose attraverso l’esegesi dei diversi testi sacri che lei considerava anche come documenti storici che riflettevano la cultura e lo sviluppo di un aggregato sociale. Mathilde integrò i fondamenti del suo sistema filosofico con l’opera di Kant, Schopenhauer, di Nietzsche (soprattutto il libro “Genealogia della Morale”) e con la visione religiosa originaria germanica. Chiamò la sua filosofia religiosa “Deutsche Gotterkenntnis” (conoscenza di Dio tedesca) e sostenne l’indispensabile ritorno ai valori ed alla morale germanica pre-cristiana. Per perseguire gli scopi che si erano prefissi Erich e Mathilde Ludendorff fondano nel 1925 il Tannenbergbund, e, nel 1930, l’associazione religiosa “Deutschvolk” che presto riescono ad avere oltre 24.000 aderenti (K. Weissmann Druiden, Goden. Weise Frauen Herder Verlag, 1991, pag. 53). La Haus Ludendorff a Tutzing diviene la base centrale del movimento e della stampa collegata: il mensile “Am heiligen Quell deutscher Kraft” (Alla sacra fonte della forza tedesca che vende oltre 45.000 copie), il settimanale “Ludendorffs Volkswarte” (l’osservatorio del popolo di Ludendorff) e l’inserto “Vor’m Volksgericht” (davanti al tribunale del popolo) redatti dal generale, dalla moglie e illustrati dalle caustiche penne di Hans Günther Strick ed Hermann Rehwaldt (per una selezione delle caricature vedi “Mit spitzer Feder und grimmigen Humor” curato da Franz von Bebenburg, Verlag Hohe Warte, 1983). Molti di questi giornali e riviste saranno sottoposti a censura prima e durante il regime nazionalsocialista per i contenuti di forte polemica contro il cristianesimo protestante e cattolico. La critica nei suoi confronti ma anche quella contro le altre “geheimen überstaatlichen Mächten” (potenze segrete sovrastatali) era rigorosamente radicale. Queste forze erano identificate nel Cristianesimo politico, con il suo braccio cattolico (gerarchie vaticane e Gesuiti) e quello delle chiese protestanti, nella Plutocrazia del grande capitalismo internazionale, nel Giudaismo, nella Massoneria e nel Bolscevismo. Mathilde sosteneva nei suoi innumerevoli ed approfonditi studi che ciascun popolo avesse sue caratteristiche specifiche di comportamento e di religiosità e riteneva, come molti suoi contemporanei, che il Giudaismo fosse fondamentalmente ostile non solo al popolo tedesco ma a tutti gli altri popoli radicati. Era l’invisibile burattinaio che insieme alle altre grandi mafie internazionali manovrava la politica e l’economia internazionale. Il tutto era finalizzato a ridurre i popoli radicati e fieri delle proprie specifiche identità a delle masse amorfe, facilmente condizionabili e dominabili. A quel tempo idee simili erano sostenute anche da Moeller van der Bruck e Edgar Jung (analisi del pensiero di questi autori in Stefan Breuer La Rivoluzione conservatrice Donzelli Editore, Roma, 1995) che ritenevano che i gruppi etnici e le razze avessero una coscienza che ereditavano dai loro antenati nei loro fondamenti religiosi e di credenze spirituali. Carl Jung (1875 - 1961) sosteneva che l’inconscio conteneva molto di più che il rimosso personale: vi era contenuto un profondo substrato sociale connesso a quello che Franklin L. Baurner definiva “oltre il mero individuale”. L’inconscio collettivo di Jung emergeva nelle visioni religiose, nei simboli e nei miti dell’umanità. Nel “L’anima dell’uomo” Mathilde scrisse: “Tutti i passi fatti dagli esseri umani per aumentare il loro grado di coscienza sono stati ottenuti con l’illuminazione verso il sacro di un individuo solo in mezzo ad un’ecatombe d’altri esseri viventi. Secondo le stesse leggi naturali, la prima esperienza di Dio non è nata in tutti i precedenti esseri ma solo nel soggetto delle specie più cosciente del divino. Nello steso modo, per tutto il tempo da cui esiste l’umanità, tutti gli altri passi dalla creazione fino ai nostri giorni sono fissati nel subcosciente dell’eredità razziale. La stessa cosa può essere detta per la prima esperienza di Dio attraverso le generazioni, con tutte le conseguenze sul “carattere ereditario”, l’eredità razziale di un gruppo etnico ed il carattere razziale di una nazione.” Secondo la sua visione, il popolo eredita la sua spiritualità così per riacquisire fiducia, forza spirituale e grandezza materiale è indispensabile per la Germania e per l’Europa espellere tutte le influenze aliene come il Cristianesimo, il Giudaismo ed i principi dell’Illuminismo francese. Attraverso la sua opera filosofica Mathilde cerca di dimostrare, in accordo con le idee del marito, che solo la stretta aderenza d’unità razziale e concezione del divino possono portare alla liberazione tedesca. Questa particolare enfasi sul dovere del rinnovamento spirituale del popolo tedesco e la profondità e vastità degli elaborati teorici e filosofici mettono i Ludendorff in una posizione particolare rispetto agli altri gruppi völkisch della rivoluzione conservatrice. Il livello teorico, i riferimenti intellettuali e la qualità culturale, oltre alla fama del Generale ed un proprio circuito di librerie, permettono una gran diffusione ai libri di Mathilde. La polemica con i nazionalsocialisti verso la prima metà degli anni trenta si fa pesante. Mathilde è una delle poche donne che non ha paura di tener testa a Hitler e di manifestare apertamente la propria ostilità al regime nazionalsocialista che accusa di aver tradito gli ideali del movimento völkisch trescando con l’alta finanza e le gerarchie vaticane. Tra il 1932 ed il 1937 molti giornali del movimento Ludendorff sono sequestrati e sottoposti a censura. Il 22 settembre del 1933 vengono messi fuori legge il Tannenbergbund e i Deutschvolk. Solo il 12 marzo 1937, dopo un colloquio tra Erich Ludendorff e Adolf Hitler, si raggiunge una tregua. Il 5 aprile 1937 in un articolo su “Am heiligen Quell deutscher Kraft” il Generale annuncia che è stata garantita la libertà per il membri del”Deutsche Gotterkenntnis” che da ora si dovrà chiamare solo Bund für Deutsche Gotterkenntnis. L’8 maggio 1937 il Deutsche Gotterkenntnis ottine lo status ufficiale di religione e diventa la terza confessione in Germania al livello di cattolicesimo e protestantesimo. Il 20 dicembre 1937 il Generale Erich Ludendorff muore e Mathilde pretende che nei funerali di stato sia esposta solo la bandiera prussiana. Da questo momento Mathilde prende le redini del movimento che dirigerà fino alla sua scomparsa. Continua il suo lavoro filosofico d’elaborazione ed approfondimento analizzando il nuovo rapporto che l’uomo può e deve creare con il sacro. E’ un tema a cui Mathilde ha dedicato innumerevoli studi sia per smascherare le presunte verità rivelate del Cristianesimo sia per cercare di far comprendere la nuova e decisiva posizione in cui si trova il genere umano dopo il nichilismo. Hans Kopp spiegherà così la visione religiosa di Mathilde: “Così dobbiamo intendere la sua opera. Né il sacrificio agli Dei, né il sacrificio di un Dio possono sopravvivere come residuo credibile in un mondo senza Dei e che volge le spalle a questo Dio della felicità che viene da Gerusalemme ed al suo Figlio. E’ vero che ci sono sempre stati alcuni che hanno compiuto il salto verso un nuovo livello di consapevolezza religiosa, ma dopo tutte le esperienze in questo campo pochi, che sono solo l’espressione di un desiderio generale, conducono dietro di sé gli altri. L’uomo è ormai collocato sulle fondamenta del proprio io: egli solamente possiede la risposta da dare al destino. Né la preghiera verso al cielo, né l’ascetica rinuncia richiamano quaggiù un Dio. Solamente attraverso l’auto-liberazione dai lacci della schiavitù della propria volontaria sottomissione, l’uomo può elevarsi alla libertà dell’auto-responsabilizzazione. La fusione tra l’uomo e Dio, che nelle antiche religioni si voleva raggiungere tramite l’aiuto di tutte le possibili rappresentazioni magiche e idee immaginarie, sarà raggiunta solo attraverso l’io, che nella sua spontanea esperienza del divino, compie se stesso e la creazione.” La Germania perde la guerra ed il popolo tedesco vive la sua catastrofe morale e materiale. La volontà di vendetta dei vincitori si abbatte anche contro Mathilde. I suoi libri sono inseriti nelle liste di proscrizione e proibiti (pubblicate dalla Uwe Berg Verlag Tangendorfer Str. D 21442 Toppenstedt, la lista completa al sito http://www.vho.org/censor/tA.html). Il procedimento di denazificazione oltre al lavaggio del carattere e alla messa fuorilegge e distruzione di decine di migliaia di libri richiede anche continue e vergognose abiure. Nella Germania distrutta e umiliata quasi tutti sono pronti a piegarsi e prostituirsi ai vincitori. Mathilde è di un’altra tempra. Il suo cognome da nubile, Spieß, significa lancia ed è una lancia che non si spezza. Il pittore Wolfgang Willrich, vecchio membro del Tannenbergbund ed amico di lunga data di Mathilde (vedi http://www.thule-italia.com/arte/Willrich/willrich.html), esegue due suoi ritratti (in vendita al sito www.hohewarte.de) nel 1941 e nel 1947: caratteristica comune dei dipinti è la fierezza che traspare dallo sguardo. La stessa fierezza che Mathilde manifesta il 23 novembre 1949, quando contro di lei viene aperto un procedimento per motivi ideologici: non rinnega nulla di quanto ha scritto o sostenuto. In una dichiarazione difensiva di 80 pagine riafferma che ogni popolo ha una “völkische Identität” e delle caratteristiche particolari, afferma di non essere antisemita ma di ritenere che in generale gli ebrei siano animati da sentimenti antitedeschi. Non esprime le richieste abiure e condanne per i “crimini dei vinti” ma sostiene che anche tra i Nazionalsocialisti siano state attive quelle “geheimen überstaatlichen Mächten” che si battono contro lo spirito del Deutschtum e contro tutti i popoli radicati. Il 5 gennaio 1950 la commisssione la classifica Hauptschuldig (colpevole principale) anche se un successivo procedimento dell’8 gennaio 1951 abbassa il giudizio a Belastete (corresponsabile). Nello stesso anno viene rifondato anche giuridicamente il Bund für Deutsche Gotterkenntnis che prende ufficialmente il nome di Bund für Gotterkenntnis e riesce ad aggregare oltre 10.000 sostenitori (saranno 12.000 nel 1995 secondo l’ufficio di protezione della Costituzione). Mathilde resta fedele ai suoi principi e continua le sue attività filosofiche ed editoriali: nasce la casa editrice Hohe Warte, diretta dal genero Franz Freiherr Karg von Bebenburg, che ristampa i suoi libri in molteplici edizioni, quelli del Generale Erich Ludendorff e di altri importanti intellettuali völkisch tra cui Hans Friedrich Karl Günther. Nel 1955 fonda a Tutzing una “Schule der Gotterkenntnis”. Dopo una vergognosa campagna di stampa diffamatoria, in cui si distingue Der Spiegel, nel 1961 il Bund für Gotterkenntnis viene ritenuto “nemico della Costituzione” e proibito. Il bando verrà annullato nel 1977 per errori procedurali. Il 24 giugno del 1966 Mathilde Ludendorff muore a Tutzing. Per quanti volessero onorare la memoria di Mathilde ed Erich Ludendorff e degli affiliati al Bund für Gotterkenntnis esiste, nonostante i continui e ripetuti tentativi di chiusura, dal 1932 un cimitero pagano nato per iniziativa di due membri del Bund. Il sito si chiama Ahnenstätte (luogo sacro degli antenati) Hilligenloh ed è situato presso la citta di Hude nell’area di Oldenburg in Bassa Sassonia. La casa editrice Hohe Warte, che stampa anche l’interessante quindicinale Mensch und Maß giunto al 45° anno di vita, ha pubblicato un saggio di Gunther Duda (scaricabile gratuitamente in formato pdf http://www.hohewarte.de/Neuersch/Neu-Ketzer.html) che documenta la storia dell’intolleranza e delle calunnie contro il cimitero pagano Ahnenstätte Hilligenloh. La chiusura del cimitero è richiesta proprio da personaggi che rappresentano le solite e sempre attive “geheimen überstaatlichen Mächten”.

Ulteriori informazioni biografiche e bibliografiche e tutti i libri di Mathilde ed Erich Ludendorff possono essere richiesti a:

Verlag Hohe Warte GmbH Tutzinger Str. 46 D - 82396 Pähl - Deutschland

E-post: vertrieb@hohewarte.de Internet www.hohewarte.de

Il mito della Blutfahne

Pubblicato da admin in novembre - 10 - 2009 ADD COMMENTS

hitlerelablutfahneTratto da CentrostudilaRuna Di Harm Wulf “Keine Fahne ist uns so heilig, wie die Blutfahne des 9. November 1923″
(Nessuna bandiera è per noi più sacra della Blutfahne del 9 novembre 1923)
Il 9 novembre 1923 dalla birreria Bürgerbräu partì la marcia diretta verso il centro di Monaco di Baviera. Alla testa del corteo Adolf Hitler con al fianco il generale Erich Ludendorff, eroe della Grande Guerra, ed Hermann Göring. Dietro due colonne di uomini: quella del corpo franco Oberland e quella delle squadre d’assalto del partito nazionalsocialista. La marcia, diretta verso il centro e la Feldherrnhalle (la loggia dei marescialli), superato il ponte Ludwig, era salutata dalla popolazione che si univa alla manifestazione. Arrivati davanti al municipio, dove era stata issata una bandiera con la svastica, mentre la folla acclamava i manifestanti e si cantavano inni patriottici, partì la prima salva di colpi tirati dalla polizia bavarese che si era assestata sulle gradinate della Feldherrnhalle. La Blutfahne (Bandiera o Stendardo del sangue) era la bandiera della 6° sezione della Sturm Abteilung (SA) di Monaco portata da Heinrich Trambauer e fu macchiata col sangue dei caduti, principalmente quello di Andreas Bauriedl che era caduto sulla bandiera, ma simboleggiava quello di tutti i caduti della Feldherrnhalle. I militanti uccisi Felix Alfarth, William Ehrlich, Anton Hechenberger, Andreas Bauriedl, Martin Faust, Wilhelm Wolf, Theodor Casella, Theodor von der Pfordten, Johann Rickmers, Karl Laforce, Oskar Körner, Max Erwin von Scheubner-Richter, Kurt Neubauer, Lorenz Ritter von Stransky-Griffenfeld, Klaus Maximilian von Pape, Karl Kuhn saranno gettati in una fossa comune, i loro corpi saranno traslati, dopo la vittoria della NSDAP, ai templi dell’onore, gli Ehrentempel progettati dall’architetto Paul Ludwig Troost nella Königsplatz (fatti saltare in aria dopo la guerra) vicino alla Braunen Haus di Monaco, sede centrale del partito.
La bandiera con la svastica caduta a terra e macchiata col sangue dei martiri, la Blutfahne, diventerà l’emblema più sacro del movimento e sarà usata nelle cerimonie per consacrare gli altri stendardi del partito. Ecco cosa successe al vessillo dopo la strage: Heinrich Trambauer, che portava la bandiera durante il Putsch, diede la bandiera ad un amico in Theatinerstrasse 30 dove l’aveva presa dal gruppo dei militanti e se l’era nascosta sotto la giacca a vento. Più tardi Karl Eggers chiese a Trambauer dove fosse il vessillo e questi glielo consegnò. Eggers poi lo diede ad un certo Gräf per metterla in salvo. Più tardi Eggers si riprese la bandiera e la consegnò a Viktoria Edrich che viveva in Türkenstrasse 23. Dopo il rilascio di Hitler dalla prigione di Landsberg, Eggers gli consegnò la bandiera che fu affidata ad un nuovo gruppo dopo aver apposto sul pinnacolo una targhetta in argento con i nomi dei tre caduti che facevano parte della sesta compagnia: Bauriedl, Heckenberger e von Stransky-Griffenfeld. La bandiera fu presentata da Hitler alle SA il 4 luglio del 1926 e da allora conosciuta come Blutfahne. Hitler consacrava i nuovi stendardi del partito prendendoli con una mano e toccandoli con un lembo della Blutfahne.
Il 9 novembre del 1926 fu affidata alle SS (SS-Sturm 1 del 1. SS-Standarte) per rilevare l’importanza della ancora piccola ma fedelissima organizzazione che contrastava l’egemonia delle SA. Il capo delle SS, in quel momento Joseph Berchtold, scelse ancora una volta Trambauer come portabandiera, ma le sue gravi condizioni di salute non gli permisero di svolgere il suo compito. Trambauer aveva ricevuto una grave frattura ossea, mai curata correttamente, durante scontri di piazza contro i comunisti e visse fino al 1942. Grimminger divenne l’unico portatore della Blutfahne. Grimminger, nato nel 1892, ebanista, aveva partecipato alla prima Guerra mondiale sul fronte francese e su quello orientale guadagnandosi la croce di ferro di prima e seconda e la decorazione di guerra turca Aka Gallipoli (Stella di Gallipoli). Aveva aderito alla NSDAP ed era entrato nelle SA nel 1922 diventando ben presto un militante molto attivo che aveva preso parte a diversi scontri di piazza con i comunisti compresa la famosa “Battaglia di Coburgo” del 14 e 15 ottobre del 1922. Era stato uno dei portatori di stendardo al primo congresso del partito a Monaco nel 1923, compito che poi svolte frequentemente. In seguito aveva preso parte al Putsch con la decima squadra delle SA di Monaco. Aveva subito aderito al rifondato NSDAP nel 1925 e alle nuove SS in cui era stato aiuto portabandiera fino a quando gli fu dato l’incarico ufficiale di portabandiera della Blutfahne col grado di SS-Standartenführer. L’ultima volta in cui la Blutfahne fu vista fu al funerale di Adolf Wagner, Gauleiter di Monaco-Alta Baviera nell’aprile del 1944.
La Blutfahne era conservata insieme agli altri vecchi stendardi del partito nella sede centrale del NSDAP, la Braunes Haus (’casa bruna’, ex Palazzo Barlow) di Monaco in Briennerstrasse 45 che fu parzialmente danneggiata, ma non distrutta (vedi foto) da un bombardamento alleato del 1945. Molti documenti ed oggetti lì conservati furono presi alla fine della guerra dal Gauleiter di Monaco Paul Giesler, che dopo aver raggiunto Berchtesgaden, si era tolto la vita con la moglie. E’ assai probabile che egli, in qualità di massimo responsabile del partito a Monaco e responsabile della bandiera nel 1945 possa avere trasportato e consegnato in mani sicure la Blutfahne forse autorizzato da Hitler o da Goebbels. Il sito enciclopedico internet http://de.wikipedia.org/wiki/Blutfahne afferma che:
Blutfahne war die offizielle Bezeichnung für die diejenige Hakenkreuzfahne, die beim Marsch auf die Feldherrnhalle in München am 9. November 1923 von den Anhängern Hitlers mitgeführt wurde.In Folge des Schießbefehls der bayrischen Polizei gab es 16 Tote unter Hitlers Anhängern, unter anderem wurde auch der Fahnenträger und SA-Mann Heinrich Trambaur erschossen. Sein Blut spritzte auf die Fahne. So wurde sie zum Kultgegenstand der NSDAP. Heute (2004) ist sie bei einem Sammler aus Norddeutschland in Privatbesitz.
La Blutfahne sarebbe oggi, secondo l’estensore dell’articolo, (2004) in possesso privato nelle mani di un collezionista nel nord della Germania. Il suo portatore Jakob Grimminger morì povero e completamente dimenticato nel 1969.

 

Harm Wulf

Il Sacerdote cattolico che non piace al Vaticano

Pubblicato da admin in novembre - 9 - 2009 ADD COMMENTS

Tratto da CentroStudiLaRuna:

papa-non-guardaNormalmente, quello della teologia è un ambito molto ristretto e specialistico, la cui eco molto difficilmente raggiunge il grande pubblico.

Eppure, c’è un nome che molti, anche al di fuori di tale ambito, hanno, nel bene o nel male, almeno sentito: quello di Hans Küng, il “paladino del Vaticano II”, l’uomo considerato quasi unanimemente il maggior pensatore teologico della seconda metà del ‘900,  le cui tesi si sono spesso scontrate con le posizioni dogmatiche ufficiali della Chiesa cattolica (della quale, come Sacerdote, egli fa parte).

La rivista francese Témoginage Chrétien, nel 2006, ha aperto così un articolo a lui dedicato: “Sarebbe potuto diventare uno dei teologi ufficiali del Vaticano, avrebbe potuto accedere rapidamente all’episcopato e – perché no – concludere pacificamente la sua carriera al Sacro Collegio. ‘Quando un grande teologo perde i denti, è maturo per il cardinalato’, scherza Hans Küng nel primo tomo delle sue Memorie che sono appena uscite in francese per i tipi delle Editions du Cerf. Un’altra giovane speranza della teologia germanofona della sua generazione, che ha insegnato contemporaneamente a lui all’Università di Tübingen, e ha scritto nelle stesse riviste (tra cui la famosa Concilium) è persino diventato papa… Ma Hans Küng ama troppo la teologia e la libertà per accettare di sacrificarle sull’altare del potere spirituale o su quello dell’obbedienza a priori. La ricerca è una cosa seria. In teologia come in altri campi, essa richiede il coraggio di andare alla radice dei propri ragionamenti. E di dire pane al pane e vino al vino. Cosa possibile nel mondo cattolico… fino ad un certo punto. Un teologo può a rigore pensare cose che non quadrano con il discorso ufficiale e parlarne con alcuni suoi colleghi. Commette invece un torto se lo fa sapere pubblicamente, soprattutto al di fuori degli ambienti specialistici.[1]

Per comprendere chi sia Hans Küng e cosa del suo pensiero teologico, per altro così omnicomprensivo da aver toccato praticamente tutti gli aspetti delle relazioni umane, sia tanto sgradito ai palazzi petrini è necessario ripercorrere brevemente la sua biografia[2].

Nato nel 1928 a Sursee, nel Canton di Lucerna, Küng, subito dopo gli studi liceali, entra al “Pontificium Collegium Germanicum et Hungaricum” a Roma e studia filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana. Ordinato sacerdote nel 1954 (con prima Messa celebrata a San Pietro per un gruppo di Guardie Svizzere), viene inviato a Parigi, dove, nel 1957, consegue il Dottorato in teologia all’Institut Catholique, con una tesi sulla dottrina della giustificazione del teologo riformato Karl Barth. Questo primo lavoro, poi pubblicato con il titolo “Giustificazione: La Dottrina di Karl Barth e una Riflessione Cattolica”, già mostra una delle caratteristiche fondamentali del pensiero di Küng, la capacità di sviluppare una riflessione che va aldilà delle posizioni ufficiali e che trova nuovi collegamenti   e relazioni tra entità apparentemente opposte: non è un caso che, dopo secoli di diatribe tra giustificazione per Fede e giustificazione per opere, lo studio del ventinovenne teologo  svizzero concluda, con dimostrazione, per altro pienamente accettabile sia per la Chiesa Cattolica che per quella Luterana (sebbene già questa prima pubblicazione faccia sì che la Congregazione per la Retta Dottrina apra un fascicolo su di lui), che esista un conformismo teologico fondamentale tra ciò che Barth e la Chiesa Cattolica Romana insegnano sulla giustificazione e che la divisione tra i due sistemi di pensiero sia legata unicamente alle rispettive strutture burocratiche.[3]

Grazie al successo della sua tesi dottorale e alle evidenti superiori capacità analitiche, il giovane Küng, a soli 32 anni, nel 1960, è nominato professore ordinario presso la Facoltà di Teologia Cattolica all’Università di Tubinga.

La brillantezza del giovane professore colpisce l’entourage di Giovanni XXIII e il Papa lo nomina “peritus” nelle questioni teologico-ecumeniche e, in tale veste, a 34 anni, Küng è il più giovane partecipante, tra il 1962 e il 1965, al Concilio Vaticano II.

E’ in tale occasione che egli conosce Joseph Ratzinger, allora teologo consigliere del Vescovo di Colonia e, una volta tornato a Tubinga, è lui che spinge l’università ad assumere Ratzinger come professore di teologia dogmatica, posizione che il futuro Papa Benedetto XVI ricoprirà fino al 1969, quando la comparsa della contestazione studentesca lo indurrà a trasferirsi nella più tranquilla Università di Ratisbona.

L’esperienza conciliare segna profondamente la teologia di Küng, che, spinto dalle speranze che il Vaticano II stava sviluppando in tutto il mondo cattolico, pubblica un testo, “Concilio e ritorno all’unità” che diventerà un bestseller e lo farà conoscere universalmente come uno delle menti più illuminate della corrente cattolico-liberale. D’altra parte, all’interno del Concilio, la sua posizione era stata di notevole importanza: era stato lui a redigere i discorsi di alcuni Padri conciliari, a seguire passo dopo passo l’evoluzione dei testi (in particolare della “Constituzione sulla Chiesa” e del “Decreto sull’Ecumenismo”) e a lottare contro le manovre della Curia, guidata dal Cardinal Ottaviani, che cercava di bloccare qualsiasi progresso “modernista”.

In questo periodo, Küng è soprattutto interessato alla natura e alla struttura della Chiesa ed è proprio nella seconda metà degli anni ’60 che inizia la sua sistematica contestazione della Tradizione e della gerarchia della Chiesa, soprattutto con il testo “La Chiesa”, in cui condanna apertamente l’autoritarismo gerarchico che caratterizza una Struttura che, al contrario, dovrebbe valorizzare i carismi particolari di ogni singolo.[4]

I problemi maggiori per il teologo svizzero nascono con un suo testo del 1970, “Infallibile? Una domanda”, in cui, primo dopo i Vetero-Cattolici nel 1870, egli critica aspramente il dogma dell’infallibilità papale, considerandolo indimostrabile e giudicando, tra l’altro, la formula della sua enunciazione dogmatica “vaga e indeterminata a tal punto che quasi mai si può dire quali decisioni debbano essere ritenute infallibili[5].

Con due diverse lettere, datate rispettivamente 16 maggio 1971 e 12 luglio 1971, la Congregazione per la Retta Dottrina notificò all’autore la sua messa in “stato d’accusa” per opinioni in contraddizione con la Dottrina cattolica, ma Küng ribadì le sue posizioni in altri due testi (“Preti perché? Un aiuto?” del 1971 e “Fallibile? Un bilancio”, del 1973) e non rispose ad una ulteriore richiesta di chiarimenti del 4 luglio 1973.

Nel 1975, di conseguenza, arrivò il primo ammonimento ufficiale, approvato da Papa Paolo IV, del Cardinal Šeper, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in cui, tra l’altro, si legge che il punto fondamentale in cui Küng professa dottrine eretiche riguarda: “l’opinione che pone almeno in dubbio lo stesso Dogma di Fede della infallibilità della Chiesa e lo riduce ad una certa fondamentale indefettibilità della Chiesa nella verità, con la possibilità di errare nelle sentenze che il Magistero della Chiesa in modo definitivo insegna di credere, contraddice la dottrina definita dal Concilio Vaticano I e confermata dal Concilio Vaticano II.[6] Prosegue, poi, Šeper, che, a questo punto, ha mano libera per attaccare il teologo su tutta la linea: “Un altro errore che pregiudica gravemente la dottrina del prof. Küng riguarda la sua opinione sul Magistero della chiesa. In realtà egli non si attiene al genuino concetto del Magistero autentico secondo il quale i Vescovi sono nella Chiesa ‘dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo e che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella vita pratica’; infatti ‘l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo magistero vivo della chiesa’. Anche l’opinione già insinuata dal prof. Küng nel libro La chiesa e secondo la quale l’Eucarestia, almeno in casi di necessità, può essere consacrata validamente da battezzati privi dell’ordine sacerdotale, non può accordarsi con la dottrina dei Concili Lateranense IV e Vaticano II. Tuttavia, nonostante la gravità di tali opinioni, poiché egli stesso con la lettera del 4 settembre 1974 non esclude affatto di poter giungere, dopo un congruo tempo di studio approfondito, ad armonizzare le proprie opinioni con la dottrina del Magistero autentico della chiesa, questa Sacra Congregazione, per mandato del Sommo Pontefice Paolo VI, per ora ammonisce il prof. H. Küng di non continuare ad insegnare tali opinioni e gli ricorda che l’autorità ecclesiastica gli ha affidato l’incarico di insegnare s. teologia nello spirito della dottrina della chiesa e non invece opinioni che demoliscono questa dottrina o la mettono in dubbio.[7]

Nel frattempo, era uscito quello che può essere considerato il “monumento teologico” di Küng, quel “Essere Cristiani”[8] che, nelle sue oltre 700 pagine, ridisegna quella che, secondo l’autore, avrebbe dovuto essere la Chiesa post-conciliare, includendo assunti che si pongono nettamente in antitesi dogmatica con le posizioni vaticane e che demoliscono alcuni pilastri della Fede “come la nascita verginale di Gesù, i miracoli, l’infallibilità della Chiesa, la storicità della resurrezione, la preesistenza del Verbo, ecc.[9] e arrivando, ultimativamente, a negare la divinità di Cristo, pur riconoscendogli a più riprese l’unicità, l’originalità, l’eccellenza insuperabile della sua missione di rappresentante o intendente di Dio.[10]

Il Vaticano, comunque, non agì immediatamente e, da parte sua, Küng continuò a rifiutare ogni chiarimento davanti alla Congregazione per la Retta Dottrina affermando che non lo avrebbe fatto “finché non sarò sicuro di ricevere un processo equo …[11].

Il 16 ottobre 1978, però, qualcosa cambia radicalmente all’interno della Chiesa Cattolica: Karol Józef Wojtyła, Cardinale Arcivescovo di Cracovia, noto negli ambienti ecclesiastici per il suo fortissimo impegno anti-marxista e per la sua posizione chiaramente conservatrice e anti-liberale viene eletto 263° Successore di San Pietro.

Poco più di un anno dopo, la prima azione repressiva di una lunga serie nei confronti di quelle che il “nuovo” Papa Giovanni Paolo II ha definito, lungo il corso di tutto il suo Pontificato, “pericolose deviazioni” ha come oggetto proprio l’allora cinquantunenne teologo dell’Università di Tubinga: il 18 dicembre 1979 la Congregazione per la Retta Dottrina, scrivendo “siamo obbligati a dichiarare che nei suoi scritti egli si allontana dall’integrità e dalla verità della Fede cattolica[12], revoca la “Missio Canonica” (cioè l’autorizzazione all’insegnamento della teologia cattolica) a Küng, che, pure, non avendo violato (e forse qui risiede per alcuni versi, la contraddizione di fondo del provvedimento) elementi fondanti del Sacerdozio, continua ad essere ritenuto e a rimanere Prete cattolico a tutti gli effetti.

Nella pratica, il provvedimento, immediatamente ed ovviamente controfirmato dal Cardinal Hoffer, Primate di Germania, noto per le sue posizioni conservatrici, non cambiò granché le cose: l’Università di Tubinga si affrettò a creare per Küng un “Istituto Ecumenico” che, non più legato al benestare vaticano, gli permesse di continuare l’insegnamento (che lasciò solo nel 1996), di criticare sempre più violentemente l’operato della Congregazione per la Dottrina della Fede, considerata responsabile della repressione ed epurazione di tutte le voci critiche all’interno della Chiesa cattolica e paragonata ai tribunali stalinisti[13] e di non smettere di animare e influenzare la discussione relativa alla teologia delle religioni.

Contro le sue posizioni si alzarono da subito numerose voci cattoliche, muovendogli accuse di stampo soprattutto metodologico, ben riassunte da Sala nel suo “Essere Cristiani ed Essere nella Chiesa”: “Primo: la posizione künghiana che vuole riannodare l’esperienza di fede con la realtà concreta di Gesù Cristo senza le mediazioni dogmatiche preferisce un elemento decisivo della conoscenza; la realtà di una cosa si annuncia e si comprende solo attraverso una mediazione concettuale (e proposizionale). La fides quae creditur esercita la funzione insostituibile di mediare al credente la genuina figura dl Cristo (nel caso contrario sarebbe come avere un orologio che va, ma senza lancette) che altrimenti sarebbe inafferrabile. Secondo: la reciproca escludenza che Küng deduce dal confronto tra scienza empirica e le narrazioni dei miracoli di Gesù può sussistere solo se non si distingue, come fa il ‘teologo’ di Tubinga, tra la causalità della natura verificata nel circolo scientifico di osservazione-elaborazione di ipotesi-deduzione-nuova osservazione (circolarità necessariamente limitata al solo dato che si sta studiando ed assolutamente inestensibile fuori di esso) e l’interpretazione filosofica di essa, interpretazione che può essere tanto immanentistico-ateistica quanto invece aperta al trascendente.

Terzo: il modulo costante su cui lavora Küng, che gli permette di escludere quelli che il Nuovo Testamento presenta come fatti traducendoli in significati, vien meno ad una delle regole fondamentali dell’atteggiamento scientifico: quella di accettare il dato per quello che il dato dice di essere. La razionalità è la capacità di entrare coscientemente in relazione con ciò che noi stessi non siamo, sottomettendoci all’oggetto e discriminando ciò che conosciamo dal nostro atto di conoscenza.[14]

Per nulla toccato da tali critiche e potendo contare sul supporto di una grande massa di fedeli che, sempre più, iniziavano a considerare le posizioni vaticane come retrive e fuori dal tempo, Küng continuò, comunque, nella sua “battaglia” per la modernizzazione del pensiero teologico.

Particolarmente impressionante fu, nei testi successivi, la critica künghiana a tutto il Pontificato di Giovanni Paolo II, a cui il teologo di Lucerna rimprovera molte cose:

1)      di aver impedito il dialogo intra-religioso e di aver affermato, in netta contrapposizione con il dettato conciliare, un “romacentrismo” verticistico esasperato, palesato soprattutto nelle nomine vescovili;

2)      di aver irreggimentato la Chiesa in un sistema estremamente legalitario che, di fatto, nella sua rigidità, ha impedito persino la firma vaticana alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo” del Consiglio d’Europa, perché in contrasto con alcuni Canoni;

3)      di aver imposto concetti di santità legati a personaggi discutibili dell’ala ultra-conservatrice (da Pio IX a Josè Maria Escrivà);

4)      di aver tarpato le ali agli intellettuali più acuti della Cristianità, negando ogni possibilità critica e svilendo la teologia ad un piatto conformismo;

5)      di aver rallentato il dialogo ecumenico, continuando a tentare una “colonizzazione culturale” dell’Est europeo in contrasto con la Chiesa Russo-ortodossa, arrivando a definire le Religioni extra-cristiane “forme deficitarie di Fede” e, per mano del Cardinal Ratzinger, negando, di fatto, ancora una volta in contrasto aperto con il dettato del Concilio Vaticano II, la dignità salvifica insita in qualunque forma religiosa;

6)      di non aver rispettato la separazione tra stato e chiesa, facendo pressione tramite il PPE sul Parlamento europeo su alcuni temi sensibili;

7)       di aver negato alle donne il “ministero mariano[15].

Forse, la summa di ogni attacco precedente al Pontificato di  Wojtyła si è avuta in un articolo, pubblicato contemporaneamente in Germania e in Italia, in cui, tra l’altro, si legge: “Per la Chiesa cattolica questo Pontificato si rivela… un disastro… Contro tutte le intenzioni del Concilio Vaticano II, il sistema romano medioevale — un apparato di potere caratterizzato da tratti totalitari — è stato restaurato grazie a una politica personale e dottrinale tanto astuta quanto spietata: i vescovi sono stati uniformati, i padri spirituali sovraccaricati, i teologi dotati di museruola, i laici privati dei diritti, le donne discriminate, le iniziative popolari dei sinodi nazionali e delle chiese ignorati. E poi ancora scandali sessuali, divieti di discussione, dominio liturgico, divieto di predica per i teologi laici, esortazione alla denuncia, impedimento dell’eucarestia… La grande credibilità della Chiesa Cattolica, cioè quella ottenuta da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, ha lasciato il posto a una vera e propria crisi della speranza. Questo è il risultato della profonda tragicità personale di questo Papa: la sua idea cattolica di stampo polacco (medioevale, controriformista e antimoderna), in qualità di Pontefice Karol Wojtyła l’ha voluta portare anche nel resto del mondo cattolico…[16]

I rapporti tra il teologo dissidente e il Papato non sono certo migliorati con l’elezione al Sacro Soglio di Benedetto XVI.

Lasciando anche da parte la recentissima polemica sulla riammissione nel seno della Chiesa dei Tradizionalisti lefebvriani della Società S. Pio X, che Küng, come espresso in molte delle ultime interviste, ha ritenuto un passo indietro inaccettabile e, come la riammissione della Messa in latino, un atto volutamente contrario al Vaticano II, e nonostante l’incontro tra il Papa e il teologo a Castel Gandolfo del settembre 2005, il divario ideologico tra i due rimane davvero incolmabile.

In particolare, due aspetti del pensiero künghiano dell’ultimo decennio sembrano aver ulteriormente allargato il fossato che divide il teologo dal Vaticano.

Il primo, è la posizione assunta nel testo “Sulla dignità del morire[17], in cui, in unione con il noto saggista Walter Jens, Küng affronta alcune tematiche decisive relative all’eutanasia, cercando di rispondere a domande quali: l’uomo può disporre della propria vita e scegliere quando e come morire? Nella prospettiva cristiana, la scelta spetta esclusivamente a chi gliel’ha donata, e cioè al Creatore? E’ venuto il momento in cui le società moderne devono riconoscere la liceità dell’eutanasia?

Partendo dalla convinzione che “milioni e milioni di uomini non abbiano la minima possibilità né di scegliere né di morire in maniera degna dell’uomo[18], il professore di Tubinga sostiene che occorra operare affinché la dignità delle persone sia salvaguardata anche nella fase terminale della vita, senza ignorare che “senza una vita dignitosa non è possibile una morte dignitosa[19].

Il corollario che ne deriva è la necessità di un contatto umano stretto che si prolunghi per tutto il periodo terminale, ma, soprattutto, pur nella riconferma dell’ovvia illiceità di ogni eutanasia imposta per costrizione, la “liceità etica dell’eutanasia nel senso di tentativo di rendere “buona” la morte senza per questo accorciare la vita: quella cioè in cui il medico si limita a somministrare sedativi per ridurre il dolore”.

Fino a questo punto, l’idea künghiana rimane, più o meno, nel solco cattolico, ma il punto critico occorre con l’affermazione della necessità di riconoscere la “liceità etica dell’eutanasia passiva, dove la morte è effetto collaterale, cioè un’eutanasia indiretta conseguita mediante l’interruzione dei mezzi di sostentamento artificiale della vita. Che l’uomo non abbia l’obbligo di conservarsi in vita attraverso mezzi eccezionali è un classico assioma della teologia morale. Nessun paziente in ogni caso ha il dovere etico di sottoporsi a qualsiasi terapia e a qualsiasi operazione che prolunghi la sua vita. Sta al paziente, non al medico, decidere, dopo essersi adeguatamente informato, se farsi operare ancora una volta, morendo più tardi ma forse in maniera più dolorosa, oppure non farsi operare morendo forse prima ma in maniera meno dolorosa. È diritto dei pazienti decidere liberamente se sottoporsi o meno a determinate cure mediche. Nessun medico ha il dovere di prolungare a ogni costo la vita umana, andando così incontro a una prolungata agonia”.

Tutto ciò viene ampiamente provato dal punto di vista etico, morale e religioso, ma il divario con l’interpretazione pontifica, non potrebbe, come dimostrato anche da recenti prese di posizione vaticane su vicende di eutanasia passiva americane e italiane, più grande.

La stessa cosa, sebbene con toni più sfumati, può essere detta anche riguardo ad un secondo tema caro a Küng fin dall’inizio della sua attività teologica: quello dell’ecumenismo.

Dalla metà degli anni ’80 al 2005, almeno tre pubblicazioni dell’autore si sono incentrate espressamente su questo aspetto ecclesiologico: “Cristianesimo e religioni universali. Introduzione al dialogo con islamismo, induismo e buddhismo”; “Ebraismo” e “Islam[20].

Tutti e tre i testi, pur nella loro diversità e complessità, sottolineano non solo, come fa la Chiesa, la presenza di elementi positivi in ogni religione, ma la “sacralità” non imperfetta di ciascuna di esse e la presenza di Dio nel loro fondamento primo, sviluppando un livello ecumenico che si configura come un vero e proprio “salto di livello” rispetto alla posizione attuale del Cattolicesimo[21].

Particolarmente interessante è l’analisi sull’Islam, in cui vengono ravvisati, allo stato attuale, gli stessi errori che stanno affliggendo il Cattolicesimo: il problema di fondo è l’incapacità di rinnovarsi e l’ostinata conservazione della tradizione, a partire dalla la nozione di sacralità delle 78000 parole del Corano che arriva addirittura ad oscurare la possibilità di riconoscere il Corano come la Parola di Dio attraverso la mediazione del Profeta Maometto.

Solo un rinnovamento profondo delle strutture di entrambe le Religioni (ma anche per l’Ebraismo il cammino risulta molto simile) può portare all’implementazione dei quattro capisaldi che per Küng stanno alla base di ogni Sistema religioso: cultura della non violenza, cultura della solidarietà e giustizia del sistema economico,  tolleranza e amore per la verità, uguaglianza e parità tra uomo e donna.

Alla luce di quanto osservato, quello che, in fin dei conti, appare più strano è come Küng, che da tempo si definisce un “Cattolico Evangelico”, possa ancora essere (sia in termini di scelta personale che in termini di permesso ecclesiastico), un Sacerdote cattolico nonostante la distanza che lo separa, ormai da molti anni, dalla Chiesa Madre.

Se per quanto riguarda la sua scelta personale, alcune motivazioni (fede nelle conclusioni conciliari, legame al background culturale, volontà di rinnovamento ecclesiastico “dall’interno”, etc.) sono ben spiegate nel suo recentissimo “La Mia Battaglia per la Libertà[22], resta misterioso il fatto che la Santa Sede non abbia mai preso, dopo il ritiro della “Missio Canonica”, altri provvedimenti più pesanti nei suoi confronti. Si tratta, forse, di una questione d’immagine, vista la fama del teologo svizzero? O forse la Chiesa è, nonostante il suo andamento verso direzioni chiaramente più conservatrici, ancora abbastanza aperta da accettare un livello pur notevole di dissenso interno? O forse, davvero, esiste ancora (ed esisterà sempre) una lotta interna tra una corrente di “destra”, conservatrice (e ora vincente) ed una corrente di “sinistra”, liberale, che fa di Küng una sua “testa di ponte” e che, pur non esponendosi ai livelli del teologo dissenziente, difende, in qualche modo, le sue posizioni?

Probabilmente la risposta rimarrà per sempre celata nelle pieghe della segretissima politica interna curiale.

 


[1] J. Anciberro, “Parcours: mémoires d’un rebelle”, Témoignage Chrétien, 23/11/2006

[2] Largamente tratta da H.Küng, La mia battaglia per la libertà. Memorie, Diabasis 2008, passim

[3] W. Jeanrond, ”Hans Küng”, in D. Ford (a cura di), Modern Theologians, vol. 1, Blackwell 1989, pp.164 ss.

[4] F.J. Laishley, Modem Catholicism,  Oxford University Press 1991, pp.223 ss.

[5] H. Küng, Infallibile? Una Domanda, Mondadori 1970, p.41

[6] F. Šeper, Lettera ammonitoria Su due libri di Hans Küng, Congregazione per la Dottrina della Fede, 15 febbraio 1975

[7] Ivi

[8] H. Küng, Christ Sein, 1974. Trad.it Essere Cristiani, Mondadori 1976

[9] G.B. Sala, Essere cristiani e Essere nella Chiesa. Il problema di Fondo in un Recente Libro di Hans Küng, Edizioni Paoline 1975, pp. 166

[10] H. Küng, Christ Sein, citato, p.307

[11] R.Singleton, “The Pope Silences Dr. Küng”, The Universe, 21 dicembre 1979

[12] Congregazione per la Dottrina della Fede, 18 dicembre 1979

[13] H. Küng, Contro il Tradimento del Concilio. Dove va la Chiesa Cattolica, Claudiana 1987, p.83

[14] G.B. Sala, Citato, pp.181 ss.

[15] C.C. Simut, A Critical Study of Hans Kung’s Ecclesiology: From Traditionalism to Modernism, Peter Lang Publishing 2008, passim

[16] H. Küng, “Wojtyla, il Papa che ha fallito”, Corriere della Sera 2 gennaio 2006

[17] H. Küng, Sulla dignità del morire, Rizzoli 1998

[18] Ivi, pp. 21 ss.

[19] Ivi, p. 36

[20] Rispettivamente: H. Küng, Cristianesimo e Religioni Universali. Introduzione al Dialogo con Islamismo, Induismo e Buddhismo, Mondadori 1986; H. Küng, Ebraismo, Rizzoli 1993; H. Küng, Islam, Rizzoli 2005

[21] S.Jacovi, Hans Küng and the Liberal Theology, Hunser  2007, pp. 106 ss.

[22] H. Küng, La Mia Battaglia per la Libertà”, Diabasis 2008, passim

La resurrezione europea

Pubblicato da admin in novembre - 6 - 2009 ADD COMMENTS

operaio-185x300Tratto dal CentrostudilaRuna Di Luca Leonello Rimbotti Quando, nei primi anni Trenta, Ernst Jünger vedeva la crisi della borghesia superata dall’avvento di una nuova civiltà, guidata dall’Arbeiter, era decisamente ottimista. Oggi siamo costretti a registrare che il borghesismo è la classe universale che organizza in prima persona il processo di sgretolamento dell’Europa. Quando invece vaticinò «la fine di contesti millenari», volendo dire che era giunta la fine della tradizione europea, vide giusto. Solo che, in luogo del nuovo dominatore metallico dei tempi di rivolgimento, abbiamo più modestamente il protagonismo di un materiale umano di infimissima specie, un “tipo” antropologicamente di lega povera. Le note “caste” oggi al potere rappresentano il contrario di quella razza della nuova “età del ferro” preconizzata dall’intellettuale tedesco, essendo il frutto dell’inopinata affermazione di un’epoca plastificata. Gestita da elementi eticamente e culturalmente inferiori e in base a ideali non eroici, ma da termite.E dire, però, che quando Jünger faceva le sue ipotesi tutto un mondo ribolliva per davvero di volontà di rovesciamento degli idoli borghesi. La stagione jüngeriana, tuttavia, se misurata in tempi spengleriani, durò un attimo. Il 1932 - anno in cui fu scritto L’operaio - è passato da un pezzo, morti e sepolti sono i tentativi storici di rianimare l’Europa con cure radicali attinte da quello stesso bacino eroicizzante, e tutto ormai riposa sulla quiete di un dominio mondiale di energie corrosive ben paludate da ideali positivi. Lo stesso Jünger, col passare dei decenni, abbandonò le sue immagini faustiane e i suoi affondo nichilistici e si mise ad argomentare in termini di “fine della storia”, di difesa ecologica della Terra, acconciando il suo genio letterario a belle riproduzioni fantasy del romanzo metastorico. Disse di non comprendere i catastrofismi che erano stati di Spengler. Però scrisse che si aspettava una prossima epoca “dei Titani”, «molto propizia alla tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura». Titani magari no, ma questo pare proprio il mondo in cui viviamo, in cui il tecnocrate, il politicante e l’uomo-massa di annunci come quelli di Jünger e di Spengler non sanno che farsene.

Ma è a personaggi come i due dioscuri tedeschi che l’Europa deve il fatto di avere ancora un’anima. Sfaldata e minacciata da vicino, ma viva. Non è possibile immaginare una ripresa europea sul ciglio dell’abisso, se non tornando a imbracciare quell’ideologia - poiché proprio di idee armate si trattava - che accomunò Jünger e Spengler come in un sogno europeo di rinascita a tutti i costi. Persino dietro al “tramonto” preconizzato da Spengler, difatti, c’era una promessa di nuovo inizio. E ovunque in Jünger si coglie la volontà di indicare la forma che si imporrà, una volta gestito e fatto placare il caos nichilista.

Dinanzi alla crisi provocata - oggi come allora - da uno scomposto e distruttivo procedere della modernità, l’anelito dell’uomo in ordine con le leggi della vita non può che essere verso «l’esigenza di una vita nuovamente ordinata e strutturata all’interno di una dimensione di compattezza e stabilità». Ha scritto queste parole Domenico Conte, autore di Albe e tramonti d’Europa. Ernst Jünger e Oswald Spengler, appena pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma.

È una frase chiave. Solo apparentemente innocua. Essa infatti mostra come il pensiero del realismo eroico, della mobilitazione totale e del cesarismo militante non fosse espressione anch’esso dell’epoca del nichilismo e dell’aggressione delle masse, ma, al contrario, intendesse utilizzare gli strumenti della modernità per abbatterla e costruire in sua vece un nuovo ordine gerarchico. «Questo mondo della mobilitazione e del movimento non è che un interludio», scrive Conte, e con questo ci fa capire che la fase della lotta è necessaria non in sé, ma per raggiungere ciò che egli definisce la «utopia della stabilità». Insomma: la Rivoluzione Conservatrice - e con loro i regimi nazionalpopolari che bene o male ne misero in pratica i presupposti - è una macchina moderna, d’accordo, ma antimodernista. Oltrepassati i confini della storia e della politica, Jünger e Spengler, ognuno per suo conto, ma con idee sovente intrecciantesi, guardarono al di là, immaginando forme ulteriori, stili post-moderni, accadimenti di primordiale potenza rifondatrice. Osservato fino in fondo l’incubo della tecnica e della società moderne, questi due artigiani dell’idea europea di dominio non hanno fatto filosofia reazionaria, non hanno espresso conservatorismi inetti, ma hanno dato strumenti di rivolta: «con l’impazienza e il radicalismo - soggiunge Conte - di chi non credeva più nella storia o vi credeva solo nel senso del vedervi l’imperare e l’agitarsi di più alte potenze, votarsi alle quali parve cosa necessaria e bella».

In effetti, se Jünger fu il collaboratore dei fogli di punta del nazionalismo politico post-bellico e vicino agli ambienti dell’oltranzismo nazionalrivoluzionario, Spengler non gli fu da meno: in rapporti con personaggi come Franz Seldte, futuro ministro nazionalsocialista, era ammiratore del mondo dei Männerbünde, le milizie armate al seguito di un capo tipiche dell’epoca, dagli squadristi italiani alle SA e allo Stahlhelm, nelle quali vedeva l’affermarsi di un prosssimo cesarismo carismatico. Contestualmente, Jünger osservò ne L’operaio che «la massa comincia a secernere dal proprio corpo organi di autodifesa». Questo considerare le cose dal punto di vista dell’organico, del vitale, dell’ancestrale biologico è forse la dimensione che meglio accomuna Jünger e Spengler e che meglio ne spiega il terribile, seducente, incantatorio talento da affrescatori. Entrambi analisti dell’uomo e della società, entrambi evocatori di scenari cosmologici, di rivolgimenti apocalittici, di ipotesi di riaffermazione di “tipi” elementari e originari, di razze mutanti, di arcaismi giacenti nell’inconscio e riattivati dall’uso della tecnica e dalla volontà impersonale, il tutto da indirizzare - con forte senso politico - contro l’affastellamento informe del Moderno. Profetizzarono uomini nuovi, secondo «cambiamenti fisiognomici intercorrenti nel passaggio dal mondo borghese dell’individuo al mondo tipico dell’Operaio». L’uno e l’altro giudicarono - sbagliando profezia, ma non importa - che presto al borghese, «sfornito di qualsiasi rapporto con forze elementari» sarebbero succeduti esemplari. Quasi campionature di un’inedita stirpe lavorata dai fatti, dal carattere, da un destino epocale.

Sono inquadrature formidabili, bisogna ammetterlo. Quanto di meglio potrebbe chiedersi, per ridare oggi anima e vita a una qualche minoranza in grado di riarmare lo spirito e di intraprendere la lotta contro il mondo moderno, se solo da qualche parte ne esistesse una. Uno dei meriti dello scritto di Conte è quello di presentarci la riflessione tedesca del Novecento rappresentata da Jünger e da Spengler come in fondo un unico strumentario di lotta filosofica, metafisica e politica, bene in grado di raddrizzare il piano inclinato su cui corre la modernità. E si tratta di strumenti da estrarre dai più reconditi giacimenti della natura occulta, veri archetipi in riposo che attendono soltanto di essere risvegliati: l’energia formatrice, ad esempio, la Gestaltungskraft, che a giusto titolo Conte indica come termine essenziale dell’Arbeiter, e che è la stessa forza che, ne L’uomo e la tecnica, Spengler vede agire per catastrofi immediate, risolutive: le mutazioni che aprono vie impensate ai progetti della storia.

Conte batte sul tasto delle naturali differenziazioni tra i due pensatori, ma ribatte pure su quello delle organiche similitudini. E ci rende noto un esemplare dettaglio, di gran valore filologico e immaginale. Una lettera scrittagli da Ernst Jünger nel 1995, a un mese dal compimento del suo centesimo anno, in cui conveniva con lo studioso napoletano che Spengler aveva svolto in qualche modo su di lui il ruolo di maestro: «Lei ha ragione a supporre che Oswald Spengler abbia esercitato un’influenza significativa sulla mia evoluzione spirituale…». Assodato che Spengler era senza mezzi termini considerato da Jünger «decisivo per la sua concezione della storia», Conte indica come elemento tra i più visibili di questa fratellanza ideale il «collegamento fra Operaio e prussianità», quello fra Operaio e Germania, e soprattutto la visuale copernicana della storia, nel senso di una storia e di una politica mondiali, ma «in un’ottica in realtà germanocentrica». Un sano relativismo di prospettiva che non sviliva, ma al contrario rafforzava sia in Jünger sia in Spengler l’ostilità verso l’individualismo cosmopolita borghese e quella «contro i partiti politici, i parlamenti, la stampa liberale e l’economia di libero mercato».

Un altro dei numerosi spunti offerti da Conte è il commento a un libro dell’americano John Farrenkopf, recentemente dedicato a Spengler come “profeta del declino”. Un caso singolare di “spenglerismo” negli USA? Un momento… vediamoci chiaro… Farrenkopf condivide le prognosi infauste di Spengler circa il futuro dell’Occidente, formula un suo pessimismo circa la decadenza del mondo occidentale (pacifismo, crisi demografica e culturale, ottusa pratica di esportare tecnologia ai nemici dell’Occidente, etc.), ma alla fine non manca di sostituire l’America alla Germania come quella struttura imperiale auspicata da Spengler per contenere gli sviluppi verso il basso della civilizzazione. E, da buon americano, non manca neppure di indicare in qualche scritto giovanile del filosofo del tramonto accenni di apprezzamento per la democrazia. Non sono tanto questi aspetti che importano. Conte demolisce alla svelta il tentativo di americanizzare Spengler e di confondere l’impero con l’imperialismo di bottega. Da parte nostra, noi segnaliamo il valore irrinunciabile della duplice lezione di Jünger e di Spengler: la presenza pesante di due autori dal messaggio forte, attualissimo, il cui pensiero di contrasto radicale va strappato di mano ai depotenziatori - certi salotti della new age jüngeriana, amanti del romanziere criptostorico, ma muti sull’ideologo nazionalrivoluzionario… adesso lo Spengler democratico e americanomorfo… - per rimetterlo al centro di un possibile recupero del tradizionalismo rivoluzionario europeo…

Domenico Conte, ben noto al pubblico italiano per essere uno dei pochi esegeti non prevenuti della Rivoluzione Conservatrice - e autore tra molti altri di quell’eccellente libro-monstre che è Catene di civiltà. Studi su Spengler, pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane nel 1994 - parla non a caso di albe e tramonti d’Europa. Il pensiero tragico e le prospettive catastrofiste di Jünger e di Spengler nascondono allo stesso modo tutto un tracciato di proiezioni futuribili, assegnando alla nostra civiltà spazi di insorgenza e di contro-storia ancora percorribili. Spengler, fortemente interessato ai momenti aurorali e dinamici della Kultur, era in realtà un agitatore di destini. E Jünger, nel suo Arbeiter, scrisse la frase rivelatrice: «ogni tramonto è preparazione». Entrambi, e insieme ad esempio a un Heidegger, e in maniera tra l’altro non dissimile dal nostro vecchio Oriani, videro il futuro dell’Europa nel suo saper riconoscere una nuova alba, fatta di istinto, volontà e mobilitazione.

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Tratto da Linea del 11 ottobre 2009.

L’arma più forte. Bengasi, il cine fascista

Pubblicato da admin in novembre - 4 - 2009 ADD COMMENTS

bengasi_fondo-magazine1-317x450ilfondo:Bengasi è il punto più alto della cinematografia di propaganda fascista, e forse dell’intero cinema italiano anteguerra. Un kolossal di propaganda costato uno sproposito, in un ambiente ormai maturo e con attori finalmente maturati che danno il massimo. Scrive e dirige Augusto Genina, già intenditore di Africa (Squadrone bianco) e di film di guerra (L’assedio dell’Alcazar).

Lo sfondo è lo stesso di Giarabub, ossia la prima ritirata italiana in Africa settentrionale di inizio 1941, con distruzione totale delle armate di Graziani da parte degli inglesi. In una Bengasi quasi del tutto popolata da italiani si attende da un momento all’altro l’arrivo degli inglesi: molti coloni scappano, i militari si ritirano in modo disordinato. In questo clima (rappresentato meravigliosamente con un intero quartiere della città ricostruito a Cinecittà sulla base di centinaia di fotografie) si intrecciano (e qui sta la maturità tecnica) quattro storie di donne (e qui sta la maturità stilistica per non far sembrare la cosa troppo di propaganda… il film, infatti è dedicato alle donne e al difficile compito che la guerra le ha assegnato).

Una colona del Gebel cerca il figlio militare negli ospedali della città, una prostituta nasconde un militare agli inglesi, un’altra colona, profuga dall’Africa Orientale, è costretta a fermarsi a Bengasi e s’invaghisce di un ingegnere italiano che collabora con gli inglesi, e la moglie di un ufficiale italiano non riesce ad evitare, scappando, la morte del loro bambino. Le vessazioni dell’occupante inglese e l’atteso lieto fine con il ritorno in città delle truppe italo — tedesche accompagnano lo scioglimento, non sempre positivo, delle quattro storie. La contadina trova il figlio, rimasto cieco e torna al podere con lui, ma trova il marito ucciso dagli inglesi durante un saccheggio. La prostituta riesce ad evitare che il militare venga catturato dagli inglesi che perquisiscono le case. L’ingegnere collaborazionista (Nazzari), che una sera viene picchiato dagli italiani, appartiene in realtà ai servizi segreti italiani e indaga sui piani di guerra inglesi, viene scoperto e fucilato. L’ufficiale italiano (Giachetti, al suo meglio e premiato a Venezia per l’interpretazione), nel frattempo mutilato, imprigionato e fuggito, sembra non riuscire a perdonare alla moglie la tragica fine del figlio.

Per quanto le storie siano ben costruite ed intrecciate e le donne siano brave ed effettivamente protagoniste (Vivi Gioi, Laura Redi e Maria Fekete soprattutto), l’ombra della propaganda bellica finisce per sovrastare tutto, grazie alle interpretazioni di Nazzari e Giachetti, rodati da infiniti film del genere e mai così calati nelle rispettive parti. Numerose sono le scene di aperta propaganda politica: i libici che prima dell’arrivo degli inglesi ringraziano le autorità italiane per tutto quello che hanno fatto per loro, i soldati inglesi in campagna che fanno razzie e giocano al tiro al piattello con i canarini del contadino, la scritta sui muri che accoglie gli inglesi e recita “ci starete poco e ci starete male”, i soldati ubriachi che perquisiscono le case italiane (tra i quali c’è il giovanissimo Galeazzo Benti), il fiorire di bandiere italiane e tedesche per tutta la città al ritorno delle truppe dell’Asse (ma i coloni italiani di Bengasi come mai avevano in casa tutti una bandiera tedesca?).

Un kolossal di propaganda, quindi, che esce tra il 1942 e il 1943, quando le colonie italiane in Africa stanno per diventare un ricordo, ma anche un film che oggi non risulta per nulla datato. Certo stava dalla parte sbagliata, la parte di chi ha perso, ma ciò non era sufficiente per fare del film l’oggetto di una delle operazioni più stupide che siano mai state fatte in Italia dai tempi di Romolo fino a quelli di Cannavaro. Siccome il film è bello, ma ci sono le bandiere con la svastica, nel 1955 i produttori Bassoli hanno la bella idea di prenderlo e rimontarlo eliminando tutte le scene di propaganda, con buona pace della comprensione, perché la madre e il figlio — per esempio — tornano a casa e trovano il padre morto, ma siccome non bisogna fare vedere che gli inglesi lo hanno ucciso, uno se lo immagina, forse. E a coronamento della furbata acchiappa gonzi, prima della distribuzione con il titolo di Bengasi anno ‘41, i produttori hanno preso gli attori dell’epoca (solo quelli che si sono prestati, per fortuna) e gli hanno fatto recitare un prologo e un epilogo in cui Vivi Gioi va in un cimitero di guerra sulla tomba di Amedeo Nazzari, accompagnata da un ufficiale inglese che ci prova, ma va in bianco perché lei era innamorata di Nazzari e che è stato fucilato dagli inglesi. Mentre sono lì e raccontano tutta la storia del film originale, incontrano la Redi e Tamberlani (la prostituta e il soldato che aveva nascosto), che nel frattempo si sono sposati e sono pure loro al cimitero. Con tanto di volemose bene finale in mezzo alle croci del cimitero. Ma a morire, con questa operazione, è stato veramente il cinema.

“Une jeunesse française” tomo 5: Division Charlemagne

Pubblicato da admin in novembre - 3 - 2009 ADD COMMENTS
couverture_tome5_copie23Découvrez la saga “Une jeunesse française”: http://img99.imageshack.us/img99/6691/sanstitrezq.jpg
 
Godus, nome di penna di Stéphane Gosselin, è l’autore ed il disegnatore della saga a fumetti “Une jeunesse française” che narra l’itinerario di un giovane parigino, Etienne, che decide di arruolarsi nella Waffen SS francese nel luglio del 1943. Il primo volume uscito si intitolava “Le chant du diable” ( Musica de “Le chant du diable”: http://www.youtube.com/watch?v=MYLXp2yppNk&feature=related - il  testo:  http://ingeb.org/songs/lalegion.htm ) nome del titolo dell’inno della 33. Waffen Grenadier Division SS “Charlemagne” ed è uscito nel 2007. E’ la prima volta che un giovane autore consacra un opera a fumetti alla divisione dei volontari francesi.  Sicuramente ottima la conoscenza del soggetto con ovvi riferimenti ai testi di Mabire, Sager, Saint-Loup e Saint-Paulien. La storia inizia a Berlino dove i francesi ebbero l’onore di difendere per ultimi il bunker e la Cancelleria del reich. Colpito da un colpo d’obice il protagonista Etienne rivede in sequenza le immagini del passato, della giovinezza e della sua vita. Il racconto si legge con piacere e può essere un buon modo per far conoscere ai giovani un pezzo della loro storia. Il secondo volume si intitolava “L’epreuve du feu” la prova del fuoco. Il terzo “Galizia 1944, il quarto “De Mokre a Greifenberg”.  E’ appena uscito il quinto volume della serie intitolato “Division Charlemagne”. Prevista la prossima uscita di un sesto volume intitolato ”Poméranie 1945″ da gennaio 2010.  Ogni volume di 45 pagine costa 20,00 euro più 5 euro per spese di spedizione.

Richiedere a :

Stéphane Gosselin

Résidence Le Clos B2, 19 Chemin des Maraîchers

F - 31400 Toulouse

France

gudus@netcourrier.com

Tel: 0033 (0)6 68853972

Tomo 1 copertina: http://img217.imageshack.us/img217/7152/sanstitre1oj.jpg

Tomo 2 copertina: http://img204.imageshack.us/img204/5629/sanstitre4cm.jpg

Tomo 3 copertina: http://img407.imageshack.us/img407/7526/sanstitre3kt.jpg

Tomo 4 copertina: http://img297.imageshack.us/img297/868/sanstitre2c.jpg

Tomo 5 copertina: http://img237.imageshack.us/img237/4629/sanstitre5j.jpg

Tomo 6 copertina: http://img203.imageshack.us/img203/7627/sanstitre6qb.jpg

 

Sulla 33. Waffen-Grenadier-Division der SS Charlemagne vedi:

Riassunto storia: http://it.wikipedia.org/wiki/33._Waffen-Grenadier-Division_der_SS_Charlemagne

Il volume dedicato alla divisione: http://www.centrostudilaruna.it/charlemagne.html

Sito dedicato al libro “I leoni morti” di Saint-Paulien: http://www.ileonimorti.it/

Il caso Karlstein: http://www.archiviostorico.info/Rubriche/Autori/storici/HarmWulf/articoliHarmWulf.htm

DVD Der fall Karlstein: http://www.stangl-history.de/deu/video5.html

Division Charlemagne. Chants et marches - Cd richiedere: http://www.ritteredizioni.com/

L’astro nascente delle destra radicale europea. Una Donna

Pubblicato da admin in novembre - 3 - 2009 ADD COMMENTS

morvai_krisztina_0guarda il sito al http://www.jobbik.hu/ E’ bionda e giovane , sa dire le sue frasi con un sorriso disarmante , e ha conquistato molti elettori. Krisztina Morvai , 1963, è diventata famosa sia alla Commissione europea sia alle Nazioni Unite per essersi battuta per i diritti delle donne picchiate in casa , delle prostitute sfruttate come bestie e dei malati di Aids . Ora è l’astro nascente delle destra radicale europea.
Con il suo carisma e il suo charme , Jobbik, “Il Movimento per un’Ungheria migliore”, come di chiama il partito ultradestra magiara, ha ottenuto il 15% alle elezioni europee. Lei , comunque, non ha la tessera del partito in tasca.
Poliglotta e sorridente , l’aria gentile ma durissima delle donna in carriera, madre di tre figlie che viva da separata in casa col marito Balò, non fa mistero delle sue idee sugli israeliani. Ha vinto anche così, montando sul carro antisemita che circola ultimamente nell’Ungheria.
“Non siamo nazisti e né fascisti , non siamo antisemiti , parliamo chiaro , e certi media tentano di appiccicarci addosso queste etichette oscene perché hanno paura delle nostre denunce , della nostra lotta per la giustizia” ha detto poco tempo fa.
Kristina davanti ai giornalisti sa ruggire con sorrisi e sa sempre il fatto suo. “Vogliamo rendere l’Ungheria agli ungheresi” è lo slogan. “Oggi siamo governati da una forte alleanza , tra i politici al potere e le multinazionali. I lavoratori ungheresi non hanno diritti sindacali, in fabbrica hanno paura di parlare. I contadini perdono le terre , la criminalità ci minaccia , la finanza internazionale ci domina”.
“Stiamo diventando la Seconda Palestina , io voglio salvare l’Ungheria da un destino palestinese” afferma. “La Palestina , quanto vi è accaduto , è l’esempio che mostra come ti possono prendere la terra e come puoi perdere il tuo Paese , è quanto sta succedendo in Ungheria …e intanto hanno ridotto la gente a un ammasso di consumatori instupiditi dagli spot televisivi..ci vogliono uno Stato più forte e più giustizia sociale”.
Discorsi poco ortodossi , ma sempre con un sorriso da spot pubblicitario. Krisztina Morvai , comunque, ha un curriculum di prim’ordine. Si è laureata con lode in Legge all’Università Eotvoes Lorand di Budapest , la più prestigiosa del Paese. Poi ha ottenuto una borsa di studio King’s College britannico , consegnatale da Margareth Thatcher, in seguito ha insegnato alla University of Wisconsin.
Sempre in prima fila per i diritti umani. Sempre impegnata senza compromessi , su temi dolorosi come l’aborto , i diritti alle donne, la discriminazione, lo sfruttamento delle prostitute, la violenza nascosta nelle mura di casa. Ha scritto un libro Terror a csaladban , Terrore in famiglia. Inoltre ha ricevuto un premio intitolato a Freddie Mercury , perché si è battuta per i diritti dei malati di Aids.
Come può conciliare queste idee progressive, e quindi di sinistra, con la sua anima nera non si sa. All’ONU denunciò le terribili situazioni di vita delle donne palestinesi. Agli ebrei, frase smentita, ha detto di giocare con i loro piccoli peni circoncisi.
Della vita parla poco, vive con suo marito solo per il bene dei bambini. Ma ormai non sono più una coppia. Suo marito non ha mai commentato la politica della ex moglie. Lei parla di tutto , ad esempio il sistema politico magiaro per lei è una specie di dittatura schiava delle multinazionali. Difende a spada tratta la milizia paramilitare dell’ultradestra , ufficialmente vietata , ma che sfila ogni giorno con le uniformi e i suoi vessilli.

Ex fonte

Pubblicato da admin in ottobre - 30 - 2009 ADD COMMENTS

anna_k__valerioIngiunge Boccaccio, nel latino stentoreo del De genealogiis deorum gentilium (15,7), che non è il caso di cercare nei rigagnoli ciò che si può chiedere alla fonte. “Insipidum est ex rivulis quaerere quod possis ex fonte percipere”. Gran ‘camerata’, in effetti, Boccaccio, per come intendono questo termine i democraticissimi, i pietosi che oggi si battono il petto per il manicomio inflitto a Pound, per l’ostracismo contro i vari Heidegger (davvero? Non si direbbe…), Céline, Hamsun. Le idee dei fascisti - vanno gnaulando sui giornali con affettazione pretale di buonsenso - non si processano e tantomeno si condannano.Vanità penosa dell’opinionista che ha letto qualche messale di storia, una o due antologie della letteratura italiana e il manuale di filosofia. Come se le idee fossero alla portata della grinfia umana, del suo giudizio, delle sue sentenze e delle sue calunnie! Come se fossero della stessa sostanza dell’uomo, progressive, provvisorie, caduche!

E’ comodo e rassicurante illudersi che l’idea in cui Pound, Heidegger, Céline, Hamsun (anime buone o anime belle?) si sono più o meno propriamente riconosciuti si concluda con essi, tramontata con la sconfitta bellica, emendata e purgata nei ripensamenti del dopoguerra. Invece è dal neolitico, da quando c’è traccia di storia, che impera quell’idea - aveva ragione l’aristocratico Wilhelm Reich, ebreo e psicanalista, nemico più avveduto. Gli artisti che aderirono ai fascismi ne hanno succhiato le mammelle senza disseccarle, senza che il nutrimento venisse disperso nei rivoli della storia. E’ questo lo spettro che agita gli intellettuali mansueti di oggi. Non possono ignorare, infatti, i democraticissimi, che l’idea è l’alma mater (dalle fattezze ‘androginiche’) e sta là, nell’iperuranio, sul crinale tra metastoria e storia, muta e immota, insopprimibile, sovranamente indifferente all’agitarsi umano. Che non sente bisogno degli uomini, né per le apologie, né per le scuse, e li sovrasta. Sono gli uomini a farsi attrarre, sedurre, a cercarla, a volgersi a essa, interminabilmente.

L’idea non parla il linguaggio rabbioso di Céline. E’ stato lui a desiderarla e a lasciarsi incantare, così un po’ di grazia si è trasfusa nelle sue pagine. Tra gli stracci e i malati, l’alterigia lo ha tentato, l’aumanità gli ha guidato il polso. Occorre però setacciare miriadi di parole dell’autore Céline per trovare le poche in cui si riconosce la grave e alata autorità dell’idea. Ma a voi democraticissimi Céline piace, non è così? Più ancora che a noi. Perciò volete chiedergli scusa, salvarlo dall’anatema, per mettere a posto la vostra coscienza (organo di cui solo voi conoscete le regole e i moti), per farvi perdonare il vizietto di leggerlo, di dare confidenza al collaborazionista… E lo stesso vale per Hamsun. L’esaltazione del mondo naturale, rurale, il disprezzo della mercatura, della modernità. O per Pound, con il suo lirismo baluginante, brancolante (un sollievo dopo l’inflessibilità, l’assolutismo, la puntualità prodigiosa di Dante), innestato in una nobile costanza nella propria avventura.

Ma sapete bene che di queste persone del XX secolo non ci sono eredi legittimi, né legittimari. Quindi a chi intendete rivolgervi, chi volete adescare con la fronte bassa, con l’afflizione che proclamate? Noi?? Volete forse placarci per placare i vostri tormenti, per velare le vostre vergogne? Se è una questione psicologistica, da rimorso, non ci riguarda proprio - come non ci riguarda l’ideologia di Céline, di Pound, di Hamsun, rapsodi e interpreti di una visuale del mondo effimera (effimera quanto il genere umano per Pindaro, “il sogno di un’ombra”), cicale ebbre rimaste in una “estate di San Martino”. Noi guardiamo a un’altra risorgiva dell’idea, miriamo a una nuova semina e a una nuova fioritura, non speriamo nel ritorno di facce e storie del passato, prima rimosso e adesso smosso.

Lasciate stare Pound: leggete Rilke o Pascoli, se Schuler vi sembra troppo oltranzista della visione gentile. Ha presieduto alla nascita dell’uomo “bello e buono” l’idea che vi fa spavento. Qualche frammento di essa non lo ospitate anche voi nelle vostre pieghe interiori, in stato più magmatico, nevrotico e pericoloso di noi? Credete di addomesticarla, di confrontarvi con essa, di adeguarla a voi, ora che fate mostra di prendere le sue difese, di volerne discutere? Tremate di fronte alla possibilità che si comunichi ancora, questa idea, attraverso qualche bipede? Vi opprime il pensiero di non farla franca una seconda volta, piccoli uomini? O vi disturba, nella bonaccia delle vostre vite, l’eco che con sprezzo ripete: “Venite, mie canzoni, parliamo di perfezione: ci renderemo passabilmente odiosi”? Non saper dire se sia il fantasma di Pound a cantare o, ugualmente possibile e impossibile, una statua ellenica… Che tormento per voi che per giunta non amate i misteri e trovate le sfide così sconvenienti!

Anna K. Valerio (www.cultrura.net)

Il Tra(ns)monto dell’Occidente

Pubblicato da admin in ottobre - 29 - 2009 ADD COMMENTS

vita_comodaTratto da http://www.giornaledelribelle.com Di Matteo Simonetti Vorremmo vedere questo sole pallido e malato scomparire oltre l’orizzonte, ma questo Tramonto dell’Occidente sembra ancora lontano dal compiersi. Non muore ancora l’epoca modernista e illuminista, ormai ostaggio inconsapevole della tecnica e del mercato.
La nostra percezione del tempo non ci consente di afferrare la ciclicità delle civiltà che si susseguono. A causa della lentezza delle modifiche epocali, abbiamo la sensazione che nulla cambi e che Spengler, così come Evola e gli altri critici della modernità si siano sbagliati. Ci inganniamo, pensando forse che l’unico ad averci azzeccato sia stato Fukujama con la sua fine della storia.
Invece la situazione sta cambiando inesorabilmente e oggi sembra addirittura accelerare, a testimonianza della prossimità del collasso. Possiamo accorgercene solo se proviamo a guardarci dal di fuori, come spettatori della triste commedia alla quale stiamo partecipando, non importa se da comparse o da protagonisti.Viviamo in una epoca di decadenza che è del tutto simile a quelle che la storia ci ha di volta in volta mostrato: la tarda romanità imperiale del panem et circenses come unico valore e l’aristocrazia europea settecentesca tra tutte.

Oggi il marciume della modernità spande il suo olezzo sulla nostra quotidianità, costringendoci a celare i nostri lati migliori, le nostre più alte capacità e volizioni, perché in questa società retta della mediocrità e della bassezza, la loro inattualità ci porterebbero alla rovina. Il tanfo di ciò che si decompone ci arriva ogni sera con la televisione che, dopo aver creato e promosso il modello di donna oca-oggetto di piacere, si scaglia su chi la usa per quello che si è voluto che fosse. Ed è sempre lei, dopo aver osannato il vincente senza merito (quello del gioco dei pacchi o il Corona di turno) che critica chi in politica ne è l’incarnazione, perché fonda il suo successo su tutto meno che sulle capacità.

E’ proprio la politica a mostrare i segni più grandi della decadenza. Soffermiamoci sul significato sociologico e filosofico della più recente vicenda personale di un politico, quella di Piero Marrazzo pizzicato mentre va a trans. Prima un semplice sguardo sulla nostra classe politica e dirigenziale: Mele tra droga e prostitute, Sircana che contratta con il viados, Berlusconi e le squillo di Villa Certosa, Berlusconi e la sua prostata (connubio che suggerisce tristi piaceri vouyeristici), Berlusconi e Saccà intercettati mentre, in cambio del voto di qualche parlamentare, pagano con incarichi in Rai alcune prestazioni sessuali; e poi Boffo, che fa la morale allo stesso Berlusconi e si scopre molestatore sessuale, il giovane Elkann (il più elegante del mondo, Dio!) che tira la coca in festini con travestiti… Tutto ciò è solo il preludio all’entrata in scena del tema principale della fuga: la doppia vita del Governatore Marrazzo, che su Raitre distribuiva sermoni alle aziende sulla correttezza e la trasparenza, mentre in animati appartamentini distribuiva gridolini e migliaia di euro (vorrei dire in cambio di cosa ma mi autocensuro).

E’ una parata di esserini minuscoli e storti, sorretti dalle loro stampelle di denaro, capaci di impietosire tanto quanto i Freaks del film di Tod Browining, ma anche di farci incazzare, e molto. Ce li immaginiamo Pareto e Michels barcamenarsi nel tentativo di spiegarci che anche questa è a suo modo una elite? Riusciamo a pensare cosa avrebbero detto di loro, e soprattutto di noi che ce li meritiamo, le grandi guide politiche del passato, i condottieri e i capipopolo, pronti al sacrificio in prima linea?

Dobbiamo chiederci: ma sono tutti così? La risposta è no. Molti sono peggio. Altri non hanno questi orripilanti appetiti sessuali ma sono ugualmente stupidi e maldestri, privi di orgoglio, onore e rispettabilità. Tutti sono adusi a compromessi tali da azzerare ogni coerenza e inibire ogni spinta ideale. In tutti l’abitudine a sfruttare l’episodio e la contingenza, a fluttuare in superficie per garantirsi la sopravvivenza politica, impedisce ogni profondità di pensiero e trasforma il coraggio da virtù in zavorra. Non vorrei criticare tanto la moralità di questi personaggi, anche se immagino che la moralità abbia un certo peso quando si è chiamati a gestire i beni e i destini degli altri, quanto la loro bruttezza, la loro mancanza di stile, la loro bassezza intellettiva. E’ un marciume non tanto etico, ma estetico e cognitivo.

Partiamo da quello estetico. Ma li avete guardati bene questi trans? Li avete ascoltatii nelle interviste? Avete presente la loro volgarità, l’artificiosità, l’aspetto grossolano e rozzo malcelato dietro il trucco e le operazioni di chirurgia plastica, la voce artefatta e nasale. Ecco la scena: Marrazzo con i suoi capelli ordinati che scende dall’auto blu, che si spoglia del vestito pure blu, il letto, i membri più o meno eretti in vario modo usati… e che vocaboli? Che gemiti? Quali ruoli? E poi, i cinquemila euro, in una busta? Sulle mani? Lo squallore della scena è enorme. La situazione è molto peggiore di quelle che richiamano alla mente Pasolini, animato da un amore per la semplicità della rozzezza tutto particolare, sicuramente sconosciuto al governatore regionale.

E’ forse qualunquista paragonare questi accattoni del sesso a Mussolini e le sue donne, però è divertente. La sessualità in un uomo è una parte essenziale. Non bisogna apprezzare Freud per capirlo né essere d’accordo con l’erotismo ascetico-iniziatico di Evola. La sessualità ha una relazione col fascino e il carisma, con l’attitudine al comando, con l’autorevolezza, con l’autorità. E’ lo specchio della relazione con il proprio corpo e con i corpi in generale, quindi con la natura e l’istintualità. Non si tratta di semplici gusti, checché ne dica Grillini.

Ma perché i trans? Per le strade le donne stanno scomparendo e lasciando il posto a loro, qualche cliente ognuno di loro deve pur averlo no? Dietro questo cambiamento delle inclinazioni sessuali, degli uomini, ce n’è uno filosofico, estetico e psicologico di grande portata. La vittoria del travestimento in genere, al di là della sua incarnazione sessuale, è figlia dell’ideologia progressista. La realtà del presente è per il progressista uno stadio da superare e lo stato di natura una barbarie da correggere. Per lui ogni persona che non diventa altro, che non supera la propria provenienza e non si ripudia come soggetto è esecrabile, retrograda, banale. Ecco allora il culto della trasformazione, del travestimento come cambiamento incessante. Il progressista dice: “io sono uomo ma posso essere donna perché mi opero o mi travesto, tu sei donna ma anche uomo per lo stesso motivo; io sono italiano ma anche straniero, perché esterofilo e per un’immigrazione indiscriminata, tu sei straniero ma anche occidentale, perché apprendi il consumismo prima del diritto; io sono ricco ma anche povero, perché ostento modi casual, tu sei povero ma anche ricco, perché ti compri la televisione al plasma con la finanziaria”. Signori, questa apoteosi del travestimento è il “ma anche” veltroniano che si fa carne. Il travestimento è infatti ostentazione di uguaglianza, disprezzo delle differenze, odio per ogni identità, ultimi strascichi di un delirio marxista morente che si riattizza con i francofortesi e Sartre per giungere ai vaneggiamenti del guru Vattimo, che si ricorda per il battibecco da checche con Aldo Busi. Tutta la filosofia che si definisce postmoderna è un unico grande attacco all’Identità, alla Verità e al Soggetto, quest’ultimo colpevole solo di percepirsi come ente unico, determinato, e non come somma di debolissimi “ma anche”.

La decadenza che la vicenda Marrazzo e quelle simili richiamano alla mente è quella di Nerone, Agrippina, Poppea, Spora e Doriforo, dei loro schifosi sotterfugi e segreti.

Ritornando ad oggi e al livello cognitivo di cui parlavamo, può governare bene uno che va a trans? Psicologicamente è proprio a posto? Sono solo “intime debolezze”? E’ intellettivamente normodotato uno che si fa beccare in via Gradoli, celebre insieme per tante vicende legate a scandali politici e oggi per essere una specie di bordello? Che prontezza di giudizio può avere un politico che paga un ricatto in assegni e non in contanti? Che lucidità ha uno che nega anche durante l’emergere del fatto, senza tener conto delle conseguenze?

Da parte mia, visto il valore della democrazia odierna, non ho nemmeno la consolazione, magrissima, di non averne votato nessuno.

Made in China, orrori dietro un’etichetta

Pubblicato da admin in ottobre - 26 - 2009 ADD COMMENTS

Angelo Calianno - tratto da Senza Codice http://senzacodice.blog.co.uk
Spesso quando cerchiamo di spiegare e di spiegarci il basso costo di tutta la merce proveniente dalla Cina, come scarpe, occhiali, vestiti, giocattoli, ci accontentiamo delle semplici risposte date dai media: ore di lavoro raddoppiate rispetto agli operai Italiani, sfruttamento del lavoro minorile, salari minimi; purtroppo però, non è tutto qui, dietro i costi abbattuti del “Made in China” ci sono storie di torture, omicidi, espianti e traffici d’organi illegali ed abusi contro la dignità umana che riguardano milioni di persone, dietro tutto questo c’è la storia dei Laogai.
La parola Laogai in cinese vuol dire “riforma, rieducazione attraverso il lavoro”.
I Laogai sono dei veri e propri campi di concentramento sui cui si basa il sistema carcerario cinese, il campo al suo interno racchiude diverse sezioni, ma non è solo una semplice galera.
In Cina infatti per reati “minori” si può essere rinchiusi per 3 anni senza nessun tipo di processo, infatti è la polizia a decidere la gravità di questo tipo di reati: violazioni come parlare a favore della democrazia, mostrare idee politiche in conflitto con il regime o semplicemente appartenere ad una minoranza etnica o religiosa (come Mongoli e Tibetani), vengono severamente punite.
Una volta rinchiusi i dissidenti devono confessare le proprie colpe e giurare fedeltà al governo; le confessioni vengono quasi sempre estorte con metodi disumani come l’uso del bastone a scossa elettrica, frusta o manganello, una volta “confessato” il proprio crimine, comincia la vera e propria riabilitazione attraverso il lavoro, o perlomeno così viene chiamata dai rappresentati del regime comunista cinese.

Ai detenuti vengono assegnate delle “quote” cioè una quantità di oggetti da produrre o lavori da svolgere in un giorno (si lavora dalle 16 alle 18 ore al giorno); lavori come assemblare giocattoli, cucire vestiti o peggio lavorare in miniere dove si esalano gas tossici senza nemmeno la minima protezione. Se il detenuto non riesce a svolgere per tempo la sua “quota” la razione di cibo diminuisce senza possibilità di appello.

In che modo il mercato occidentale è collegato con i Laogai? E’ tanto semplice quanto allarmante, un esempio pratico può essere un’azienda o un’industria occidentale (es.moda, oggettistica, tessile) che commissiona ad una società di import-export cinese una quantità di materiale da lavorare, assemblare o finire, soltanto che tutto questo lavoro viene svolto servendosi degli operai rinchiusi nei campi, a nessun costo, se non quello delle eventuali materie prime.
In Cina per legge, non si può rimanere rinchiusi per più di 3 anni senza un processo; ma molto spesso, per non diminuire la forza lavoro, alcuni detenuti che hanno già scontato la pena vengono considerati “non completamente riabilitati e non idonei alla società” quindi la detenzione nei campi viene prorogata.

Ma tutto questo non basta, le atrocità più cruente vengono commesse contro i condannati a morte, in Cina ci sono 60 reati per cui si può essere giustiziati ( le esecuzioni capitali avvengono con una frequenza impressionante), una volta giustiziati si procede all’espianto degli organi: reni, cornee, cuore, tutto destinato alla vendita negli ospedali militari, per legge in Cina chi riceve un organo non può chiederne la provenienza, né tanto meno i parenti del condannato possono vedere il cadavere, perché sempre per legge i corpi vengono cremati, cancellando così ogni traccia di misfatto. La copertura usata fino ad ora dal governo è che: “ogni espianto è autorizzato dai condannati a morte”, cosa difficile da credere visto che in Cina il corpo è considerato sacro, quindi intoccabile anche dopo la morte.
Per ogni giustiziato a cui vengono “presi” gli organi un soldato riceve 40 dollari di premio.

Wang Guoqi, un medico militare cinese dei Laogai, fuggito negli Stati Uniti ha confessato al noto quotidiano Guardian che illegalmente ai giustiziati veniva prelevata subito dopo l’esecuzione anche la pelle, destinata poi alle industrie cosmetiche europee e che un rene valeva fino a 30 mila dollari, lo stesso Wang Guoqi ha ammesso di aver preso parte ad un centinaio di espianti non autorizzati.
Le storie che trapelano dai dissidenti fuggiti dai campi sono tantissime, come le violenze da parte dei soldati verso i rinchiusi: molte donne vengono stuprate, e per quelle che dovessero avere una gravidanza concepita dallo stupro, l’aborto forzato con metodi rudimentali, anche all’ottavo mese.

Oggi, il nemico giurato dei Laogai si chiama Harry Wu: detenuto per 19 anni nei campi di concentramento solo per aver manifestato le sue simpatie per la democrazia. Harry Wu, ora è cittadino americano ed ha fondato la Laogai Research Foundation, un’organizzazione no-profit che divulga e fa conoscere al mondo questa orribile realtà. Per anni Harry Wu ha viaggiato tra Cina e Stati Uniti con la copertura di diplomatico o imprenditore per indagare e provare quale fosse l’effettiva provenienza delle merci cinesi.

Tra le varie campagne in atto dalla Laogai Research Foundation c’è quella di boicottare prodotti che riportano l’etichetta “Made in China”, anche se come dice lo stesso Wu: “il problema è che molti di questi articoli lavorati nei campi riportano marchi europei o statunitensi”. Sempre Harry Wu propone di ostacolare questo tipo di commercio, non acquistando merci facili da identificare e da isolare ,come i giocattoli, e facendo conoscere questa situazione anche ai propri governi attraverso lettere e petizioni.

Sapere con precisione il numero dei Laogai è impossibile, perché il governo li nasconde o li chiude per poi aprirne di nuovi in luoghi e province diverse, depistando così organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch, si stima che attualmente ci siano più di 1000 campi e circa 6 milioni di detenuti.
In Italia siamo bombardati di notizie che parlano delle nuove economie, di come, a lungo andare le nuove industrie tessili orientali distruggeranno le nostre piccole imprese, della concorrenza spietata e delle proposte del governo di mettere dazi alla nuova imprenditoria cinese; quello che noi
conosciamo però, è soltanto una facciata dell’economia di una nazione che sta basando tutto il suo potere sulla privazione di un diritto che a nessun essere umano dovrebbe essere mai negato, la dignità.

Angelo Calianno.

PS: E’ in atto un’importante campagna di boicottaggio per combattere queste azioni disumane, visitate il sito www.boycottmadeinchina.org oppure www.laogai.org

Per approfondire:

“La realtà dei Laogai: intervista a Hongda Harry Wu”: http://mariomasi.wordpress.com/2007/01/26/la-realta-dei-laogai-%E2%80%93-intervista-a-hongda-harry-wu/
“Appello per chiudere i Laogai” http://www.libertates.com/it/content/view/247/64/
“Vi racconto gli orrori dei Laogai, i lager cinesi” http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=44397
“Cina: il lavoro forzato nei Laogai” http://www.ecn.org/filiarmonici/cina-030715.html

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